Solidarietà, integrazione e lavoro: Andrea Marchesini al TEDx Bologna

Solidarietà, integrazione e lavoro: Andrea Marchesini al TEDx Bologna
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In occasione del TEDx Bologna 2020 abbiamo incontrato Andrea Marchesini, un vero “outsider”, portavoce di un pensiero in grado di superare le barriere del pregiudizio.
Da anni Andrea opera accanto ai migranti e ai richiedenti asilo nel loro percorso di integrazione nel mondo del lavoro e nella società.
Al TEDx, Andrea è salito sul palco con Bassirou Zigani, artigiano della moda e lottatore di speranza, per raccontare la loro esperienza condivisa.
Ne abbiamo parlato insieme in un’intervista.

Ciao Andrea, prima di tutto grazie per essere qui con noi. Partiamo dalla tua presenza al TedX: quanto è stato importante condividere la tua esperienza sul palco?

Uno dei nostri principali obiettivi consiste nella sensibilizzazione della comunità e del territorio su temi di fondamentale importanza. In particolare: l’integrazione sociale e lavorativa di persone in difficoltà, la promozione di modelli sostenibili in ottica ambientale e la rivalutazione di un territorio soggetto da decenni allo spopolamento. La possibilità di partecipare al TEDx, su un palco importante come quello di Piazza Maggiore, è stata una grande occasione per promuovere le nostre idee.

©TEDx Bologna

Nel 2017 abbiamo lanciato Cartiera, un laboratorio di moda etica in cui vengono formate e assunte persone in condizione di svantaggio, principalmente rifugiati e richiedenti asilo. Recuperiamo e rivalutiamo pelli e tessuti di alta qualità scartati dalle catene produttive di grandi marchi, creiamo lavoro per molte persone. Investiamo su un territorio che ha subito conseguenze dalla crisi economica come quello di Marzabotto. 

Operiamo nel mondo della moda, ma con obiettivi e valori ben lontani dal fenomeno del fast fashion, oggi dominante, perché vogliamo creare un modello che possa avere un reale impatto sociale sul territorio. Un esempio che possa incorporare le importanti sfide globali che oggi ci troviamo ad affrontare. 

Proprio per questo Cartiera rappresenta un progetto “outsider”: recuperando pellami destinati allo scarto anziché generare rifiuti, investendo su un territorio in depressione, formando e assumendo persone in svantaggio e combattendo lo sfruttamento dei lavoratori. Per questo è un progetto che rappresenta di certo una “voce fuori dal coro” rispetto a molte delle aziende che operano in questo settore. 

© www.coopcartiera.it
Cosa vuol dire essere “outsider” oggi nella tua professione?

Essere un “outsider” non significa necessariamente “venire da fuori” o “essere fuori dal recinto”, ma avere la capacità di guardare il mondo in maniera diversa. Grazie agli incontri, alle conoscenze, alle esperienze che il lavoro nel sociale ci ha offerto nel corso del tempo, abbiamo saputo adottare punti di vista sempre nuovi, mostrandoci resilienti al continuo mutare del tessuto sociale e culturale in cui viviamo. Abbiamo imparato a proporre soluzioni concrete ai problemi che di volta in volta ci siamo trovati ad affrontare. 

Quali sono gli altri progetti che stai portando avanti con la tua cooperativa?

Sono direttore della cooperativa Lai-momo e della cooperativa Abantu, impegnata nell’orientamento professionale per persone in difficoltà, che dal primo settembre ha incorporato il progetto Cartiera.

Portiamo avanti parallelamente progetti di varia natura: Lai-momo è attiva nei settori dell’immigrazione, della comunicazione sociale, del dialogo interculturale e dello sviluppo. Nello specifico ci occupiamo di supporto legale ai richiedenti asilo, organizzazione e sviluppo di corsi di lingua italiana, moduli di formazione indirizzati prevalentemente alla popolazione straniera presente sul territorio. 

Tra i diversi progetti meritano certamente menzione il corso in management e pelletteria che stiamo sviluppando con Ethical Fashion Initiative. Si tratta di un programma delle Nazioni Unite che mette in connessione piccole cooperative artigiane dei paesi in via di sviluppo con grandi marchi di moda internazionale.
Ci occupiamo inoltre del progetto SPRAR-SIPROIMI del Comune di Bologna (ASP Città di Bologna), realizzando vari servizi come la campagna comunicazione Bologna cares! Senza dimenticare la consulenza legale, la mediazione linguistico-culturale e l’accompagnamento al lavoro rivolti ai richiedenti asilo e rifugiati.

Lavoriamo anche nel settore della comunicazione sociale. Ci occupiamo, per conto della Commissione europea e insieme alla società romena Tremend, della gestione di EPALE, una piattaforma in 24 lingue europee che ospita la community europea dell’adult learning.

La nostra organizzazione garantisce sostegno alle 38 Agenzie Nazionali Erasmus+ tra cui, per l’Italia, INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa), ente del Ministero dell’Istruzione punto di riferimento per la ricerca educativa in Italia.

©www.laimomo.it
Quali sono i risultati che hai ottenuto di cui oggi vai fiero? Quanto ha influito il tuo approccio “fuori dal coro” nel loro raggiungimento?

Abbiamo sempre cercato di non focalizzarci solo su un settore ma di mettere insieme vari approcci al tema della migrazione, a partire dal lavoro di ricerca e comunicazione fatto tramite la rivista Africa e Mediterraneo (www.africaemediterraneo.it) . Uno sguardo sempre attento alle produzioni culturali dell’Africa contemporanea e ai cambiamenti culturali portati nelle nostre società dalla presenza di persone con altri background culturali. Il lavoro con i servizi sociali e i beneficiari nei territori (ad esempio l’insegnamento dell’Italiano, l’orientamento lavorativo, la consulenza legale) ci ha consentito di sperimentare nella concretezza del quotidiano le problematiche dell’incontro tra culture.

©www.africaemediterraneo.it

Per noi è fondamentale dare qualità e innovazione nei servizi e per questo partiamo sempre dall’analisi dei bisogni sociali educativi e culturali e delle opportunità. Ricerchiamo il più possibile risposte innovative e sperimentali ma contemporaneamente capaci di operare nel sistema sociale nel suo complesso. Un modo per accompagnarlo verso il cambiamento in tutte le sue parti (sanitario, scolastico, lavorativo, culturale, di governance).

Oggi il risultato di cui andiamo più fieri, oltre ad aver riunito un’équipe di persone motivate e competenti, sono le persone regolarmente assunte nel laboratorio Cartiera. Ciò è stato possibile proprio grazie allo sguardo aperto alle opportunità arrivate da campi anche lontani come quello della moda e del lifestyle.

Il tema della migrazione è un tema trasversale che rischia di essere strumentalizzato prima ancora di essere realmente compreso. Quanto può fare oggi la comunicazione per “aggiustare la rotta” in una deriva sociale che si sta rivelando sempre più intollerante e razzista? 

Esiste certamente una forte discrasia tra l’immagine costruita intorno alla “presenza dei migranti” e la realtà dei fatti. Se alcuni degli slogan utilizzati in ambito politico sfruttano e contribuiscono ad alimentare un immaginario collettivo corrotto, da alcuni anni sono molte anche le campagne di comunicazione mirate a decostruire il finto mito che identifica i flussi migratori come “minaccia dall’esterno”.

In quest’ottica, promuovere storie di vita positive, lasciando la parola ai protagonisti di questi lunghi viaggi, è certamente una strategia molto efficace. Penso infatti che l’intervento semplice, vero e diretto di Bassirou al TEDx abbia avuto molta più forza di tante campagne. 

©TEDx Bologna

Ma si può andare oltre. Ad oggi, nel mondo, oltre 270 milioni di persone stanno affrontando un percorso migratorio (Dossier Statistico Immigrazione 2019), ognuno con motivazioni diverse. Il modo migliore per rendere giustizia a un fenomeno di tale portata è certamente quello di riportare dati oggettivi e argomentati che possano smentire le comunicazioni allarmistiche e tendenziose cui siamo soggetti.  

Vorrei citare due semplici esempi: secondo una ricerca dell’Istituto Cattaneo del 2018, la percentuale di immigrati non-UE in Italia ammonta al 7% della popolazione. Quella stimata, invece, arriva al 25%. Difficile pensare che questo non sia frutto di una comunicazione distorta e spesso finalizzata a identificare lo straniero come “nemico”. Se la percezione ci porta a pensare che la presenza straniera abbia un importante peso sulle finanze italiane, legate alle forme di assistenzialismo sociale e sanitario, i dati della Fondazione Leone Moressa ci confermano il contrario.
Il saldo tra entrate e uscite imputabili all’immigrazione risulta positivo e oscilla tra una stima minima di +0,2 miliardi a un massimo di +3,2 miliardi di euro nel 2018.  

Quali dinamiche possono essere risolte con la mediazione culturale?

Il percorso migratorio risulta spesso traumatico per le persone che lo vivono, destinate ad essere accolte in un clima di tensione e diffidenza al loro arrivo. Anche le preoccupazioni per i parenti e per le famiglie rimaste nel paese natio, spesso in una situazione pericolosa, sono un ulteriore elemento destabilizzante nella loro vita. 

Dobbiamo inoltre sottolineare quanto possa essere difficile trovare il proprio ruolo in un paese diverso, specie per chi, privo di documenti e di conoscenze linguistiche, è costretto ad una vita ai margini della società.

L’iter di riconoscimento di richiesta asilo è spesso destinato a durare anni, periodo durante il quale le persone sono costrette a una vita precaria senza essere riconosciuti come parte integrante della comunità.

©www.laimomo.it

Provare a comprendere il loro punto di vista utilizzando le nostre categorie di lettura del mondo risulta spesso difficile, se non impossibile. In questo senso l’intervento dei  mediatori culturali rappresenta un elemento fondamentale per garantire loro la possibilità di essere realmente ascoltati, in un dialogo interattivo. L’opportunità di raccontare le proprie esperienze rappresenta un elemento terapeutico per i richiedenti asilo. La mediazione permette anche agli operatori di comprendere i fattori destabilizzanti nella vita dell’individuo e di intraprendere un percorso di inserimento sociale specifico. 

“Il lavoro nobilita l’uomo.” Oppure lo può distruggere. Ciò accade in tutti i contesti di sfruttamento, emarginazione, alienazione, disoccupazione, non così rari nel nostro paese. Da dove è necessario ripartire, in Italia, per restituire la dignità al “fare” e non al “disfare” o al “sussistere”?

Lavorando da anni con persone emarginate e spesso fragili, avendo promosso per loro dei percorsi formativi e occupazionali di diversa natura, sappiamo bene quanto il lavoro dignitoso e regolare possa avere un effetto terapeutico per chi si trova in una situazione di difficoltà.
La possibilità di guadagnare uno stipendio permette alle persone di raggiungere l’autonomia, rinunciando all’assistenzialismo, e di provvedere tramite rimesse alle persone care nel paese natio. Un contratto rappresenta per molti una vera e propria forma di accesso alla vita di comunità.

Convinti dell’importanza del lavoro regolare come strumento di inclusione sociale, abbiamo lanciato, in occasione della Giornata Internazionale del Rifugiato del 20 giugno, la campagna Il lavoro conta. In quell’occasione autorevoli testimonial esperti dell’argomento hanno partecipato con un breve video-intervento.

Il Cardinale e Arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi ha voluto sottolineare che “certamente il lavoro conta, perché quando il lavoro non c’è, qualcosa manca”. Dobbiamo garantire a tutti la possibilità di prendere parte alla comunità, di esprimere il proprio potenziale e di vedere i propri diritti rispettati. 

Anche in questo caso, è importante promuovere una giusta comunicazione che rivendichi i vantaggi del lavoro regolare e dignitoso. Un modo per mettere in luce quanto il lavoro rappresenti uno strumento essenziale per promuovere l’inclusione sociale di persone in difficoltà. 

Se dovessi spiegare oggi alle generazioni del futuro, il dramma e al tempo stesso la ricchezza culturale dei fenomeni migratori degli ultimi 30 anni in Italia, cosa diresti?

Considerata la complessità del fenomeno, risulterebbe difficile descrivere in poche parole tutto quello che il nostro paese ha vissuto negli ultimi 30 anni. Potremmo parlare di politiche nazionali e internazionali, di Frontex, della “crisi dei migranti” del 2016 e dei decreti sicurezza. Potremmo citare numeri e dati di molte agenzie dedicate. In fondo però, quando parliamo di fenomeno migratorio parliamo di persone, di uomini e di donne. Credo che anche una storia di vita possa raccontare molto di più di grafici e decreti.

Bassirou è partito dal Burkina Faso circa dieci anni fa, abbandonando la propria casa per fuggire da una situazione pericolosa. Ha viaggiato nel deserto per arrivare in Libia dove, per lavorare, è stato trattato come uno schiavo. Ha attraversato il Mediterraneo su una piccola barca con oltre cento persone, nel buio e nel silenzio della notte, per arrivare sulle coste della Sicilia. Trasferito a Bologna, è stato inserito in un centro di accoglienza. 

Se i primi mesi sono stati per lui molto difficili, Bassirou ha deciso di mettersi in gioco per iniziare una nuova vita. Si è dedicato agli studi, al teatro, alla costruzione di una rete sociale. Oggi è socio lavoratore dei laboratori di Cartiera e la scorsa domenica oltre duemila persone hanno ascoltato la sua storia nella più grande piazza di Bologna. 

La tua scommessa lavorativa più grande per la società di domani?

Rispondo con una battuta. Riuscire a fare progetti di qualità, innovativi e che diano benessere anche a chi ci lavora… nonostante la burocrazia! Purtroppo questa paralizza per una gran parte del tempo le energie creative e produce spesso frustrazione e grande spreco di risorse.

a cura di
Emanuela Ranucci

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Emanuela Ranucci

Nata a Torino, laureata in Comunicazione multimediale con una tesi specialistica in Letteratura italiana contemporanea, nel 2001 inizia a lavorare in RAI come redattrice e assistente di produzione per la realizzazione dei programmi televisivi educativi di Raitre (Melevisione, Screensaver). Nel dietro le quinte della tv si innamora della fotografia, realizzando le sue prime foto di scena. Da quel momento non abbandona più la macchina fotografica, dedicandosi a reportage, backstage, eventi, concerti e still life. Attualmente si divide tra i progetti da fotoreporter&videomaker e la sua agenzia di comunicazione (Loom Collective) che ha fondato a Torino.Nel tempo che rimane, ama: viaggiare, sorseggiare il barbera, nuotare al mare (anche d’inverno), cantare (stonando) in sala prove.

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