Intervista ai Calembour

Intervista ai Calembour
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I Calembour sono un gruppo indie-folk formatosi nel 2017 a Torino. Il duo è formato da Marco Cibonfa (voce, chitarra, batteria) e Andrea Criniti (voce, banjo, mandolino). Nel 2018 firmano con l’etichetta StandBy Records (North Carolina, USA), ciò porta alla nascita e pubblicazione del primo EP, intitolato “Let The Wind Lead Us Home”.

Successivamente aprono il live di Frah Quintale per poi uscire con un secondo EP “Lonely Heart”, presentato in anteprima a “La Bellevilloise” di Parigi e al “The Waterhole” di Amsterdam, insieme allʼartista texano Jordan Matthew Young.

Insomma i Calembour hanno percorso una via decisamente intraprendente e soddisfacente e ora? Ora sono usciti con un nuovo pezzo, Hey Ginevra, ed è in questa occasione che li abbiamo intervistati cosi da darvi modo di conoscerli, ve lo giuro ne vale assolutamente la pena.

Innanzitutto complimenti per il nuovo pezzo uscito il 26 agosto, Hey Ginevra. Proprio su questo pezzo mi viene subito una domanda sulla lingua: chi è la musa ispiratrice, sempre ammesso che ne esista una al di là del luogo in cui avete scritto il pezzo, che ha ispirato il brano?

Ciao e grazie per i complimenti! Non è una persona fisica ciò che muove la nostra ispirazione, almeno non sempre, non in questo caso. Il brano nasce per esprimere in senso metaforico la voglia di viaggio, l’amore per i concerti lontani da casa e le ore passate su un’auto tra posti e persone nuove con le quali condividere un pezzo di noi e della nostra musica.

Proseguendo poi vorrei tornare un attimo indietro, siete di nascita italiana, torinesi per essere specifici, cosa a parte il genere, che adoro sia chiaro, vi ha spinto ad iniziare il vostro percorso artistico fuori dai confini italiani?

È stato totalmente casuale, quasi naturale pensare di fare qualcosa in inglese visto che da sempre siamo cresciuti con artisti (anche non madrelingua) che si esprimevano nella lingua che oggi è considerata la lingua internazionale. Riguardo il nostro percorso fuori dai confini italiani noi non abbiamo mai pensato di suonare fuori dalla penisola come obbiettivo principale, non c’è mai stato un “estero” anche perché l’estero è composto da molti paesi ognuno con delle proprie specifiche e ognuno con un mercato a sé. In molti casi. Per noi è solo stata una questione di opportunità la possibilità di suonare in molte città, vicine o lontane, italiane e non.

Com’è stato aprire il live di Frah Quintale? Come hanno reagito i fans del rapper alla musica dei Calembour?

Prima di salire sul palco eravamo un po’ titubanti, dobbiamo ammetterlo. Una volta sul palco abbiamo dato il cento per cento di noi stessi come facciamo in ogni live, anche quando è mancata la corrente e abbiamo improvvisato una chitarra e voci a cappella. L’amore dei ragazzi sotto al palco è stato incredibile, è un concerto che non dimenticheremo tanto facilmente.

Pensate che il folk possa approdare nel mercato discografico italiano accrescendo le fila dei fans del genere?

Non abbiamo mai ragionato su quali potranno essere le dinamiche del mercato discografico italiano in futuro, i ragionamenti si sono sempre limitati all’immediato per pubblicare i nostri brani con coscienza (cosa che in passato è venuta meno ammettiamo). In qualsiasi caso le varie dinamiche del mercato discografico non sono mai state un buon motivo per scrivere un brano e noi ci occupiamo principalmente di quello che poi è la cosa che preferiamo fare.

Che cosa hanno i Calembour in cantiere? Ci saranno eventuali live in terra italiana o continuerete a percorrere la via del successo fuori dai confini nostrani?

Sicuramente ci piacerebbe pubblicare qualcosa di nuovo, qualcosa di più di un solo singolo, però non possiamo ancora dirvi nulla per il momento. Per quanto riguarda l’attività concertistica non abbiamo grandi programmi, la pandemia ci ha scossi come ha scosso l’intero panorama musicale, alcuni sono ripartiti con i live ma noi abbiamo preferito pensare alla nuova musica che verrà prima di ricominciare a sudare a suon di banjo e chitarra.

a cura di
Iolanda Pompilio

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