Intervista a Ruggero: alla scoperta di “Atineres”

Intervista a Ruggero: alla scoperta di “Atineres”
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Non è la prima volta che Ruggero si palesa sulle pagine telematiche di The Soundcheck. Alcuni mesi fa, infatti, abbiamo avuto il piacere di avere in anteprima “HEY!”, il “finale” di una serie “mini musical”, se così possiamo definirla, che prende il nome di “Atineres”.

“Atineres” è anche il titolo del secondo album di Ruggero e il suo sottotitolo, “Questo film che si chiama vita”, rappresenta in maniera lampante quello che l’artista ha realizzato: un film musicale che, volente e nolente, rappresenta passaggi fondamentali della sua vita e nei quali possiamo rivedere anche i nostri gesti e le nostre gesta.

Un album con un fil-rouge particolare, dunque, ma che si domostra solido, intelligente, ironico e interessante. Ne abbiamo parlato col diretto interessato.

Ciao Ruggero, benvenuto su TheSoundcheck! Raccontaci un po’ di te, del tuo percorso artistico e soprattutto del perché di questo nome d’arte.

Ciao e grazie della chiacchierata! La mia storia si divide in un periodo a.R. e un d.R. (avanti Ruggero e dopo Ruggero). Prima ero un ragazzo della provincia di Cremona abbastanza timido, che si costruiva dei mondi in cui evadere; poi, una volta trasferitomi a Firenze all’età di 19 anni, conobbi un amico che un bel giorno cominciò a chiamarmi Ruggero solo perché diceva che questo nome stava bene con la mia faccia. Da lì tutti gli amici e in seguito le nuove conoscenze presero nel giro di pochi giorni a chiamarmi così. All’inizio fu un dramma per me ma poi volli “approfittarne” perché capii che questo mio alter ego aveva la forza di trasmettere agli altri i mondi di cui ti parlavo prima. Quindi eccomi qua, un po’ entertainer, un po’ compositore, molto sognatore!

Ruggero durante un concerto
È da poco uscito “Atineres (Questo film che si chiama vita)”, il nuovo disco. Un album particolare, dato che tutti i brani hanno un filo conduttore. Questa scelta oggi non è poi così comune. Come è nato “Atineres”?

Il fatto che non sia una scelta comune per me è un complimento, non perché bisogna per forza essere i “diversi”, ma perché l’arte prolifica con l’originalità e non con il conformismo. Vengo da una web serie musicale omonima che avevo la necessità di integrare con un lavoro prettamente discografico. In altri termini, la musica da sola poteva raccontare la stessa storia, ma in una chiave nuova. Anzi ti dirò: io credo che questo lavoro, attraverso la struttura che gli abbiamo dato, descriva con ancor più chiarezza e poesia questo viaggio alla ricerca della serenità. Anche i primi ascoltatori me lo hanno confermato.

Sette brani per una intro sei “Ciak”, che sono una sorta di “Introduzione agli episodi”. Un po’ teatro, un po’ cinema…

Atineres nasce come progetto in cui la musica e i video-episodi hanno uguale importanza. Per creare l’album, mancando la parte visiva, ho pensato di inserire all’inizio la voce del regista e del cameraman, per poi registrare me stesso che nella sua intimità al pianoforte ti racconta cosa stai per andare ad ascoltare, cercando il più possibile di fartelo anche vedere. Ho fatto spettacoli in teatro, sto lavorando a piccoli progetti cinematografici ma resto un musicista che cerca di utilizzare tutta l’arte che c’è a disposizione per raccontare storie.

Guarda tutta la serie “Atineres” di Ruggero
Hai anticipato l’uscita dell’album pubblicando i video dei sette brani “principali”. Praticamente le canzoni sono diventate quasi degli episodi di una narrazione. Come è nata quest’idea?

Non è nata a tavolino. Avevo questi sette brani pronti e mi sono accorto che disposti in un certo ordine raccontavano la mia storia degli ultimi anni, un percorso umano più che altro, quello che dall’essere ragazzino ti proietta nel mondo degli adulti. Partendo da questa premessa si è scatenata tutta la goduria che nasce in me quando c’è da creare storie. Chiamai subito il mio regista Piero Torricelli e gli dissi che dovevamo fare una serie… musicale!

Quanto è durato il processo di scrittura dell’album? C’è stata qualche canzone che ha subito cambiamenti tali da essere in un certo senso stravolta?

Non saprei rispondere, è un album nato negli anni e soprattutto nato da tappe della mia vita, le stesse tappe che si vedono nel cammino dell’episodio 1. Per esempio, penso di avere scritto “Noia da 10” ancora prima di pubblicare il mio primo album “La gente mi chiama Ruggero” del 2019. L’unica canzone che ha fatto un po’ la parte di Frankeinstein è stata “Pirandello”: ho ripreso un vecchio testo e ho stravolto totalmente ritmo, melodia e armonia. Peraltro inizialmente si intitolava “Questo film che si chiama vita”, come il sottotitolo dell’album, perché le canzoni sono come le parti del maiale: non si butta via niente.

Ascolta l’album su Spotify
Una cosa che ti piace del mondo e una che invece ti fa imbestialire?

Mi esalta da morire la conoscenza di alcune persone con cui si creano alchimie e intese inspiegabili, adoro banalmente alcuni paesaggi… come spesso dico, mi innamoro di attimi. Mi fa imbestialire un lato dei social: quello che la gente usa per parlare a sproposito e senza le dovute conoscenze. Ultimamente mi capita spesso di aprire Facebook e provare un senso di nausea. Penso che dovremmo parlare un po’ di meno e ascoltare molto di più.

Ultima domanda, un po’ marzulliana ammetto: quanto c’è di Ruggero in Filippo e quanto c’è di Filippo in Ruggero?

Marzullo è un personaggio che mi ha sempre divertito! Entrambe le anime si aiutano a vicenda. Forse però c’è più di Filippo in Ruggero, perchè Filippo ha più cuore. E il cuore resta sempre al primo posto nella mia scala di valori.

a cura di
Andrea Mariano

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Andrea Mariano

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