Oscar 2022: i top e i flop della Notte del Cinema

Oscar 2022: i top e i flop della Notte del Cinema
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Una Notte un po’ discussa e chiacchierata, quella di questi ultimi Oscar 2022. La cerimonia si è tenuta domenica 27 marzo a partire dalle ore 20, facendo finalmente ritorno a casa, al Dolby Theatre, a cui gli ospiti hanno potuto accedere previo tampone. La 94esima edizione degli Academy Awards ha saputo regalarci gioie ed emozioni, ma le polemiche non sono di certo mancate, come ormai da tradizione in ogni edizione degli Oscar che si rispetti. In questo articolo a quattro mani, Alessandro e Maria Chiara ci parlano, dunque, dei momenti più significativi della cerimonia, ponendo l’accento anche su qualche scivolone avvenuto nel corso della serata.

Si respira sempre un’atmosfera un po’ speciale durante la Notte degli Oscar, che rappresenta forse, nell’immaginario collettivo, l’evento del Cinema per eccellenza. La cerimonia è stata preceduta, come sempre, dal lungo Red Carpet, dove le star hanno sfilato indossando i capi più prestigiosi delle più importanti case di moda.

Dea e protagonista della serata è stata sicuramente Jessica Chastain, ma anche Ariana DeBose e Kirsten Dunst, vestite entrambe in rosso, hanno brillato, lucenti, sulle passerelle. Il look maschile della Notte del Cinema se lo aggiudica invece il solito Timothée Chalamet, indossando una giacca con ricami in paillettes firmata Louis Vuitton, portata con sicurezza a torso nudo

Timothée Chalamet

Ma ecco, dopo due ore di attesa, ha finalmente inizio la cerimonia. Le luci si spengono, cala il silenzio, e il sipario si alza su quel palco che chiunque conti davvero ad Hollywood ha, almeno una volta nella vita, calcato

Cosa ricorderemo degli Oscar 2022? I best moments
L’omaggio al Cinema dell’Academy

Un momento molto bello e significativo è stato sicuramente l’Omaggio al Cinema, realizzato dall’Academy nel corso di questa 94esima edizione.
Una celebrazione per ricordare a tutti che il Cinema parla di questo. Che esso è fatto di immagini, storie e personaggi, ma che racchiude anche passione ed emozioni. 

Un omaggio al Cinema e alla sua Storia, realizzata mostrando in diretta, in vari momenti della serata, clip tratte da film importanti per il mondo cinematografico. Il 30esimo anniversario di “Chi non salta bianco è”. I 60 anni della saga di James Bond e i 50 del Padrino. O anche i 28 di “Pulp Fiction”, proprio nel giorno del 59esimo compleanno di Quentin Tarantino.

Insomma, tanti film, tanti personaggi da celebrare, a cui è stato reso omaggio invitando i protagonisti delle pellicole in questione a salire sul palco, per annunciare i vincitori di alcune categorie.

Il momento più bello? Sicuramente quello con Uma Thurman, Samuel Jackson e John Travolta che, accompagnati dall’inseparabile valigetta, vi hanno sbirciato per un’ultima volta dentro. La luce è comparsa, come da copione,  e con essa anche una busta, contenente il nome del vincitore per l’Oscar al Miglior Attore Protagonista
Semplicemente geniale!

Il toccante discorso di Troy Kotsur

In una serata piuttosto povera di emozioni, uno dei momenti più belli e toccanti dell’intera cerimonia è stato il discorso di Troy Kotsur, premiato come miglior attore non protagonista per il suo ruolo di Frank Rossi in CODA – I segni del cuore. Troy Kotsur è diventato così la seconda persona non udente nella storia a vincere un Oscar per la recitazione, dopo la vittoria di Marlee Matlin nel 1986 per Figli di un Dio minore. Matlin che, proprio in CODA, interpreta Jackie, la moglie di Frank.

La statuetta non è mai stata in discussione, grazie a una performance intensa ed emozionante che lo ha visto trionfare sugli altri candidati: Ciaran Hinds per Belfast, J. K. Simmons per A proposito dei Ricardo, Jesse Plemons e Kodi Smith-McPhee per Il potere del cane.

Troy Kotsur è poi salito sul palco del Dolby Theatre per ritirare il premio. Una volta ricevuta la statuetta da Youn Yuh-Jung, vincitrice l’anno scorso per la sua interpretazione in Minari, ha poi dovuto restituirla momentaneamente nelle mani della collega per poter fare il suo discorso nella lingua dei segni.

L’attore ha elogiato l’Academy per aver, finalmente, dato la giusta visibilità all’intera comunità sordomuta, sottolineando l’incredibile successo che il film ha avuto in tutto il mondo. Kotsur ha quindi dedicato la vittoria alla comunità CODA (Children Of Deaf Adults) e a quella dei disabili. “Questo è il nostro momento!”.

Troy Kotsur

L’attore ha poi rivolto un pensiero a tutti i palcoscenici per non udenti dove ha avuto la possibilità di esibirsi nel corso della sua vita, migliorando sempre di più le sue doti attoriali. In seguito, nel momento forse più toccante del suo discorso, ha ringraziato la moglie e la figlia e ha omaggiato il padre, definendolo un eroe.

“Nella mia famiglia il più bravo nella lingua dei segni era mio padre, ma ha avuto un incidente d’auto ed è rimasto paralizzato dal collo in giù, e quindi non ha più potuto esprimersi attraverso i segni. Papà, ho imparato tantissimo da te, ti vorrò sempre bene, sei il mio eroe. Grazie ai miei fan più accaniti: mia moglie, mia figlia Kyra e la mia città Mesa, in Arizona”.

Troy Kotsur

Durante il suo discorso, ha poi rivolto un pensiero alla regista Sian Heder, ringraziandola per l’impegno profuso nella realizzazione del film e, soprattutto, per aver rappresentato un ponte essenziale tra la comunità sorda e quella degli udenti.

“Di recente ho letto un libro di Steven Spielberg, che sostiene come la definizione migliore per un regista sia “un esperto comunicatore”. Sian Heder, sei il miglior comunicatore di sempre, e la ragione per cui lo sei è che hai messo insieme il mondo sordo e quello non sordo. Sei il nostro ponte, e il tuo nome resterà sempre su quel ponte, il Sian Heder Bridge, qui a Hollywood”.

Troy Kotsur

Al termine del suo intervento, Kotsur recupera la statuetta dalle mani di Youn Yuh-Jung, rimasta per tutto il tempo a guardare con tenerezza e ammirazione il neo-premio Oscar, e rivolge un altro grande saluto e ringraziamento all’Academy. Tutti i presenti al Dolby Theatre si esibiscono in un lungo e commovente applauso nella lingua dei segni, destinato a rimanere scolpito nella storia degli Oscar.

La componente musicale 

Un altro elemento che funziona sempre durante la cerimonia – e che anche quest’anno non è venuto di certo a mancare – è la consistente presenza musicale.

E’ tradizione, infatti, che ogni candidato all’Oscar per “La Miglior canzone originale” si esibisca sul palco del Dolby Theatre, nel corso della serata, facendo divertire il pubblico e gli spettatori da casa. Un momento davvero unico che, anche attraverso balli, costumi e scenografie, riesce ad intrattenere e a spezzare un po’ il ritmo della cerimonia. Quest’anno le canzoni candidate che abbiamo visto esibirsi sono state, in ordine: 

  • “Be Alive”, di Beyonce
  • “Dos Oruguitas”, di Sebastián Yatra
  • “Somehow You do”, di Reba McEntire
  • “Down to Joy”, di Van Morrison 
  • “No Time To Die”, di Billie Eilish

Tuttavia non è stato questo l’unico momento musicale di questi Oscar 2022
A metà serata, infatti, è stato allestita una piccola performance sulle note di “We don’t talk about Bruno”, la hit del nuovo film di animazione targato Disney, “Encanto”.

La canzone ha infatti riscosso un successo incredibile, raggiungendo il primo posto nella Billboard Hot 100, alla pari con “A whole new world” (Aladdin), e battendo “Let It Go” (Frozen). La scelta di riproporla durante la serata si è dimostrata, a mio avviso, vincente: con questa mossa, l’ABC ha catturato nuovamente l’attenzione degli spettatori, consentendo loro di rifiatare un pochino, concedendo un attimo di respiro tra il monologo di un presentatore e l’altro. 

I flop della serata (che non scorderemo facilmente) 

Passiamo ora alle dolenti note, che sì, ci sono state, come ogni Notte degli Oscar che si rispetti e che appaiono ormai come una sorta di tradizione, consolidata nel tempo.
Tuttavia, dubito che quest’anno ci dimenticheremo facilmente degli scivoloni che ci hanno fatto – e che ci stanno facendo tutt’ora – discutere a gran voce. 

Will Smith vs Chris Rock

Partiamo ora dal caso shock della serata. Quello di cui tutti i giornali hanno fatto un gran parlare, e che è diventato a tutti gli effetti, purtroppo, il momento più rilevante di questi Oscar 2022. O, per lo meno, quello che ha richiamato su di sé tutta l’attenzione mediatica possibile e immaginabile, da parte del pubblico e della stampa. 

Diciamolo, sembra proprio che dalla “figuraccia di La La Land”, sull’Academy gravi una potente maledizione, che non le consente mai di realizzare una cerimonia tranquilla e senza intoppi

Dedichiamo ora qualche riga al “caso Smith vs Rock”.
Siamo a metà cerimonia. 
Molti premi sono già stati consegnati, ma i vincitori più importanti sono ancora lì, pronti per essere annunciati.

Chris Rock sale sul palco, e inizia a scherzare con il pubblico, com’è solito fare. Ad un certo punto, la sua attenzione si concentra su Jada Pinkett Smith, moglie di Will, a cui rivolge la seguente battuta: “Jada, ti voglio bene. Soldato Jane 2, non vedo l’ora di vederlo!”.
Parole indelicate, e di un certo peso, rivolte ad una persona che da anni soffre di una malattia chiamata alopecia, che le provoca numerosi disagi. Una battuta infelice, che però si colloca pienamente in quell’humor più volte proposto agli Oscar, durante la cerimonia.

E infatti tutti ridono, compreso Will Smith, che subito non si accorge del disagio provato dalla moglie. Quando però si volta a guardarla la reazione arriva, e potente. Smith si alza, si dirige sul palco, verso Chris Rock, e lo colpisce in volto.
La sala scoppia a ridere, il pubblico non ci dà peso. Tutti pensano a una gag, a uno sketch programmato per far ridere. 

Ma le risate si spengono di botto quando, tornato al suo posto, Smith urla in direzione di Rock, a pieni polmoni: “Tieni il nome di mia moglie fuori dalla tua fottuta bocca”. 

Al Dolby cala il gelo, ma Chris Rock si riprende e riesce a procedere con la cerimonia.
Successivamente accadono tante cose. Denzel Washington e Bradley Cooper prendono da parte Smith, durante la pausa e cercano di calmarlo.

Smith riceve l’Oscar, tra le lacrime (di vergogna), e tiene un discorso che lascia parecchio perplessi. Parla di amore, di quel tipo d’amore per la sua famiglia, che è cura e attenzione. “L’amore fa fare cose folli.”, ha dichiarato. 
Beh, Will, non sono proprio queste le parole che avrei utilizzato. Le parole possono essere fraintese, e a queste può essere dato un significato molto sbagliato, poiché ci sono dei limiti oltre i quali anche l’amore non può spingersi. 

Smith si è scusato poi con l’Academy, mentre le scuse a Rock sono arrivate solo assieme a quelle ufficiali, pubblicate lunedì 28 marzo. Il comico ha deciso di non sporgere denuncia, affermando, riguardo a quanto avvenuto, che “non è stata la prima volta e non sarà l’ultima”. 

Tuttavia la situazione non sembra in procinto di calmarsi. Nelle ultime ore sono state firmate petizioni che chiedono a gran voce la revoca dell’Oscar a Will Smith e la sua espulsione dall’Academy stessa

“Chiedo all’Academy, di cui sono membro, di intraprendere un’azione disciplinare contro Will Smith. Ha disonorato la nostra intera comunità stasera.”, sono state queste le parole, espresse su Twitter, da Marshall Herskovitz, presidente emerito della “Producers Guild of America”, un’associazione che rappresenta produttori televisivi, produttori cinematografici e produttori di nuovi media negli Stati Uniti. 

Nelle ultime ore, l’Academy ha ribadito fermamente, con un apposito tweet, che “non perdona la violenza in nessuna forma”. 
Una situazione, dunque, ancora bollente, che non sembra intenzionata a calmarsi. 

Cosa possiamo dire in merito? 

Ritengo che la reazione di Smith si commenti da sola. Il suo gesto rappresenta una forma di violenza, trasmessa in mondovisione, contro la quale non si ci può non schierare e che porta inevitabilmente l’attore dalla parte del torto. Nessuna forma di amore può giustificare un atto di violenza. Nessuna forma di violenza può essere tollerata. 

E per quanto le tue intenzioni potessero essere nobili, mi dispiace Will, stavolta hai decisamente toppato.
Questa serata rappresenta sicuramente il momento più alto e, al contempo, più basso della carriera dell’attore. Una serata che probabilmente avrà conseguenze pesanti sul suo futuro. Una serata trasformatasi in un incubo, che dubito che Will Smith dimenticherà facilmente. 

Citando il monito di Denzel Washington: “Nel tuo momento più alto fai attenzione: è allora che il diavolo arriva”. 
Ed è proprio questo ciò che è avvenuto. 

La conduzione tutta al femminile non convince a pieno

Adesso volgiamo lo sguardo verso la conduzione della cerimonia. Al timone della novantaquattresima edizione degli Academy Awards, per la prima volta nella storia, ci sono state tre donne: Regina Hall, Amy Schumer e Wanda Sykes. Tre attrici comiche a cui è stato affidato un compito per nulla semplice, ovvero quello di guidare uno show che, nelle ultime edizioni, aveva fatto registrare un calo significativo degli ascolti.

Negli ultimi anni, infatti, la cerimonia ha visto diminuire vertiginosamente lo share e l’affezione del pubblico. L’edizione del 2021, per esempio, ha fatto registrare il dato più basso di sempre, conseguenza di una tendenza negativa iniziata nel 2015, quando a condurre la serata c’era Neil Patrick Harris.

Rispetto all’edizione 2020, infatti, quella del 2021 ha riportato un calo del 58% di share e ben 13 milioni in meno di spettatori. Per ritrovare un’edizione ottimamente condotta e dagli alti ascolti, dobbiamo tornare indietro al 2014, quando Ellen Degeneres raccolse ben 43,7 milioni di spettatori davanti alla televisione.

Dopo le ultime tre edizioni caratterizzate dall’assenza di un vero e proprio conduttore, ecco che quest’anno l’Academy ha deciso di tornare alla tradizione. Per farlo ha chiamato Amy Schumer, Wanda Sykes e Regina Hall, nel tentativo di rivitalizzare un evento che sembra oramai aver perso ogni tipo di attrazione.

Le tre attrici hanno inaugurato la serata con una buonissima serie di battute taglienti e pungenti, indirizzate proprio all’Academy, ponendo la lente d’ingrandimento sulla disparità salariale tra uomo e donna e su argomenti socialmente rilevanti, come il sessismo e il razzismo.

Durante il monologo iniziale, infatti, le tre comiche hanno ironizzato sulla loro presenza sul palco, scherzando sul fatto che sono state assunte “perché è più economico che assumere un uomo”. In seguito, tirando in ballo il film King Richard – Una famiglia vincente, Regina Hall ha affermato: “dopo anni in cui Hollywood ha ignorato le donne, finalmente abbiamo un film sull’incredibile padre delle sorelle Williams”.

La stessa Regina Hall ha poi spostato l’attenzione sul tema del razzismo, ingaggiando con Amy Schumer uno sketch pungente. Regina Hall ha affermato di essere molto fiera di rappresentare le forti e orgogliose donne nere, al che Amy Schumer ha risposto: “e io sto celebrando le insopportabili donne bianche che chiamano la polizia quando fai un po’ troppo rumore”. Insomma, le tre attrici non hanno risparmiato nessuno, ma dopo l’ottimo monologo iniziale, gli sketch successivi sono risultati alquanto stucchevoli.

La conduzione tutta al femminile ha cercato di donare brio e freschezza, ma il risultato non è stato confortante, complice un’annata cinematografica non particolarmente esaltante e anche a causa di alcuni sketch al limite del cringe, come il momento in cui Wanda Sykes, Regina Hall e Amy Schumer sono salite sul palco travestite, rispettivamente, da Richard Williams, Tammy Faye e Spider-Man.

Nonostante una conduzione non del tutto convincente, la cerimonia ha segnato un + 56 % rispetto alla passata edizione, toccando la quota di 15,4 milioni di spettatori, in contrasto con i 10,4 di un anno fa. Si tratta, però, di una magra consolazione, considerando che stiamo comunque parlando della seconda edizione meno vista di sempre nella storia degli Academy Awards, proprio dopo quella della passata stagione.

Dove andare a rintracciare le colpe di questa sempre più evidente disaffezione? Il problema più grande, ormai da anni, riguarda la conduzione della cerimonia. Le ultime annate, prive di un conduttore fisso, hanno evidenziato tutte le problematiche di uno show che non riesce più a svecchiarsi e ad abbracciare un pubblico variegato, soprattutto quello più giovane.

La scandalosa decisione presa dai membri dell’Academy di eliminare dalla diretta ben 8 premiazioni, per poi mostrarle live grazie a delle tristissime clip, sulla carta doveva snellire la cerimonia rendendola più fluida e godibile, nel tentativo di rientrare all’interno delle tre ore. Obiettivo, peraltro, completamente mancato.

Quindi, piuttosto che tagliare vergognosamente 8 premiazioni dalla diretta, non sarebbe meglio puntare su una conduzione davvero all’altezza della storia di questa cerimonia per risollevarne le sorti?

L’eliminazione di alcune categorie 

Ma affrontiamo, dunque, nello specifico questo argomento, che ha generato numerose polemiche, perfino tra gli stessi attori, registi e personaggi di spicco nel settore. Mi riferisco alla scelta insensata dell’Academy di eliminare dalla serata la premiazione di alcune categorie, tra le quali montaggio, scenografia, trucco, sonoro, colonna sonora, cortometraggio documentario, cortometraggio animato, cortometraggio in live action.

Una scelta dettata dall’esigenza, portata avanti dall’ABC, di accorciare la durata della cerimonia per aumentare l’indice di ascolti, che, durante l’edizione precedente, era risultato tra i più bassi di sempre.
Una scelta assurda e insensata per molteplici ragioni: queste categorie vanno a premiare alcuni elementi (come sonoro, montaggio e trucco) fondamentali per la buona riuscita di un film. Lo stesso Spielberg ha criticato aspramente questa scelta.

“Tutti noi facciamo film insieme, diventiamo una famiglia in cui ogni mestiere è indispensabile quanto gli altri. Penso che agli Academy Awards non ci sia above the line e below the line. Siamo tutti sulla stessa linea e diamo il meglio per raccontare le migliori storie possibili.
[…] Se mi guardo indietro e penso ai miei film senza John Williams, “Lo Squalo” avrebbe indossato la dentiera. In West Side Story, quando Tony canta “Tonight” con Maria, senza Adam Stockhausen la canterebbe da una scaletta e lei sarebbe su un’impalcatura, tutto questo in un teatro di posa vuoto. Senza il montaggio tutti i miei film sarebbero solo girato.
Ci uniamo tutti per fare della magia, e mi rattrista che non saremo tutti insieme dal vivo mentre la magia accade. Tutti avranno il loro momento sotto i riflettori. Tutti i vincitori potranno essere mostrati mentre fanno il discorso di accettazione, ma è l’idea che non potremo essere tutti lì…”

Steven Spielberg

Anche molti attori si sono schierati contro questa mossa, come Jessica Chastain, che ha minacciato di boicottare la cerimonia (cosa che poi non è avvenuta). 

La cosa su cui dovrebbe riflettere l’Academy – e che ci auguriamo tutti riesca a fare in futuro – è il modo migliore da adottare per rendere la cerimonia più appetibile. Questo senza arrivare a tagliare categorie per ridurre il minutaggio dell’evento, scelta che si è dimostrata di fatto ugualmente irrealizzabile (dato che la cerimonia è durata come al solito 3 ore e mezza).

La scelta migliore non sarebbe, forse, quella di togliere, ma di aggiungere. Aggiungere categorie, per quanto riguarda quei generi il cui apprezzamento da parte del grande pubblico è ormai consolidato. Quei generi che, per quanto snobbati dagli esperti del settore, fanno bene al Cinema.
E che ci ricordano che il Cinema è anche – e soprattutto – intrattenimento. 

Le Premiazioni 

Passiamo ora in rassegna le principali Premiazioni della serata, analizzando quel momento che chiunque lavori in questo settore sogna da sempre. La consegna dell’ambita statuetta e quel discorso di ringraziamento, capace di commuovere, emozionare e far battere le mani di tutto il mondo. 

CODA trionfa agli Oscar 2022

All’interno di una serata spenta e poco brillante, con una conduzione altalenante e premiazioni alquanto scontate, a trionfare nella categoria più ambita è CODA – I segni del cuore. Il remake americano de La famiglia Bélier, commedia francese del 2014, porta a casa tre Oscar su tre nomination, confermando le previsioni delle ultime settimane che lo davano come favorito numero uno per accaparrarsi le statuette.

La pellicola diretta da Sian Heder ha convinto i membri dell’Academy, che non solo hanno assegnato il meritato premio a Troy Kotsur come miglior attore non protagonista, ma che hanno ritenuto meritocratico attribuirgli persino le statuette per la miglior sceneggiatura non originale e quella, appunto, di miglior film.

Il Cast di CODA

Il film ruota intorno alla diciassettenne Ruby, unica udente all’interno di una famiglia di sordomuti. Ogni mattina, prima di recarsi a scuola, Ruby aiuta suo padre e suo fratello nell’attività di famiglia. I due, infatti, sono pescatori e hanno bisogno della costante presenza di una persona udente a bordo della loro barca per poter svolgere il lavoro in sicurezza.

Ruby, però, nutre una forte passione per il canto che, in seguito all’incontro con un carismatico professore, decide di coltivare. Quando si prospetta la possibilità concreta di inseguire il suo sogno, Ruby si trova davanti a una scelta importante: restare vicino alla famiglia e aiutarla nell’attività o seguire la sua passione per il canto.

L’en plein di CODA, come detto, non è stata una vera e propria sorpresa. L’Academy, infatti, ha dimostrato di aver amato particolarmente questa pellicola, sicuramente toccante e profondamente umana. Giusto, perciò, tramutare in statuetta tutte e tre le nomination ricevute?

Per quanto riguarda il miglior attore non protagonista, l’Oscar a Troy Kotsur risulta sicuramente il più adeguato. L’attore sordomuto ha messo in scena una performance non solo convincente ma incredibilmente emozionante, lasciandosi poi andare a un discorso toccante sul palco del Dolby Theatre.

Se il premio a Troy Kotsur appare più che meritato, non si può dire la stessa cosa per gli altri due. Premiare CODA anche con l’Oscar alla migliore sceneggiatura non originale e al miglior film, infatti, è stata una decisione discutibile.

Sebbene la bravura del cast e la componente emotiva della pellicola non siano in discussione, questi altri due Oscar sono sembrati a dir poco eccessivi, considerando soprattutto gli altri candidati nelle rispettive categorie, tra cui Licorice Pizza, Don’t look up, Drive my car o Il potere del cane.

CODA: l’inclusività che batte la qualità

Non è certo la prima volta che a trionfare nella categoria più importante non sia il film migliore, ma quello che porta in luce tematiche sensibili, socialmente rilevanti e inclusive. Basti richiamare alla memoria l’Oscar assegnato a Moonlight, a discapito del ben più meritevole La La Land, per trovare un esempio recente.

Ciò che si è verificato nella serata del 27 marzo non è altro che l’ennesima prova. Da un lato, quindi, non sorprende che l’Academy abbia fatto trionfare un film come CODA, che affronta con umanità e rispetto il tema dell’inclusività; dall’altro, però, è sempre doveroso ricordare che stiamo pur parlando di Oscar, la massima riconoscenza cinematografica.

Titoli come Licorice Pizza, Drive my car, Don’t look up o Il potere del cane avrebbero nettamente meritato la statuetta, ma come l’Academy ci ha spesso insegnato non sempre trionfa la meritocrazia.

Proprio Il potere del cane era il film più atteso in questa novantaquattresima edizione degli Oscar. Il western (nelle ambientazioni, ma non nello spirito) di Jane Campion aveva ricevuto ben 12 nomination, ma alla fine della serata è riuscito a portare a casa solo l’Oscar per la miglior regia.

Jane Campion

Jane Campion diventa così la terza donna nella storia a ricevere questo riconoscimento, dopo Kathryne Bigelow nel 2010 per The Hurt Locker e Chloé Zhao nel 2021 per Nomadland. Nonostante questa statuetta, non si può negare che il western di Netflix sia stato un vero e proprio flop.

La pellicola, fino a qualche settimana fa, era la favorita numero uno per portarsi a casa la statuetta come miglior film, considerando i riconoscimenti ricevuti ai Golden Globes, ai Bafta e ai Critics’ Choice Awards, ma alla fine si è dovuta arrendere davanti al potere dell’inclusività.

Presentatosi alla cerimonia come possibile mattatore della serata, il film è stato quasi del tutto snobbato, sia a causa di Dune, che meritatamente si è aggiudicato la maggior parte dei premi tecnici, sia a causa di alcune premiazioni discutibili: non solo quella di miglior film, ma anche quella di Will Smith come miglior attore protagonista, che ha avuto la meglio su uno straordinario Benedict Cumberbatch.

I Premi alla Recitazione non riservano sorprese: Jessica Chastain, Ariana DeBose, Troy Kotsur e Will Smith ritirano la statuetta

Parliamo adesso dei quattro premi riservati alla recitazione. Quattro statuette mai messe in discussione, che hanno mantenuto fede alle previsioni della vigilia e confermato quanto si era visto in questa Award Season. Quattro Oscar che rispecchiano perfettamente il tono della serata: prevedibile e senza particolari colpi di scena. Ciò non vuol dire che le statuette assegnate siano immeritate, o almeno non tutte.

Jessica Chastain trionfa come miglior attrice protagonista

La terza volta è quella buona. Jessica Chastain riesce a conquistare l’ambita statuetta alla sua terza nomination, dopo quelle ricevute nel 2012 per The Help di Tate Taylor e nel 2013 per il bellissimo Zero Dark Thirty di Kathryne Bigelow. L’attrice statunitense si è guadagnata l’Oscar grazie al ruolo di Tammy Faye, ricoperto con tanta passione e intensità, nel film Gli occhi di Tammy Faye, di cui Chastain è anche produttrice, diretto da Michael Showalter.

Basato sull’omonimo documentario del 2000, diretto da Fenton Bailey e Randy Barbato, il film mette in scena la vita dei telepredicatori Jim Bakker e Tammy Faye Bakker, raccontando l’ascesa, gli scandali e la rovina di una delle coppie più influenti della televisione americana degli anni ’70 e ’80.

Sebbene il film non spicchi certo per originalità o per una scrittura brillante, dobbiamo dire che la performance di Jessica Chastain è stata superlativa, valendole il primo Oscar della carriera, battendo le colleghe Olivia Colman per The Lost Daughter, Penelope Cruz per Madres Paralelas, Nicole Kidman per A proposito dei Ricardo e Kristen Stewart per Spencer.

Jessica Chastain

Dopo essersi aggiudicata il premio come miglior attrice ai SAG, ai Bafta e ai Critics’ Choice Awards, la vittoria dell’Oscar appariva davvero una pura formalità, insidiata solamente da Kristen Stewart per il suo ruolo di Lady D nel film diretto da Pablo Larrain. Alla fine non c’è stata nessuna sorpresa e Jessica Chastain si è meritatamente aggiudicata la statuetta.

Dopo aver ritirato il premio, l’attrice si è lasciata andare a un bellissimo discorso rivolto a tutte quelle persone che si sentono sole e che hanno perso la speranza. Ricorda come negli Stati Uniti una delle maggiori cause di morte sia il suicidio, una problematica che colpisce sempre più famiglie e anche alcuni membri della comunità LGBTQ+, “che spesso si sentono fuori posto”.

“Chiunque di voi là fuori si sente senza speranza o solo, voglio che sappiate che siete amati incondizionatamente per l’unicità che siete e che rappresentate.”

Jessica Chastain
L’Anita di Ariana DeBose convince l’Academy

Mentre Jessica Chastain è riuscita ad accaparrarsi la statuetta alla sua terza nomination, Ariana DeBose ci riesce al primo colpo, grazie alla sua Anita in West Side Story. Diretta dal grande Steven Spielberg, DeBose si aggiudica meritatamente l’Oscar per la migliore attrice non protagonista, stabilendo un record. Si tratta, infatti, della prima donna di colore e appartenente alla comunità LGBTQ+ a vincere il premio.

Ariana DeBose

Non è tutto, perché questa statuetta sancisce anche un altro importante traguardo: il personaggio di Anita diventa il terzo nella storia a vincere due Oscar. Prima di Ariana DeBose, infatti, a ricevere il riconoscimento per lo stesso ruolo era stata Rita Moreno, protagonista della prima trasposizione cinematografica di West Side Story del 1961.

Ciò era successo solo altre due volte nel corso di ben 94 edizioni del premio Oscar, grazie ai personaggi di Vito Corleone, per cui vennero premiati Marlon Brando nel 1973 (Il Padrino) e Robert De Niro nel 1975 (Il Padrino – Parte II), e del Joker, per cui a ricevere l’Oscar furono Heath Ledger nel 2009 (Il Cavaliere oscuro) e Joaquin Phoenix nel 2019 (Joker).

Proprio a Rita Moreno rivolge un ringraziamento speciale durante il suo discorso: “Mi stai fissando in questo momento e ti sono molto grata. La tua Anita ha aperto la strada a migliaia di Anita come me. Ti voglio così tanto bene!”.

Nella parte conclusiva del suo intervento, Ariana DeBose ha poi rivolto parole di incoraggiamento per tutte quelle persone che stanno faticando a trovare il proprio posto nel mondo.

“[…] Immaginate questa bambina sul sedile posteriore di una Ford Focus bianca. Guardatela negli occhi. Vedete una donna di colore, apertamente queer e afroamericana, che ha trovato la sua forza nella vita attraverso l’arte, ed è questo che credo siamo qui a celebrare. Quindi, a chiunque abbia mai messo in dubbio la vostra identità, non dubitatene mai, mai, mai, […] vi prometto questo: c’è, assolutamente, un posto per noi.”

Ariana DeBose
Troy Kotsur conquista il cuore dell’Academy

Aver ricevuto la nomination al Golden Globe come migliore attore non protagonista rappresentava già un enorme traguardo per Troy Kotsur, per tutto il cast di CODA – I segni del cuore e per l’intera comunità sorda, che finalmente godeva della giusta visibilità.

Egli non vinse il premio in quell’occasione, assegnato a Kodi Smith-McPhee per Il potere del cane, ma da quel momento in poi l’attore sordomuto non ha fatto altro che collezionare premi su premi: uno Screen Actors Guild Award, un Independent Spirit Award, un BAFTA, un Critics’ Choice Award e, infine, il premio Oscar come migliore attore non protagonista.

Troy Kotsur

Kotsur diventa così il secondo sordomuto nella storia dell’Academy a ricevere un Oscar per la recitazione, dopo quello ricevuto da Marlee Matlin nel 1986 per Figli di un Dio minore.

Will Smith e l’Oscar più discusso della serata

Il bruttissimo episodio che ha visto coinvolto Will Smith e Chris Rock è oramai sulla bocca di tutti, su tutte le prime pagine di riviste e giornali e su ogni notiziario televisivo. Lo schiaffo che Will Smith ha rifilato a Chris Rock ha scosso la serata del Dolby Theatre e sta ancora tenendo banco in queste ore all’interno dell’Academy, i cui membri devono decidere se dare un segnale forte dopo ciò che è accaduto, magari ritirando la statuetta che Will Smith ha ricevuto appena tre giorni fa.

In attesa di conoscere i provvedimenti presi dai membri dell’Academy, concentriamoci sull’assegnazione del premio. Will Smith era il vincitore designato fin dai Golden Globe. Ha fatto incetta di premi in questa Award Season e la vittoria dell’Oscar come miglior attore protagonista era una delle più scontate della serata.

Will Smith

Smith, dopo aver ricevuto due nomination nel 2002 per Alì e nel 2007 per La ricerca della felicità, durante la scorsa edizione degli Oscar si è aggiudicato l’agognato premio per il suo ruolo di Richard Williams in King Richard, pellicola che ruota attorno alla figura ingombrante e determinata del padre delle sorelle Venus e Serena Williams.

Come detto il suo Oscar non è mai stato in discussione ma, a differenza degli altri premi per la recitazione citati in precedenza, appare senza dubbio il più discutibile. La categoria di miglior attore protagonista era una delle più affascinanti della serata, vedendo nominati Javier Bardem per A proposito dei Ricardo, Benedict Cumberbatch per Il potere del cane, Andrew Garfield per Tick, Tick…Boom! e Denzel Washington per The Tragedy of Macbeth.

Eccezion fatta per la prova di Javier Bardem, sicuramente di buon livello ma forse non meritevole di una nomination, gli altri tre candidati avevano portato in scena delle performance qualitativamente superiori a quella di Will Smith. Si sarebbe potuta premiare l’ottima prova emotiva di Andrew Garfield, la grande lezione di recitazione offerta da un eterno e sempre perfetto Denzel Washington, giunto alla sua decima nomination, oppure l’interpretazione sfaccettata e ricca di sfumature di Benedict Cumberbatch.

Alla fine, però, la scelta è ricaduta sul Richard Williams di Will Smith. D’altronde sappiamo come l’Academy apprezzi particolarmente le storie vere incentrate su personalità carismatiche e dal grande valore sociale, capaci di accendere i riflettori su dinamiche razziali e discriminatorie.

L’Oscar a Will Smith, quindi, sembra incarnare perfettamente quelli che sono i gusti dell’Academy, a discapito di altre performance più meritevoli.

Dune, il vincitore indiscusso  

Eccolo, il Re della serata.
Quello su cui nessuno avrebbe scommesso, l’ultima – enorme – impresa di Denis Villeneuve!
Un film strepitoso, impeccabile sotto qualsiasi aspetto, a cui, l’altra notte, sono stati dati i giusti riconoscimenti. 

Dune. 
Un film che si porta a casa ben 6 statuette.
E che le vale tutte, dalla prima all’ultima. 

Migliore fotografia, migliore colonna sonora, migliori effetti speciali, miglior effetti sonori, migliore scenografia e miglior montaggio. 
Tutti premi tecnici, ma di enorme rilevanza, che innalzano, sopra tutti gli altri candidati, il film di fantascienza per eccellenza.

E anche quella nomination come “Miglior Film” fa ben sperare, in vista della trasposizione di una seconda parte che si preannuncia ancora più memorabile della prima.
Forse, chi lo sa, ai prossimi Oscar potremmo assistere alla premiazione di un nuovo “Ritorno del Re”

Staremo a vedere. 

…. and the Oscar goes to… “Encanto”! 

Già si sapeva. L’Oscar per il “Miglior Film d’Animazione” va ad “Encanto”, l’ultimo film targato Disney, che potete recuperare in streaming sull’apposita piattaforma della Casa di Topolino.
Tuttavia, questa vittoria fa storcere il naso di molti, e lascia un po’ perplessi.

Perché, sì, “Encanto” è un film piacevole e divertente, che si fa amare per le emozioni che regala e per le strepitose canzoni, destinate a rimbombare nella testa di chi le ascolta per giorni interi. 

Tuttavia, tolto questo, cosa rimane? Una trama inconsistente che non convince a pieno, o, per lo meno, non quanto quella degli altri film candidati.

Non quanto quella di “Raya e l’ultimo drago”, molto più complessa e sviluppata. Non come “Luca”, che forse prende spunto, sì, come hanno sottolineato in molti, da “La Sirenetta”, ma che poi si dirige completamente in un’altra direzione. O come “Flee”, complesso e profondo, che tratta di tematiche importanti come identità e integrazione. E non si avvicina minimamente a un film come “I Mitchell contro le macchine”, che vanta un’animazione da paura e personaggi che, con le loro gag, fanno piegare in due dalle risate

Quindi, che dire, facciamo i complimenti a Casa Disney per la vittoria di “Encanto”, che ci piace e ci continuerà a piacere.
Ma che, forse, meritocraticamente parlando, avrebbe meritato un filino meno. 

Hans Zimmer e Billie Eilish premiati con la statuetta

In una serata hollywoodiana che non ha riservato praticamente nessuna sorpresa, anche le categorie di miglior colonna sonora e miglior canzone originale assegnano le rispettive statuette confermando le previsioni della vigilia.

Dopo 27 anni dall’ultima volta, Hans Zimmer torna a stringere l’Oscar tra le mani. Non succedeva dal lontano 1995 quando il compositore tedesco conquistò il premio per la miglior colonna sonora grazie al suo eccelso lavoro in Il Re Leone. Oggi, 27 anni e 9 candidature dopo, Hans Zimmer viene premiato per la colonna sonora di Dune, film di Denis Villenueve che ha fatto la voce grossa nei premi tecnici.

Zimmer non ha lasciato nessuna possibilità ai suoi colleghi nominati nella categoria, avendo la meglio su Nicholas Britell per Don’t look up, Germaine Franco per Encanto, Alberto Iglesias per Madres Paralelas e Jonny Greenwood per Il potere del cane.

Un premio più che meritato per un compositore che non solo ci ha regalato la colonna sonora più bella ed epica dell’anno, ma che da decenni rappresenta un caposaldo dell’industria cinematografica, capace di dar vita a soundtrack di livello sopraffino. Memorabili i suoi lavori per Rain Man, Il Gladiatore, Inception, la trilogia del Cavaliere Oscuro, Interstellar, Pirati dei Caraibi e Il Principe d’Egitto, solo per citarne alcuni.

Hans Zimmer non era presente al Dolby Theatre per ricevere il premio, ma forse è stato meglio così. La categoria di miglior colonna sonora, infatti, era tra le otto considerate “sacrificabili” dall’Academy e perciò non inserite nella scaletta della diretta. Fosse stato presente, assegnare l’Oscar a Hans Zimmer in queste condizioni sarebbe stato enormemente irrispettoso nei confronti di un mostro sacro che ha fatto la storia della musica.

Il compositore ha poi pubblicato un video sui social dove, in accappatoio e con un Oscar di plastica in mano, ringraziava tutti per il premio.

Hans Zimmer e Billie Eilish

Nessuna sorpresa nemmeno per la categoria miglior canzone originale, dove a trionfare sono stati Billie Eilish e suo fratello Finneas O’Connell per No time to die, battendo la concorrenza di Beyoncè con “Be Alive”, Sebastian Yatra con “Dos Oroguitas”, Van Morrison con “Down to joy” e Diane Warren con “Somehow you do”.

Billie Eilish diventa così la seconda artista più giovane a vincere un Oscar per la canzone e, in più, stabilisce anche un altro record: No time to die è la terza canzone “bondiana” consecutiva ad essere premiata con la statuetta, dopo “Skyfall” di Adele e “Writing’s on the wall” di Sam Smith.

Semplicemente Samuel Jackson 

Che dire di quest’uomo?
Che dire di questo attore fenomenale, che da anni ci regala performance da Oscar? I cui personaggi ci hanno fatto innamorare, e che rientrano, a pieno titolo, nella Storia del Cinema

Penso ci sia poco da aggiungere che non sia già stato detto. 

Durante questa 94esima edizione degli Academy Awards, Jackson ha ricevuto l’Oscar alla Carriera, ma il premio non gli è stato consegnato in diretta e, a parte una breve menzione, alla sua vittoria non è stato dato il giusto spazio. 

Quindi Samuel, questo Elogio è per te
Ho amato ogni singolo personaggio in cui ti sei calato, dal primo all’ultimo.

Quando hai sogghignato nell’ombra, interpretando molti tra i cattivi più iconici del Cinema. Mr. Glass, l’ecologista miliardario Richmond Valentine e il viscido Stephen. Ti ho amato in tutti i ruoli tarantiniani che hai rivestito, in particolare quelli di Jules Winnfield e del Maggiore Warren, che compaiono nei due, forse, maggiori capolavori del regista.

Quando hai perso un occhio, nelle vesti di Nick Fury, a causa del Flerken, ma non lo hai detto a nessuno, scatenandovi attorno storie e leggende, da parte di tutto il mondo Marvel. 
Quando hai incarnato la Leggenda, impugnando una spada laser viola, il cui colore hai deciso tu stesso, per mostrare al mondo l’unicità del personaggio che ti accingevi ad interpretare

Insomma Samuel, che dire di più? 
Forse un minutino in scaletta te lo potevano trovare

Signore e signori, semplicemente Samuel Jackson. 

Tirando le somme…

Questi Oscar ci sono sicuramente piaciuti di più dell’edizione precedente. Ricorderemo, di essi, molti bei momenti, come il discorso toccante di Troy Kotsur, o l’Omaggio sentito a vecchi capolavori che fanno parte della Storia del Cinema.

Tuttavia siamo ben lontani dalle edizioni di qualche anno fa, decisamente più entusiasmanti e divertenti, capaci di offrire un intrattenimento di gran lunga migliore.

Confidiamo, dunque, nell’inventiva e negli sforzi dell’Academy, augurandoci che si possa ritrovare un po’, dando vita ad uno show che sappia, sì, intrattenere, ma senza dover per forza escludere qualcuno.

Ci rivediamo l’anno prossimo!

Oscar 2022

A cura di
Maria Chiara Conforti e Alessandro Michelozzi

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Maria Chiara Conforti

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