Apice e svegliaginevra: “Vi portiamo a largo con le nostre Barche”

Apice e svegliaginevra: “Vi portiamo a largo con le nostre Barche”
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Ad una settimana di distanza dal release dei singoli Precipitare e Come fanno le onde, Apice e svegliaginevra varano l’uscita sul grande oceano discografico di Barche, il primo transatlantico pop della coppia cantautorale de La Clinica Dischi: nel pieno dell’estate surreale delle distanze, un brano che parla di incontri, di vite che si intrecciano e di naufragi di parole, a lenire le tempeste del ricordo.

Abbiamo fatto un’intervista doppia ed ecco cosa è venuto fuori.

Svegliaginevra e Apice, due singoli fuori da qualche settimana bissati da un featuring scritto a quattro mani, che avete pubblicato lo scorso venerdì. C’è una connessione fra i brani, in qualche modo? 

S: Si, credo ci sia una forte connessione di fondo. Affrontiamo due tematiche diverse che però in comune hanno la necessità di scavare nel profondo delle cose e capire veramente quello che stiamo vivendo.

A: Credo anche io. Ginevra si chiede come facciano le onde a finire sempre, io in fin dei conti vorrei fare come il fiume, passare oltre le cose, persino – e sopratutto – oltre me stesso. Ma credo che poi siano tutte e due anche legate a Barche; forse, Barche, è la giusta cupola emotiva sul castello fragile dei primi due fratelli. Io la vedo così, sono per la famiglia.

In “Precipitare” ricorre spesso l’immagine del fiume, mentre in “Come fanno le onde” la presenza marina è già nel titolo, come anche in “Barche”, il vostro duetto. Che rapporto avete, in generale, con l’acqua? Semplice panorama estivo o slancio esistenziale?

S. Slancio esistenziale e sfondo panoramico che aiuta a riflettere nei momenti peggiori e forse anche in quelli migliori. La vita è un fluire continuo e noi di tanto in tanto dovremmo ricordarci di non essere così diversi dal fiume di cui parla Manuel in “Precipitare’.

A. Siamo acqua, anche se a volte ce lo dimentichiamo. Vorremmo fare come le correnti, passare sulle cose, erodere le rocce e abbracciarci come il mare, ma siamo costretti alla prigione della carne, delle nostre paure, delle scelte. Come facciano le onde a finire sempre è un mistero che ci appartiene, perché siamo composti dal 60 per cento d’acqua. Non siamo il mare, ma non riusciamo a celare il desiderio di volerlo essere, come ogni isola sola.

Svegliaginevra, ci parli di “Precipitare”, il nuovo singolo di Apice?

È un inno alla vita, alla bellezza delle piccole cose, alla gioventù che corre, alle notti insonni mentre il resto del mondo dorme ma non sogna come noi, al coraggio di chi ha amato e sa amare ancora, a tutte le volte che uno sbaglio è diventato  la nostra salvezza. Manuel ha questo dono, incitarti alla riflessione, a cogliere i dettagli e i frammenti più belli di una vita che ci ruba il tempo che noi diamo per scontato. È così, le sue paure sono anche le tue e ti ritrovi a ricomporre i pezzi di un vaso rotto che non tornerà più come prima solo per il gusto di vedere da vicino cosa si prova a non essere soli.

Apice, dentro “Precipitare” echeggiano parole sepolte sotto la polvere di memorie liceali. Hai proprio parlato di “crepuscolo degli dei”, ad un certo punto?

Sì, perché sono un noiosissimo professorino. E poi perché siamo ad un twist generazionale. Lo sento. 

Apice, tocca a te! Cosa ci voleva dire, per te, Svegliaginevra in “Come fanno le onde”.

Che siamo barche, disperse in mezzo al mare. La Gine è stata più profonda di me nel rispondere su Precipitare, è vero. Ma nella mia risposta c’è tutta la stima che ho nei suoi confronti, e la profonda sensazione di essere collegato alla sua anima. Barche, per noi, era già implicita nel nostro sentirci così simili, e tutto questo da una meravigliosa sensazione di compagnia, e comprensione.

Ma alla fine, Ginevra ha capito come fanno le onde a ripartire sempre?

Invidio loro la capacità di lasciarsi trascinare dalla vita senza voltarsi mai. Ne ammiro l’armonia e la calma, l’audacia di affrontare le tempeste e di ritornare poi al moto incessante ed eterno di sempre come se nulla potesse fermarle. In apparenza così deboli e vulnerabili eppure così forti da ritornare sempre al punto di partenza e ricominciare. 

Due percorsi diversi, che in “Barche” si incrociano per il tempo di un passo a due. Come è nato il pezzo e come vi siete relazionati alla scrittura? Raccontanteci un po’ com’è nata, sotto le ali chiocce di La Clinica Dischi, la vostra personale idea di hit estiva.

S. Barche è una canzone che racconta tanto di noi. Scrivere a quattro mani che alla fine sembravano due, è stata la conseguenza naturale di una forte stima reciproca. Io e Manuel siamo fratelli in una famiglia La clinica dischi che ha fin da subito amato l’idea di una collaborazione tra due dei loro figli. La purezza di questo racconto fa di Barche una canzone, per me, speciale.

A. È nato per urgenza, non ci abbiamo pensato molto. Ad un certo punto. quando hai caldo, sudi; ecco, credo che Barche sia la reazione fisiologica al fatto che io e Ginevra da tempo pensavamo a Barche. E poi, senza dircelo nemmeno, l’abbiamo scritta. No, davvero non saprei raccontare altro: è tutto quello che è successo. Ed è molto più poetico così, perché è vero!

Come si fa a diventare mare, come dite in “Barche”? Sciogliendosi nel caldo di quest’estate da “Barche”, ma senza barche su spiagge fin troppo solitarie?

A. Sicuramente sudare è un buon modo per sprigionare quel 60 per cento di liquidità che c’è in noi. Però non basta: bisogna anche sapersi sciogliere – per davvero -, liberarsi da ogni ancora e lasciarsi andare anche alla deriva, se necessario. Almeno, per me il miglior modo per scoprirsi Barche è aver il coraggio, talvolta, di naufragare. Ci vuole grande coraggio, ad accettarsi come naufraghi nel grande oceano dell’esistenza. Sopratutto, in un millennio in cui tutti vogliono credersi nostromi inaffondabili.

S. Mare si diventa con il correre degli anni. Quando arriva uno sbaglio, due e poi tre che ti aiutano a comprendere che a volte nella vita bisogna avere il coraggio di aspettare. Questa che stiamo vivendo è un’estate diversa, fatta di silenzi e di mancanze. E così, senza quelle vere, le barche siamo noi e tutto quello che abbiamo dentro.

Cosa ne pensate della scena cantautorale nostrana? E soprattutto, credete ancora – e voglio la risposta sincera – che sia ancora necessario seguire la via della ricerca di un certo contenuto, o bastano i lustrini di produzioni targetizzate sul fenomeno playlist?

S. La scena cantautorale di oggi  è figlia illegittima di quell’indie che ho amato tanto da adolescente ribelle e fuori dalle righe. Cito Zen Circus, Le luci Della Centrale Elettrica, Ministri e Teatro Degli Orrori che poi la lista è lunga ma non troppo. Siamo cresciuti con le cassette e gli mp3, con i racconti dei nostri genitori di quando andavano ai concerti di Dalla e De Gregori e abbiamo la fortuna di vivere in un era  in cui lo streaming ha reso la musica più democratica e un’artista indipendente fa meno fatica a trovare visibilità per via dei social.

Io non credo molto alla storia delle produzioni targetizzate per le playlist, sarebbe assurdo oltre che controproducente. La produzione di un brano ha il compito di valorizzarne la potenzialità,  aldilà di quante playlist lo aggiungeranno in lista. Non bisogna mai perdere di vista il motivo per il quale scriviamo canzoni e decidiamo di condividerle con il resto del mondo.

A. Penso ci siano tante cose belle in giro, e anche cose meno belle. Dopotutto, questo è il bello e il tragico della democrazia: tutti hanno diritto ad avere un posto sul mercato, anche se – e qui il discorso potrebbe diventare antipatico – non tutti lo meriterebbero. Insomma, siamo in troppi e siamo disordinati, ci copriamo l’un l’altro facendo a gara a chi urla più forte, e spesso urliamo anche male.  

Ormai siamo entrati in argomento: cosa ne pensate, a questo, punto del fenomeno playlist? Danno l’impressione di poter essere una risorsa, ma allo stesso tempo un’arma a doppio taglio. 

S. Purtroppo e forse per fortuna, lo streaming è il modo più efficace per far sì che la tua musica arrivi a più persone possibili in tempi anche troppo veloci. Il sistema playlist è un’idea che ho sempre amato perché mi ha permesso nel corso degli anni di scoprire artisti che forse mai avrei scoperto altrimenti.

Entrare in una playlist importante ti permette di avere accesso ad un tipo di visibilità che non avresti in caso contrario, ma io sono sicura che se un’artista ha talento e soprattutto voglia di dire e fare, può riuscire anche senza. Credo molto nella determinazione e nella potenza di un’ambizione. Io, tra l’altro, sono sempre stata fan di artisti di nicchia, senza numeri grandi e sold out alle spalle. Per me conta molto quello che hai da dire e non a quante persone riesci a dirlo. 

A. Non lo so, io credo che non tutto quello che è nelle playlist sia in linea con ciò che personalmente ritengo “da playlist”. Voglio dire che tante cose belle, ripeto, le ho trovate fuori dai contenitori. Poi credo stia al singolo non fare l’asino, facendosi “legare dove vuole il padrone”: le playlist hanno quasi del tutto soppiantato la funzione delle radio, che un tempo erano al centro delle polemiche sulla qualità di quello che passava sulle loro frequenze.

Insomma, il tempo passa e i mezzi cambiano ma i dibattiti rimangono gli stessi; l’importante è non smettere di credere nella ricerca, nella curiosità e nella voglia di ascoltare musica nuova, che esiste (sopratutto) fuori dai canali “istituzionali”.

Avete tre nomi a testa da consigliarci, tirateceli fuori ora e noi ascolteremo.

S. Joan Thiele, Germanò e Moca.

A. Tre nomi. Difficile. Metto un unico grande nome che è La Clinica Dischi. Dentro ci sono un sacco di artisti bravi, con belle idee e cose da dire. Poi è la nostra famiglia, e la famiglia è la famiglia

Salutateci, e invertitevi di nuovo i ruoli: Svegliaginevra, spiega al pubblico perché ascoltare Apice, e viceversa!

S. Ascoltate Apice perché fa bene al cuore. 

A. Ascoltate Ginevra perché ha fatto bene al mio, di cuore. Baci, e grazie a The Soundcheck.

a cura di
Giulia Perna

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