L’ultimo album di Achille Lauro “1990” sembra una barzelletta raccontata male

L’ultimo album di Achille Lauro “1990” sembra una barzelletta raccontata male
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Quando penso al nuovo album 1990 di Achille Lauro, o meglio del prodigio del costume moderno (vedi Sanremo) questa è la situazione che mi sembra descriverlo meglio: avete presente quando vi trovate davanti la classica persona che tenta di raccontarvi una barzelletta riciclandola nei suoi più reconditi ricordi?

Dai, parlo di quelle situazioni in cui l’amico che si sente in disparte tenta questo colpo geniale nel pieno di una cena d’estate. Quasi sempre il finale tragico di questi atti alla Braveheart si presenta sotto forma di risate di compiacimento e sguardi che si incrociano senza parlare, ma che raccontano in silenzio il disagio del momento.

Ho sempre apprezzato il coraggio di Achille Lauro, la sua voglia di sperimentare ha portato una ventata di freschezza nel panorama invecchiato dagli abiti dismessi del Festival della canzone italiana e non solo. Ha fatto alzare dalle sedie generazioni invecchiate dalle “troppo melense” sinfonie appartenute al festival italiano per eccellenza.

A mio avviso l’unica colpa, in riferimento al nuovo album è stata quella di mischiare il proprio ego, cercando di lasciare un segno in un’epoca che è di “tutti e di nessuno”, ad una coscienza leggera, pensando di poter toccare tutto come un moderno “Re Mida”. La difficoltà di voler trasformare tutto in oro però è pari al rischio di cadere nel fondo del mare delle banalità, dove metalli pesanti e denti che brillano non galleggiano a lungo.

Per i nostalgici della bellezza targata VHS gli anni ’90 non sono un’epoca passata, sono un sentimento

Netflix ha addirittura ampliato questo amore alle generazioni nate dopo il nuovo anno zero (2000) e i richiami musicali di quell’epoca hanno influenzato molto le ultime uscite discografiche.
Achille Lauro dopo l’avventura sanremese ha deciso di puntare tutte le sue fiches sul numero “90”, ma qualunque giocatore sa benissimo che il numero novanta non è presente nei tavoli da gioco.

È una scommessa quasi impossibile quella del giovane performer targato “Gucci”.

A mio avviso Achille Lauro ha puntato tutto su questa giocata come farebbe un giovane ricco e spocchioso, inebriato dallo champagne della riviera ligure. La scelta di esaltare la figura femminile è del tutto esasperata, forzata ed esagerata.

La femminilità, come la libertà sessuale, non sono dei concetti da indossare sotto il tendone di un circo. Riconosco in lui una volontà e una sensibilità nell’affrontare certi temi, ma l’esagerazione non regala un’anima alle battaglie che sanguinano dietro questi importanti concetti.
Quando ci si siede sul trono dei personaggi influenti non bisogna dimenticare che la corona porta con sé anche l’ardua responsabilità di educare le nuove generazioni.

Abbiamo bisogno di moderni Gino Paoli per poter riportare al mondo un po’ di quel sano equilibrio che è andato perduto quando abbiamo iniziato a credere che l’amore fosse fuori moda

Oggi è un venerdì di protesta, ma cercheremo di essere buoni perché in fondo l’estate sta quasi finendo e questo caldo asfissiante tra un po’ lascerà spazio a temperature che ci renderanno tutti più pazienti verso il genere umano. Quindi chiudo dicendo che ad un artista possono essere perdonati “picchi” di genialità impopolari, perché in fondo è sempre la voglia di rischiare che rende il panorama artistico innovativo e mai scontato.

Achille Lauro è un poeta con la passione per la trap, ma personalmente lo preferisco quando ci regala perle al sapore di amori perduti. Con i suoi possibili errori vocali, e con il suo autotune strillato da chitarre elettriche, a Sanremo ci aveva fatto sognare, perché in fondo era uno di noi. Uno che ce l’aveva fatta “nonostante tutto” e non “grazie a tutto”.

Achille torna indietro sui tuoi passi, facci ancora credere che tutto sia possibile, senza prendere in prestito una bellezza che ti appartiene già.

a cura di
Alessandro Di Domizio

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