Il fenomeno delle canzoni usa e getta

Il fenomeno delle canzoni usa e getta
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Il grande sociologo Zygmunt Bauman parlava di amore liquido, diceva che le emozioni passano, i sentimenti invece vanno coltivati. Se dovessimo prendere questa frase per applicarla alla musica e alle canzoni dei nostri giorni la connessione sarà facile.

Oggi le canzoni sembrano essere l’emozione del momento, l’ascolto fugace o spesso casuale, quello da tre minuti di brividi dietro la schiena e poi confinate a quell’universo di cose che non ricordiamo più.

La musica è diventata liquida, per colpa o per fortuna della digitalizzazione

La musica si è quindi smaterializzata diventando indipendente da qualsiasi supporto. L’ascoltatore medio si adopera nello zapping sonoro, quel processo per cui ci sono tantissime canzoni, molte delle quali simili tra di loro, ingurgitate e poi sputate fuori, buttate nel dimenticatoio.

Io sono figlia della fine degli anni ’90 ma questo mi permette comunque di ricordare bene quando consumavo un cd nel vecchio registratore, quando mandavo indietro un brano per poter trascrivere la parte preferita di testo sul quaderno a righe. Rimaneva così impresso nella mente un ricordo, la canzone aveva il tempo di essere metabolizzata, interiorizzata, trovava insomma un suo spazio dentro di noi.

Oggi invece le cose sono diverse, si sono moltiplicati gli home studio recording, quindi tutti possono fare musica, basta qualche programmino e anche se non hai mai suonato in vita tua, diventi un chitarrista.

Ogni giorno ascolto decine di brani nuovi in uscita, artisti con i nomi d’arte così strani che non si distingue nemmeno più il nome della canzone dal nome dell’artista. Vado nelle playlist, quelle super acclamate, faccio un ascolto veloce e mi annoio.

Siamo così sicuri che la quantità a discapito della quantità, sia stato un passo in avanti?

Oggi per un artista emergente è difficile immaginare un album all’inizio del proprio percorso artistico, il sistema attuale impone di pubblicare almeno 3 o 4 singoli per farti conoscere dal pubblico di massa, poi pensare ad un EP ed eventualmente dopo un anno e mezzo valutare l’opzione dell’album. Quindi praticamente ogni singolo è come se fosse un album, merita la stessa attenzione mediatica, la stessa comunicazione, lo stesso impegno da parte di ufficio stampa, social media manager, manager, etichetta e chi più ne ha più ne metta.

La domanda sorge spontanea: ci sono brani che ricorderemo tra 10 anni?

Ma il modo in cui ascoltiamo la musica, non è l’unica variabile da considerare. Un tempo il successo di un artista si valutava dal numero di copie vendute, quello era l’unico dato significativo nell’era analogica. Invece oggi un artista ha successo se riesce ad attirare l’attenzione del pubblico.

Gli esperti hanno opinioni divergenti, c’è chi sostiene che l’era indie e tutto quello che è arrivato dopo, sia stato solo un bene per la musica perché ha abbattuto certe barriere che vedeva le major imporsi a tutti i costi, dando così spazio a tutta una scena emergente che altrimenti difficilmente sarebbe emersa. C’è chi invece sostiene che oggi tutti possono fare musica e questo marasma di singoli che ci divora, sposta l’ago della bilancia, svalutando così quella che un tempo veniva considerata musica di qualità.

Il rischio è quello di avere un mercato saturo di informazioni, dove lo streaming è economico e alla portata di tutti e chiunque può usufruirne da qualsiasi posto del mondo. Ma l’attenzione del pubblico è spesso scarsa, perché? Perché alla maggior parte degli artisti emergenti di oggi manca la qualità e l’autenticità. Tutto si riduce ad una corsa, la corsa verso i numeri di Spotify, la corsa per entrare nelle playlist editoriali, la corsa per avere più di 10.000 follower.

La musica però non è un numero, una canzone di valore è quella che ti fa venire i brividi anche dopo 10 anni dalla sua uscita e io sono sicura che il 90% dei brani pubblicati da artisti emergenti negli ultimi 2 anni, siano già finiti nel buco nero dell’universo.

a cura di
Giulia Perna

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Ciao Pau… 🌹❤️

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