La musica pirata passando da Napster a Spotify

La musica pirata passando da Napster a Spotify
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La musica pirata ha iniziato a diffondersi con la contraffazione dei supporti fisici. L’evoluzione delle tecnologie e la diffusione di internet hanno permesso alla pirateria di svilupparsi, esplorando nuove vie e modi di esistere. Per l’occasione abbiamo sentito anche Roberto Razzini, già Amministratore delegato di Warner Chappell Music, Consigliere di Gestione S.I.A.E. e autore del libro “Dal Vinile a Spotify – Quel che resta sono le canzoni” edito da People.

Alla fine degli anni ’90 e inizio anni 2000 i supporti fisici erano ancora lo strumento prevalente attraverso cui ascoltare musica. Le musicassette e i CD erano gli oggetti di contraffazione per eccellenza. Basti pensare alle ripetute notizie quotidiane di sequestro di materiale contraffatto che si ascoltavano e leggevano al tempo.

Attraverso la diffusione di Internet a livello globale si sono sviluppate nuove strade per usufruire della musica in maniera diversa da quanto fatti sino a quel momento. Internet è stato sfruttato per un nuovo tipo di contraffazione, quella digitale. Napster in particolare è stato il sito madre attraverso cui si è diffusa inizialmente la musica pirata online.

La nascita di Napster

Napster è nato dall’idea di voler condividere tra i computer, dove veniva utilizzato, la musica digitale contenuta nella memoria fisica del dispositivo di ogni utente. Sean Parker e Shawn Fanning hanno programmato il software giorno e notte, raccogliendo nel frattempo finanziamenti. I due hanno completato Napster agli inizi del 1999 lanciandolo nel maggio dello stesso anno.

È stato uno dei primi siti ad avere una rete peer-to-peer dove i computer connessi svolgevano sia la funzione di client (computer che è in grado scambiare dati con un server), sia la funzione di server (computer che è in grado di fornire un servizio agli altri elaboratori a esso collegati, i client, appunto).

Napster, chiamato così per il nickname online di Shawn Fanning, permetteva di cercare tutte le canzoni possibili; l’importante è che fossero presenti in uno dei computer collegati per poterle scaricare gratis e rimetterle poi a disposizione degli altri o comunque conservarle nei propri devices.

Schermata di Napster (fonte: advister.it)
La rivoluzione Napster

Il sito ha impiegato poco tempo a prendere piede. Nell’ottobre 1999 si contavano già 4 milioni di brani presenti in rete. In meno di un anno è arrivato a contare 25 milioni di utenti attivi. La media delle canzoni scaricate in estate del 1999 è stata di 14 mila tracce al minuto. Il settore musicale, vedendo questo livello dei numeri, ha iniziato a movimentarsi passando all’azione.

Nel 2001 molte case discografiche statunitensi, ma anche singoli artisti come Metallica e Dr Dre, hanno iniziato a far causa e presentare denunce. La piattaforma in sé, così come la condivisione di brani, teoricamente protetti da diritti d’autore, non erano un reato, ma il loro download risultava illegale.

Nelle cause legali intraprese, un giudice ha sentenziato in favore dell’industria musicale. I due fondatori sono stati invitati a rimuovere tutti i contenuti coperti da copyright, o in alternativa, a chiudere la piattaforma. Nel 2001 il sito è costretto a serrare i battenti. La sentenza ha stabilito inoltre il risarcimento di qualche decina di milione di dollari per i danni provocati nel passato e in previsione del futuro.

La scomparsa di Napster è stata un colpo per la pirateria digitale. La “rivoluzione” però era ormai partita e in poco tempo sono nati molti siti copia. A tal proposito abbiamo avuto modo di scambiare riflessioni su diversi aspetti con Roberto Razzini, già amministratore delegato di Warner Chappell Music.

Volevo chiederti innanzitutto, la musica pirata è sempre esistita prima con la contraffazione del materiale fisico. L’impatto delle piattaforme digitali, come Napster, Torrent, Megaupload, che effetti ha avuto nel tuo settore? Maggiori o minori rispetto ai CD o musicassette falsi?

Diciamo che, considerata la maggior penetrazione e la minor possibilità di controllo e di capacità repressiva, la pirateria digitale ha avuto un impatto sul mondo della musica percentualmente più elevato, rispetto a quanto sia stato l’impatto della pirateria nell’era del mercato fisico. Con il mercato fisico la pirateria si è basata sulla contraffazione delle musicassette prima e con la duplicazione fraudolenta dei CD poi.

Esempi di musicassette piratate (fonte: Fanpage)

Nel primo caso la qualità rispetto al prodotto originale era molto inferiore; la musicassetta contraffatta offriva infatti una qualità di ascolto decisamente bassa, molto scadente rispetto al prodotto originale. Diverso è stato l’impatto del CD contraffatto, dove il prodotto illegale poteva essere evidente solo per la riproduzione della confezione e della grafica; la qualità di riproduzione era identica all’originale.

Ciò detto, va precisato come nell’era digitale, la pirateria ha avuto un effetto devastante, direttamente proporzionale alla facilità di diffusione e alla qualità della riproduzione. Il maggior impatto è anche stato determinato, soprattutto all’inizio dell’avvento delle nuove tecnologie, anche da maglie molto larghe lasciate da vuoti legislativi, sia nel nostro Paese, sia soprattutto a livello internazionale.

La strada della pirateria continua

Nel tempo sorgono Emule, BitTorrent e Megaupload, i primi due risultano ancora attivi e utilizzati mentre Megaupload, molto popolare al tempo, è stato chiuso per gli stessi motivi legali di Napster. Megaupload non era illegale in sé, ma risultava un mezzo per scambiare file piratati. Più recentemente si sono diffusi veri e propri programmi installabili sul proprio computer che permettono il download libero dei brani persino da YouTube.

La sigla di Megaupload, uno dei siti più amati nei primi anni del 2000 per filesharing.

La strada intrapresa a livello generale è stata quella di cercare di chiudere qualsiasi sito replica di filesharing. Le chiusure sono state diverse ma il fenomeno non è stato limitato. La censura di questi “siti pirata” non ha infatti portato al contrasto dello sharing illegale di musica.

Secondo alcuni dati presentati da Wired, nel 1999 l’industria musicale fatturava 27,8 miliardi di dollari mentre nel 2003 “solamente” 20. Nel 2014 invece i ricavi sono precipitati fino a 14,3, mostrando come la pirateria fosse più che mai viva. A riguardo di questo passaggio abbiamo chiesto sempre a Razzini come l’industria stessa sia corsa ai ripari.

Come siete corsi ai ripari al tempo vedendo questo fenomeno dilagante della musica scaricata e piratata senza che nessun tipo di introito arrivasse a chi di dovere?

L’Industria ha dovuto arginare il dilagare della pirateria digitale. Prima di tutto comprendendo i diversi sistemi che le nuove tecnologie mettevano a disposizione, affrontando nel contempo un’ulteriore difficoltà: quella di dover riconvertire i propri meccanismi industriali di produzione e di distribuzione.

Si è passati da un “mercato solido”, nel quale l’intero comparto Musica poggiava sul prodotto fisico, con tutto ciò che questo paradigma presupponeva e con un evidente ed assoluto controllo del mercato da parte dell’industria stessa, al “mercato liquido” con il download prima e il “mercato gassoso” con lo streaming oggi, dove il controllo della messa a disposizione del prodotto musica si è di fatto esternalizzato sfuggendo quindi al controllo dell’industria musicale.

SIAE, ente che si prepone alla tutela dei diritti d’autore in Italia.

Quello di normare e mettere a regime la distribuzione digitale è stato un processo molto laborioso e per certi aspetti anche doloroso. L’industria ha dovuto abbandonare procedure e operatività divenute in pochissimo tempo obsolete, dovendo rinnovare non solo i processi ma anche e soprattutto talune professionalità al suo interno.

Tutto questo, con il permanere di “buchi” legislativi e normativi molto rilevanti, che non hanno agevolato l’industria e hanno lasciato lo spazio alle piattaforme digitali, legali o pseudo tali, di poter operare troppo spesso con norme lasche, rispetto a quello che sarebbe dovuto accadere in un sistema invece correttamente normato. Quanto sopra soprattutto per una corretta, coerente ed equa tutela dei proprietari dei contenuti e dei titolari dei diritti.

Le “nuove” piattaforme digitali

Le piattaforme di filesharing avevano due problemi: il tempo di attesa dei download, dovuto più alle connessioni del tempo che alla loro struttura, e la questione etico/legale, poco risolvibile. La pirateria digitale è iniziata a calare di volume solamente quando sono nate alternative legali: le piattaforme di streaming. Da quando si sono iniziate a popolare e sviluppare, le attività di pirataggio sono diminuite. Il 2018 è stato il quarto anno consecutivo dei ricavi in crescita per l’industria musicale.

Grafico con suddivisione degli introiti nell’industria musicale (fonte: IFPI).

Il paradosso è che senza quei siti pirata, i servizi che abbiamo oggi a disposizione, non solo per la musica, non sarebbero usufruibili o comunque sarebbero sorti più tardivamente. Quello che sta accadendo ora è un altro problema; la frammentazione dei servizi in più piattaforme, come l’esclusività di contenuti per uno o l’altro servizio, non dà modo a tutti di abbonarsi a ognuno di esse per il costo che questo comporterebbe.

I servizi pirata “intervengono” in questo senso affiancandosi in maniera complementare alle piattaforme digitali. Talvolta certi contenuti divengono esclusivi per certe piattaforme o è necessario il pagamento per accedere a funzionalità importanti.

Il pagamento e la diffusione delle piattaforme streaming

Sicuramente per gli utenti avere a disposizione queste piattaforme digitali è una “manna dal cielo”. Con una scelta così vasta di brani, ascoltabili ovunque e immediatamente disponibili, senza nemmeno il bisogno di scaricarli, vi è stata una rivoluzione del mercato musicale digitale.

Se è vero che la nascita e la diffusione di queste piattaforme ha accolto parere positivo dagli utenti, dagli artisti emergenti e anche dall’industria musicale, dato il contrasto alla musica pirata, non è tutto oro quello che luccica.

Ogni servizio di streaming ha un “pay per stream” differente. Per fare alcuni esempi: Spotify, la piattaforma più utilizzata al momento, paga 0.0043$ ad ascolto, Apple Music 0.00735$ per ascolto, Youtube 1$ ogni 1000 ascolti, Amazon Music 0.00402$ ogni riproduzione e Tidal, piattaforma più remunerativa, fa guadagnare 12.50$ ogni 1000 ascolti. Una piccola curiosità, anche Napster è stato rilanciato dopo l’acquisizione da parte di Roxio che l’ha convertito in un servizio di streaming musicale ma a pagamento.

Percentuale utenti abbonati per piattaforma streaming (fonte: Tom’s Hardware)

Bisogna considerare che questi ricavi non sono netti ma vanno ripartiti tra diversi soggetti. Per Spotify Premium, l’artista guadagna solitamente il 30% e il resto viene ripartito tra l’etichetta discografica, solitamente proprietaria del master e della pubblicazione, e i distributori, la piattaforma. Del 30% assegnato all’artista va suddiviso tra autori, compositori e comunque tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione del brano/album.

Abbiamo voluto sottoporre questa problematica anche a chi fa parte dell’industria musicale, chiedendo un contributo anche in questo caso a Razzini.

Oggi gioiamo e rendiamo grazie a Spotify e a tutte le piattaforme digitali per farci ascoltare la musica in ogni dove, a un prezzo irrisorio e aver reso disponibili milioni anzi miliardi di brani, ma la musica quanto è stata deprezzata e svalorizzata? E’ questo il motivo per cui ormai gli introiti sono dovuti più ai live che agli album venduti?

Io vedo nelle tecnologie e nelle piattaforme digitali che distribuiscono musica, un’opportunità. Questa condizione si può però consolidare solo quando vengono rispettati gli equilibri e le posizioni di forza da parte di tutti i protagonisti in campo e quando, soprattutto, le titolarità degli Aventi Diritto originali vengono correttamente tutelate e remunerate.

Chi detiene la proprietà dei contenuti, siano essi le case discografiche, gli editori musicali, gli artisti o gli autori devono essere correttamente e coerentemente remunerati per la messa a disposizione verso il pubblico. Se questo principio viene rispettato, allora i volumi e i valori del mercato saranno correttamente espressi.

Dati sul mercato musicale italiano (fonte: FIMI).

Tutti gli indicatori internazionali descrivono ottimo lo stato di salute del mercato della musica. Questo indipendentemente da quanto incida sui valori complessivi, il vinile, il digitale o il live. I tempi cambiano e anche le incidenze, sul totale dei diversi mezzi con i quali si fruisce della musica si modificano.

Con l’occasione vorrei sottolineare come la Musica viva in un ecosistema molto delicato e fragile, troppo spesso ignorato e non sufficientemente conosciuto in tutti i suoi aspetti. Il fattore essenziale è legato a norme di tutela coerenti con ogni innovazione di cui il mercato della musica potrà beneficiare, cosi da mettere tutta la filiera in sicurezza e nella possibilità di marginalizzare i propri diritti e potersi mantenere e rinnovare, così come il mercato giustamente chiede.

Le piattaforme digitali sono davvero la soluzione?

Siamo sicuri però che le piattaforme digitali siano il bene assoluto e quelle pirata siano invece il male a prescindere? Tutt’oggi le piattaforme pirata permettono alle persone meno agiate di usufruire di contenuti culturali, e, seppur risulti comunque illegale, svolgono una funzione sociale importante.

Contenuti piratati x reddito pro capite per paese (fonte: Wired)

Le stesse piattaforme di streaming vengono crackate, ovvero ne viene violato il sistema di protezione al fine di copiarlo, non risultando immuni loro stesse. È risaputo che tutt’oggi molti utilizzino la versione crackata di Spotify, un programma clone con le stesse funzionalità del servizio premium ma utilizzabile in maniera gratuita.

Non bisogna certo glorificare il pirataggio ma va condannato totalmente? Questo può portare a pensare e discutere. Sicuramente è ingiusto che si privino dei compensi coloro che detengono i diritti dei brani, ma dall’altro lato, è merito – in parte – della pirateria se abbiamo oggi certi servizi di streaming e se persone deboli economicamente possano usufruire di determinati contenuti.

Le piattaforme di streaming sono certo un’opportunità ma occhio a come si evolveranno, perché la pirateria può risultare “brutta, sporca e cattiva” non portando nessun incasso ma le stesse piattaforme di streaming limpide e genuine che usiamo quotidianamente in realtà hanno portato a un deprezzamento della musica in termini economici e artistici.

La verità è che la pirateria, in qualsiasi campo, non smetterà mai di esistere per diversi motivi: ragioni politiche, sociali e/o economiche. Una possibile strada è quella di rendere le alternative legali accessibili a più persone possibili e nel mentre, come sottolineato da Roberto, retribuire congruamente chi fornisce contenuti alle piattaforme di streaming. Solo così forse potremo vivere in un mondo dove quasi tutti potranno accedere alla musica e al contempo chi di dovere riceverà la giusta ricompensa.

a cura di
Luca Montanari

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