Verso Santarcangelo Festival, l’intervista a Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi

Verso Santarcangelo Festival, l’intervista a Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi
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Ragazza In e gli adolescenti degli anni 80 sono i protagonisti de “La Mappa del Cuore di Lea Melandri” portati in scena al Santarcangelo Festival da Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi di Ateliersi.

Ragazza In era il settimanale per adolescenti degli anni ’80 che documentava una società in completa trasformazione. Interessante, in particolare, fu la scelta di affidare a Lea Melandri, figura di riferimento del femminismo in Italia, una rubrica di “posta del cuore”, che lei chiamava Inquietudini.

In questa rubrica Lea Melandri non rispondeva direttamente a chi scriveva, ma apriva al confronto con stimoli di carattere psicoanalitico, poetico e letterario mettendo in relazione le diverse voci e creando così un primo network sociale fra ragazze e ragazzi che dialogavano attraverso la sua rubrica.

Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi hanno dato vita ad uno spettacolo, che potrete vedere durante Santarcangelo Festival 2050, che intreccia quelle lettere di urgenze adolescenziali e risonanze presenti, il tutto accompagnato dalla splendida voce di Francesca Pizzo.

Abbiamo intervistato Fiorenza e Andrea, per farci raccontare qualcosa in più de “La Mappa del Cuore di Lea Melandri“, ecco cosa ci hanno raccontato.

Come è nato il progetto “La Mappa del Cuore di Lea Melandri”?

È avvenuto per un incontro tra intenzioni e coincidenze. Da diverso tempo ragionavamo su quali potevano essere le forme più interessanti e dirompenti per accostare alcune pensatrici di riferimento del femminismo storico alle giovani anime in formazione, sia attraverso le loro opere che organizzando incontri e momenti di lavoro insieme.

In questo percorso, due anni fa è avvenuto l’incontro con il libro La mappa del cuore, nel quale Lea Melandri ha condiviso alcune lettere che le sono state indirizzate da adolescenti nel periodo in cui teneva una rubrica sul settimanale Ragazza In, a metà degli anni ‘80.

La sua capacità di riportare le questioni ad un livello collettivo andando a smontare gli schemi che limitano la libertà e generano dolore e costrizione ci ha entusiasmato e abbiamo iniziato a leggere e ascoltare tutto su di lei.

E qui è successa una cosa buffa: un giorno dell’autunno 2018, uscendo dall’Atelier Sì, il nostro teatro in Via San Vitale a Bologna, Fiorenza sente la voce di Lea – inconfondibile di suo, e che già aveva nelle orecchie per i video che stava vedendo in quel periodo – si gira, la vede e la chiama: Lea! Lea! Stupita di sentirsi chiamare, Lea si gira: chi mi chiama?

E con la sua meravigliosa vitalità inizia a chiedere, vuole sapere di noi, entra al Sì e propone a Fiorenza di fare da noi un laboratorio di scrittura di esperienza, a cui Fiorenza aveva già pensato di iscriversi.

Durante il laboratorio si conoscono, si consolida quell’immediato riconoscimento che le aveva avvicinate, e iniziamo a immaginare un percorso insieme. Lei ci dice che ha ancora tutte le lettere e tutte le riviste: migliaia di lettere che ci mostra e ci mette a disposizione, un tesoro che ora è in scena con noi.

Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi
Secondo voi quali sono i cambiamenti in atto nel rapporto uomo-donna nelle nuove generazioni, rispetto al passato?

Al lavoro sullo spettacolo abbiamo da subito voluto accostare un percorso laboratoriale con le adolescenti e gli adolescenti di oggi, in cui chiedere loro di rispondere agli stimoli forniti dalle lettere e dalle risposte di Lea aprendo spazi di discussione e creando nuove elaborazioni linguistiche in proposito.

Abbiamo iniziato in primavera con gli studenti delle Aldini Valeriani di Bologna e continueremo in autunno con Milano, Ravenna, Roma, ecc…

In questa prima tranche – svolta attraverso le piattaforme di videopresenza a causa del Covid, cosa che paradossalmente ha aggiunto un ulteriore livello di lavoro sull’autorappresentazione – ci siamo resi conto che, pur nel persistere di alcune visioni stereotipate, c’è una fluidità molto maggiore nell’articolazione dei ruoli uomo-donna.

Le ragazze e i ragazzi con cui abbiamo lavorato ci sono sembrati più pronti a conquistarsi spazi di libertà e a reagire alle costrizioni imposte da una visione limitante del rapporto tra i sessi e con l’identità di genere, una visione limitante che ancora invece permane forte nelle generazioni precedenti.

Ciò li rende apparentemente meno inclini alla tragicità, forse perché alcune di quelle costrizioni che trent’anni fa portavano molte delle giovani anime che scrivevano a Lea a voler fuggire di casa o a dichiarare di volersi ammazzare sono in fase di superamento all’interno di alcune famiglie.

Un’evoluzione che però non è priva di difficoltà, di ostacoli che stanno assumendo forme nuove anche nel dibattito pubblico, si tratta allora di lavorare sulla loro identificazione ed esplicitazione e sul rafforzamento delle capacità di autodeterminazione necessarie per superarli.

L’educazione, e quindi la scuola, resta un luogo cruciale per cambiare le cose?

Indubbiamente sì. Proprio per questo abbiamo voluto lavorare con i gruppi di adolescenti partendo dal coinvolgimento delle scuole superiori. Anche per Lea andare nelle scuole rappresenta una priorità e stiamo costruendo la possibilità di inserire una serie di incontri con lei all’interno dei laboratori.

Quando inizia la sua collaborazione con Ragazza In a meta degli anni’80, Lea proviene dall’esperienza cruciale del movimento non autoritario nella scuola, un insieme di riflessioni e di pratiche che ha già coinvolto numerosissimi insegnanti delle elementari, delle medie e delle superiori e che ha prodotto la rivista L’erba voglio e la collana editoriale omonima: un’esperienza di cui si sente chiaramente il depositato nel modo in cui lei risponde alle adolescenti e agli adolescenti che la interpellano attraverso la rubrica.

Per le ragazze e i ragazzi, e ancor prima per le bambine e i bambini, la scuola rappresenta forse il luogo principale nel quale la vita intima entra in relazione con gli schemi culturali, il campo nel quale può avvenire di essere accolti o rifiutati, di essere derisi o legittimati per le proprie particolarità, a seconda delle scelte e delle capacità di chi ha la responsabilità educativa, il luogo nel quale la fiducia in sé stessi può essere irrobustita o minata. È assolutamente necessario farne una palestra di libertà.

E il teatro, che ruolo gioca in tutto questo?

Attraverso la trasposizione poetica delle lettere e delle risposte, la composizione musicale e la costruzione di un nuovo linguaggio per portare in scena il materiale, il nostro lavoro ha l’obbiettivo di generare un’esperienza in cui le spettatrici e gli spettatori possano immergersi cogliendo tutte le risonanze di senso presenti tra i diversi elementi.

La dimensione emotiva, centrale nella composizione dello spettacolo, permette al pubblico di raggiungere quel livello di concentrazione necessario per cogliere il delinearsi di quel confine che sembra dividere ciò che è considerato culturale da ciò che viene definito naturale: un confine spesso ingannevole e pericoloso, le cui insidie possono essere condivise proprio grazie al gesto teatro.

a cura di
Daniela Fabbri

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Daniela Fabbri

Daniela Fabbri

Sono nata nella ridente Rèmne, Riviera Romagnola, nel 1985. Copywriter. Leggo e scrivo da sempre. Ho divorato enormi quantità di libri, ma non solo: buona forchetta, amo i racconti brevi, i viaggi lunghi, le cartoline, gli ideali e chi ci crede. Nutro un amore, profondo e viscerale, per la musica, in tutte le sue forme. Sono fermamente convinta che ogni momento della vita debba avere una colonna sonora. Potendo scegliere, vorrei che la mia esistenza fosse vissuta lentamente, come un blues, e invece sono sempre di corsa. Mi piacciono gli animali. Cani, gatti, procioni. Tutti.

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