La Storia e Io: Shirley Jackson, donna e strega

La Storia e Io: Shirley Jackson, donna e strega
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Shirley Jackson si è mostrata capace di mescolare in maniera sottile la sua vita privata e le sue storie, ricoprendo il tutto con una patina surreale che l’ha resa maestra dell’inquietudine

Venerata da Stephen King, che le dedica L’incendiaria, è stata una scrittrice prolifica e capace non solo di toccare il genere horror, ma anche di addentrarsi con sagacia tra le pieghe del pensiero umano.

Ecco come, in quanto scrittrice donna, non essere presa seriamente: usa demoni e fantasmi ed il resto dell’armamentario gotico nelle tue storie, descrivi pubblicamente te stessa come “a practicing amateur witch” e vantati di come hai maledetto noti editori. Contribuisci con saggi comici a riviste femminili sulla tua vita frenetica di casalinga e madre. Shirley Jackson ha fatto tutte queste cose e, durante la sua vita, è stata in gran parte liquidata come una talentosa fornitrice di storie raffinate horror – “Virginia Werewoolf”, come ha detto un critico. Per la maggior parte dei cinquantuno anni dalla sua morte, questa reputazione è rimasta. 

Inizia così un articolo del The New Yorker su Shirley Jackson, scritto in occasione della sua nuova biografia pubblicata nel 2016: A Rather Haunted Life di Ruth Franklin. Questa definizione raccoglie in qualche modo l’essenza e l’ironia dark della scrittrice e lascia intravedere il motivo per cui ho scelto un suo libro, Lizzie, per questa seconda puntata. 

Come afferma la stessa Franklin, infatti, Jackson non è solo una figura importante nella tradizione gotica americana, ma anche una significativa cronista proto-femminista della vita delle donne, nella metà del ventesimo secolo.

Basti pensare al suo pensiero sulla stregoneria. Jackson scrive di esserne interessata non in quanto un “practical method for influencing the world” ( un modo pratico per influenzare il mondo) ma più come “a way of embracing and channeling female power at a time when women in America often had little control over their lives” (un modo per abbracciare e incanalare il potere femminile, in un momento in cui le donne in America avevano spesso poco controllo delle loro vite). 

La vita

Shirley Jackson nasce a San Francisco nel 1916, all’interno di una famiglia di stampo conservatore. Cresce subendo la figura materna. La donna non fa mai mistero di trovarla inadatta e, anche dopo i primi successi letterari della scrittrice, continua a scriverle per farle presente quanto il suo aspetto non sia piacevole. Si legge in una lettera: 

I have been so sad all morning about what you have allowed yourself to look like.

La sua vita adulta diventa una sorta di ribellione, quindi, contro la stessa madre ed i suoi valori. Diventa una scrittrice, non si prende cura del suo aspetto esteriore e sposa un intellettuale: Stanley Edgar Hyma. 

I due si incontrano alla Syracuse University e si trasferiscono poco dopo la laurea a New York. Qui iniziano a collaborare entrambi con  The New Yorker

Nonostante la incoraggi a scrivere principalmente per contribuire alle finanze familiari, l’uomo, che doveva rappresentare una fuga, finisce per essere l’ennesimo rapporto tossico, che la porta ad accettare una relazione ricca di tradimenti e vessazioni.

Nel 1965, a causa di un arresto cardiaco, muore a soli quarantotto anni.

Le protagoniste dei suoi romanzi e dei suoi racconti riportano quasi sempre alla delusione del suo matrimonio e al rapporto compromesso con la madre, ma anche alle sue nevrosi e le sue paure. È in parte di questo che parla Lizzie

Shirley Jackson – Lizzie
Lizzie

Lizzie viene pubblicato nel 1954 con il titolo Bird’s Nest e non incontra, inizialmente, recensioni troppo positive. È nel 2014, grazie alla ristampa della Penguin, che il romanzo viene riscoperto. Grazie a questa edizione nel 2014 abbiamo la prima versione italiana, edita da Adelphi e tradotta da Laura Noulian. 

Shirley Jackson inizia a scriverlo nel 1952, anno in cui è affetta da insonnia ma anche da forti dolori alla testa e alla schiena. Problematiche che ritroveremo anche nella protagonista.

Al centro del romanzo, infatti, si trova il disturbo da personalità multipla di Elizabeth, visto e analizzato da diversi punti di vista. 

Il libro si suddivide in sei capitoli. I primi quattro sono un palleggio mentale tra le personalità della ragazza ed il dottor Wright – all’occorrenza dottor Wrong – il suo medico. Il quinto è narrato da Morgen, la zia che ha cresciuto Elizabeth, ma anche Beth, Betsy e Bess. L’ultimo ha, invece, la voce di un narratore esterno a svelarci il finale.

Pagina dopo pagina, non si scoprono però solo le personalità di Elizabeth, che a tratti dialogano e lottano fisicamente e violentemente tra di loro. Si parte anche alla ricerca di ciò che ha causato questa separazione, scavando nel suo passato.

Nel romanzo troviamo anche due simboli ricorrenti nella poetica della Jackson. Il primo è la protagonista ricca, in qualche modo, di ironia. Se Elizabeth è, infatti, timida e “così poco interessante da non meritare nemmeno un soprannome” le sue personalità si dimostrano affascinanti, vanesie ed in qualche modo mostruose

Il secondo è la casa, contrapposta in qualche modo al museo dove la -le?- ragazza lavora. I due luoghi mutano struttura e respiro con lei. Nel primo capitolo si descrive un dissestamento della struttura museale che coincide con lo “smontamento” delle personalità di Elizabeth.

La casa della zia, invece, ricca di oggetti oscuri e pacchiani, negli ultimi capitoli si sveste di quest’ultimi, mentre la ragazza scopre e riaccorda le sue personalità. Come a dare spazio, luce.

Padrone del proprio destino

Il romanzo, attraverso i pensieri dei suoi personaggi, riesce contemporaneamente ad inquietare e divertire. La conclusione è un grottesco lieto fine, in cui le personalità si amalgamano sotto un nuovo nome: Victoria.

Perché, come scrive Shriley Jackson nell’ultima pagina del suo diario:

I am the captain of my fate. Laughter is possible laughter is possible laughter is possible.

a cura di
Andrea Romeo

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