“Io+Kiara”: il romanzo d’esordio di Alessandro Di Domizio

“Io+Kiara”: il romanzo d’esordio di Alessandro Di Domizio
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Ci sono libri che sono esattamente il viaggio di cui abbiamo bisogno e poi ci sono persone nate con il dono di saper riempire pagine e pagine, trasformando flussi di pensieri (spesso contorti e disordinati) in parole che magicamente, una volta messe nero su bianco, diventano una vera e propria storia da raccontare e in cui è possibile perdersi e allo stesso tempo ritrovarsi. Stiamo parlando di Alessandro Di Domizio e del suo primo romanzo: Io+Kiara.

Alessandro ha scelto la strada dell’auto-pubblicazione su Amazon, e con questo suo libro d’esordio a distanza di pochissime settimane dall’uscita è già protagonista stabile in diverse classifiche, come quella delle novità più interessanti e quella dedicata alla narrativa femminile.

Ad oggi, decidere di scrivere un libro e mettersi in gioco in questo campo (considerando il panorama editoriale attuale e la difficoltà di farsi strada al suo interno) è un vero e proprio atto di coraggio, caratteristica che ad Alessandro non manca perché non ha deciso solo di raccontare una storia particolare e completamente distante dai classiciesordi“, ma soprattutto perché senza paura ha scelto di affrontare tematiche delicate ed esperienze di vita di cui spesso abbiamo paura di parlare, leggere, sapere e capire. Alessandro invece, con una delicatezza e una sensibilità fuori dal comune, ha scelto di raccontarcele una ad una.

Più che un romanzo d’esordio Io+Kiara ha tutta l’aria di essere a tutti gli effetti un libro nato da una penna matura e consapevole. La trama del libro, oltre che a riportarci indietro ad un’estate del 1998 in un tempo totalmente distante da quello in cui viviamo oggi, svela alcuni piccoli dettagli che lasciano percepire un senso di smarrimento della protagonista che non ha un piano ma ha sicuramente voglia di evadere dai suoi spazi, forse troppo stretti e di farlo in tutti i sensi possibili.

L’autore sceglie di lasciare il lettore con una domanda:
Passiamo la vita rincorrendo persone per sentirci speciali e luoghi fantastici per cercare riparo, senza mai chiedere a noi stessi la cosa più importante: quanto costa essere normali?

Come dargli torto? Ecco cos’ha raccontato a noi invece.

Eccoci qui! Amo gli inizi ed è proprio per questo che vorrei dare il via a questa chiacchierata facendo una sorta di salto indietro nel tempo. “Io+ Kiara” segna il tuo esordio, ma immagino che la passione per la scrittura non sia nata con questo primo libro. Cosa e quanto c’è dietro la tua penna? Hai un ricordo legato alla prima volta in cui hai preso carta e penna e ti sei detto: “Adesso scrivo…”?

Non ricordo un punto “zero”, a dire il vero. Di sicuro ricordo tutte le volte che sono sceso sotto lo zero e non intendo per circostanze di temperatura. Ho sempre avuto un’esigenza nel dover esternare pensieri, stati d’animo e prese di coscienza come fossero ancore. Chi si perde spesso sa a cosa mi riferisco. Non ho mai pensato di voler scrivere per essere letto da altre persone. Diciamo che l’inizio di tutto corrisponde ad un punto “fine”, uno di quelli di non ritorno. Parliamo di circostanze, di scelte. Parto sempre al contrario, nella vita e nella scrittura. Parto sempre in ritardo, senza sapere dove andare, ma alla fine mi ritrovo. E ogni volta che lo faccio sono di nuovo al punto in cui tutto inizia, io sono il mio punto zero.

Se dovessi descrivere il ruolo che ha la scrittura nella tua vita e ciò che rappresenta per te, quali parole useresti?

Hai presente quando ritrovi in un cassetto quella t-shirt comprata da bambino, di quelle che non ricordi in quale occasione sia stata presa, ma dalla quale non ti separeresti mai? Ecco io è così che immagino la scrittura. Lei è li che ti guarda, chiusa in un cassetto. Ogni tanto la prendi e ti accorgi che non ti sta più bene, altre volte la prendi e ne senti il profumo che ti ricorda cose passate. La scrittura è una maglia stretta, di cui, ad oggi, non potrei mai fare a meno.

Torniamo a “Io+Kiara”, il tuo primo romanzo. Decidere di scrivere un libro è di per sé un atto di coraggio, oltre che un duro lavoro perché prima di arrivare al fatidico “ultimo punto” c’è un vero e proprio percorso ad ostacoli tra revisioni, correzioni ecc ecc. Raccontaci un po’ com’è nato il titolo con questi caratteri particolari e com’è nata la storia. Ci sono stati molti cambiamenti durante la stesura o hai avuto un’idea chiara su tutto sin da subito?

Ho passato dei momenti particolari nella mia vita, che mi hanno fatto analizzare gli avvenimenti e le persone, in maniera del tutto diversa. Momenti che hanno modificato per sempre il mio modo di vedere le cose. Sono alla continua ricerca del poter sperimentare, vivere situazioni che non mi appartengono e viaggiare indossando scarpe che non siano mie. Io+Kiara è nato cosi, almeno in parte.

Ho iniziato a scrivere questo libro nel 2017, o per meglio dire ho messo le fondamenta per quello che sarebbe stato il mio primo “atto di coraggio”. Sono un eterno timido e benché ami danzare al centro dell’attenzione, faccio non poca fatica a condividere quello che davvero filtra il mio stomaco. Sentivo l’esigenza di vivere una situazione mai vissuta, un qualcosa che non portasse i miei colori. Quindi ad un certo punto ho gettato nel cestino tutto quello che avevo scritto, e nel 2020 ho iniziato scrivere Io+Kiara.

Sono un eterno ritardatario, e se non fosse stato per le persone che mi circondano, probabilmente sarei ancora nel pieno di correzioni e riletture. Ma alla fine un romanzo è come la vita, non sarà mai perfetto, e non sarà mai quello che avresti voluto, per questo ad un certo punto, senza ma e senza se, bisogna donarlo agli altri. La scelta della copertina parte dal mio cercare di immergere il lettore nella storia, senza raccontare nulla di specifico. Chi l’ha letto sa di cosa sto parlando, almeno credo.

BOOK-TRAILER IO+KIARA
Leggendo la trama, emergono alcuni dettagli: si parla al femminile e si fa un tuffo nel passato, precisamente ad un’estate di fine anni 90. Due scelte particolari. Ci racconti qualcosa a tal proposito, considerando l’abisso che divide il mondo attuale da quello di quell’epoca e soprattutto il voler mettersi nei panni di una donna…?!

Io sono nato negli anni ottanta, e chiunque abbia visto i natali in quell’epoca conosce la profonda passione e malinconia che irradiano gli anni novanta. Inoltre avevo voglia di raccontare un viaggio senza la necessità di menzionare i più moderni supporti tecnologici, senza calpestare tutto il mondo social. Volevo raccontare qualcosa che avesse il profumo di semplicità, di frasi scritte a penna su biglietti carta, e di pensieri che rimangono propri.

Volevo raccontare una condivisione, perché una storia è fatta anche di quello, ma volevo che andasse oltre uno schermo luminoso. Nella storia mi sono messo nei panni di una donna, per la precisione una giovane ragazza adolescente. Giovane ma tutt’altro che piccola. Racconto il viaggio di una piccola “donna”, un’anima che vive con dei mostri che abitano nella sua anima, e con dei problemi legati al “disagio” che portano certe malattie mentali.

Ho deciso di non dare un nome alla protagonista, volevo rendere massima l’empatia del lettore verso verso la storia. In fondo siamo tutti la storia di qualcuno, Mettersi nei panni di una donna, per di più adolescente, non è stato facile. Ho cercato di non emulare nessun comportamento, ho solo lasciato viaggiare la mia fantasia e alla fine del viaggio mi sono accorto di non aver vissuto “letteralmente” la sua vita, ma di aver indossato i suoi vestiti lungo il racconto.

Sempre a proposito della trama, mi ha colpito particolarmente l’ultima frase che lascia e lancia un interrogativo al lettore: “Passiamo la vita rincorrendo persone per sentirci speciali e luoghi fantastici per cercare riparo, senza mai chiedere a noi stessi la cosa più importante: quanto costa essere normali?” Qual è la tua risposta/riflessione a questa domanda?

Credo che la più grande crisi interiore degli ultimi tempi sia la rincorsa affannata verso qualcosa. Certo, tutti abbiamo un sogno, un amore, un luogo da voler raggiungere ed è giusto che sia così, ma un conto è camminare, un altro è correre. Nella corsa spesso ci perdiamo tutto ciò che passa ai lati della strada, e alla fine non ci soddisfa neanche l’arrivo. La vita, la società, le persone, ci spingono a sentire l’esigenza di creare qualcosa che sia “normale”, qualcosa a cui aggrapparsi quando il mare si fa mosso. Ma quanto ci costa questo essere normali?

Se dovessi estrapolare un messaggio dalle tue pagine, un qualcosa che vorresti fare arrivare al lettore o semplicemente un motivo per leggerti, quale sceglieresti?

C’è una frase che ho scelto come quarta di copertina, che mi rappresenta e fotografa perfettamente il mio pensiero. Il mio è un libro per gli ultimi, per quelli che partono in ritardo, per tutte le persone non arrivano dove vorrebbero, ma che comunque ci provano. “In fondo gli ultimi non sono sempre quelli che arrivano tardi, spesso sono semplicemente quelli che partono dopo, quando smette di piovere”

A poche settimane dall’uscita il tuo libro è presente in diverse classifiche Amazon, che effetto fa essere nella classifica dei libri più venduti con un romanzo d’esordio?

Lo stesso effetto di quando arrivavo a scuola in orario, per sbaglio, e guardandomi attorno mi chiedevo: “Ma cosa ci faccio qui?”. Solo che oggi sento di essere in un mondo che mi appartiene, dove non esistono “compiti” ma “viaggi da affrontare”, e leggere il mio nome in una classifica di autori, che lo fanno per mestiere, mi ha fatto emozionare e sognare. Non sono bravo a parlare di me stesso, per questo lo faccio nei libri, ma una cosa posso dirla: “Non smettete mai di sbagliare, di cancellare, di iniziare di nuovo, perché bisogna sempre un po’ perdersi per trovarsi.

Ultima domanda: cosa auguri a te stesso dopo questo primo grande passo? Hai già nuovi progetti in cantiere?

La prima cosa che auguro a me stesso è di inviare in tempo le domande per questa intervista, perché ho una smodata bravura nel perdere tempo (ma penso di averlo già detto). Per il resto spero di continuare a vivere come ora, nella costante corsa di chi non sa dove andare, nel tempismo perfetto di chi sceglie quasi sempre la cosa sbagliata, e nell’esigenza di dover scrivere per vivere vite che non mi appartengono, ma che in fin dei conti mi calzano, anche se fossero strette come quella t-shirt che adoravo da bambino (cit). Sto già lavorando al secondo libro, e forse per fine anno potrebbero esserci delle novità molto importanti.

a cura di
Claudia Venuti

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Claudia Venuti

Claudia Venuti nasce ad Avellino nel 1987, a 14 anni si trasferisce a Rimini, dove attualmente vive e lavora. Oltre ad essere il responsabile editoriale della sezione musica di TheSoundcheck, è responsabile dell’area letteratura dell’ufficio stampa Sound Communication. Studia presso la Scuola Superiore Europea di Counseling professionale. Inguaribile romantica e sognatrice cronica, ama la musica, i viaggi senza meta, scovare nuovi talenti e sottolineare frasi nei libri. Sempre alla ricerca di nuovi stimoli, la sua più grande passione è la scrittura. Dopo il successo della trilogia #passidimia, ha pubblicato il suo quarto romanzo: “Ho trovato un cuore a terra ma non era il mio” con la casa editrice Sperling & Kupfen del Gruppo Mondadori.