Yungblud ha perso lo smalto

Yungblud ha perso lo smalto
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É uscito Yungblud, l’ultimo album selftitled del cantante britannico, tra le luci dei pezzi radiofonici che lo hanno preceduto e le ombre di una tracklist che tutto sommato risulta un po’ insipida

Yungblud non è uno che va tanto per il sottile. Armato di eyeliner sbavato e divisa emo punk d’ordinanza, l’inglese Dominic Harrison è solito usare melodie pop stereotipate e uno stile accattivante per proclamare il classico manifesto del disadattato: Nessuno mi capisce.

Nel video musicale di “The Funeral” (apertura del terzo album di Yungblud), si scava una fossa e si stende in una bara prima che Ozzy e Sharon Osbourne lo investano con la loro macchina. “Solo un fottuto poser” schernisce Sharon, segnalando agli oppositori puristi del cantante inglese che continuino pure, tanto stanno solo facendo il suo gioco.

Negli ultimi quattro anni, Yungblud è diventato una specie di portavoce della Generazione Z ricreando i cliché pop punk di un tempo: “All I want is a cigarette/Until I realize I’ve got none left” canta in “Die for a night”. Tra le recenti dichiarazioni dell’artista, ha detto di non considerarsi un vero punk, paragonandosi invece a Mac Miller e Lil Peep, giovani prodigi le cui carriere si sono però concluse in tragedia. Sempre in “Die for a night” infatti si domanda se la sua eventuale morte verrebbe notata alla stessa maniera.

yungblud
Yungblud – Immagine promo per The Funeral
Yungblud

Mentre i lavori precedenti di Dominic hanno goffamente toccato argomenti più ampi come la ricerca della fama, le tematiche LGBTQ+ e le sparatorie di massa, in quest’ultimo il cantante punta a raccontare storie profonde riguardanti la sua travagliata esperienza personale.

Il momento più vicino alla vera introspezione lo troviamo in “The boy in the black dress” quando narra “Masculinity seems to hurt a lot/The first time that you feel it in your jaw”, oppure in “I Cry 2” quando dissipa le accuse di queerbaiting dichiarando “Inizierò a uscire con uomini quando andranno in terapia“.

Ma risulta difficile elogiare Yungblud quando le canzoni sembrano così anonime e insipide, ancor più quando spreca un sample di “Close to me” dei The Cure con rime infantili come “I don’t want you to hide your issues/Blow them into your tissues”, che potrebbe effettivamente farti smettere di piangere, ma solo perché stai ridendo troppo.

Yungblud durante un live
Tirando le somme…

Non aiuta il fatto che analizzando l’album, nessuna delle canzoni di Yungblud suoni nemmeno lontanamente figlia della sua ispirazione e creatività, come da consuetudine dell’artista. I primi due album di Dominic infatti, “1st Century liability” del 2018 e “Weird!” del 2020, intrecciano elementi del rap con il lato più macabro del pop punk, presentandosi come l’analogia britannica dei Twenty One Pilots o del suo amico e collega Machine Gun Kelly.

Uno stile che poteva sembrare un po’ legato al ritorno della emo wave da un certo punto di vista, ma sicuramente era qualcosa di fresco e innovativo, tutto pareva annunciare un vaso di pandora che aspettava solo di essere aperto. In Yungblud invece, Dominic Harrison si appoggia quasi esclusivamente a una sorta di pop rock sdolcinato, rendendo questo il suo disco più monotono e meno distintivo, e sempre più vicino a Justin Bieber che ai sopracitati artisti.

Scorrendo tra le tracce, stiamo ancora cercando un pezzo che non sembri l’ennesima copia sbiadita di rimando a qualcos’altro. Sicuramente si salvano il riferimento della main track “The Funeral” a “Dancing with myself” di Billy Idol, e il riuscito duetto con Willow in “Memories”, che hanno anticipato sulle correnti radiofoniche l’uscita dell’album.

Ma ascoltando le imitazioni annacquate in stile anni ’70 di “I cry 2” e la copia sbavata degli One Direction in “Don’t feel like being sad”, possiamo dire che l’ultima opera di Yungblud non sia altro che un lontano ricordo dell’eccentrico cantante pronto a spezzare i confini della musica che aspira con veemenza ad essere.

a cura di
Mattia Mancini

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