Jackson Pollock: dal cavalletto al pavimento

Jackson Pollock: dal cavalletto al pavimento
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Una sgocciolante tela bagnata ricopriva l’intero pavimento… Vi era totale silenzio… Pollock guardò il dipinto. Poi, inaspettatamente, raccolse barattolo e pennello e iniziò a muoversi attorno al quadro. I suoi movimenti, dapprima lenti, diventarono via via più veloci e più simili ad una danza mentre scagliava pittura colorata di bianco, nero e ruggine sulla tela. Si dimenticò che anche noi eravamo lì; sembrava non sentire il clic dell’otturatore della camera fotografica…».

Namuth

Queste le parole di Namuth, fotografo che immortalò momenti unici che raccontano la modalità operativa dell’artista. L’atto creativo diventa quasi una performance, una pratica che coinvolge anche il corpo. Jackson Pollock danza sopra la tela senza toccarla, la affronta, da tutti e quattro i lati, senza privilegiarne alcuno.
Diventa come uno sciamano che impersona uno spirito animale, o come un essere umano che non abbia ancora assunto la stazione eretta.

Le origine del dripping

Nato nel 1912, nel contesto del manierismo figurativo degli anni trenta, trascorse la gioventù tra l’Arizona e la California. Nel 1929 si trasferisce a New York dove frequenta la Art Students League ed entra in contatto con il pittore Thomas Art Benton, uno dei maggiori esponenti del realismo americano. Il suo primo riferimento artistico, soprattutto per quanto riguarda l’uso del colore. In seguito lavorò come muralista per il Federal Art Project, i cui obiettivi principali erano quelli di abbellire edifici pubblici ed educare il popolo americano all’arte.

L’incontro con il surrealismo, con la sua esaltazione dell’inconscio e della dimensione onirica, avviene grazie alle numerose mostre organizzate da Alfred Barr, direttore del MOMA. La retrospettiva intitolata a Picasso del 1939 e quella dedicata all’arte autoctona dei nativi americani, arricchiscono il substrato artistico di Jackson Pollock.
Queste influenze convergeranno poi nelle opere che caratterizzano i primi anni 40. 

La donna luna del 1942
La donna luna ( Fonti: Pinterest)

Nell’opera La donna luna del 1942 è esplicito un rimando all’arte autoctona con esaltazione del colore. La presenza di simboli riporta al surrealismo e una forte attenzione al mito e al primitivo. La continua ricerca verso l’arte dei nativi americani, porta Jackson Pollock anche ad una attenzione sempre crescente ad una modalità di ricerca delle forme espressive degli Indiani d’America, attraverso l’interrogazione del gesto stesso. 

Modalità che va ricercata nel cosiddetto sand painting, quel modo di creare immagini con le sabbie colorate e pollini, che accompagna le cerimonie di cura degli sciamani presso alcune popolazioni native del Nord America. Sabbie e pollini vengono lasciati cadere per terra durante un rituale di danze e canto molto organizzato e distrutto dallo sciamano alla fine della cerimonia.
Jackson Pollock aveva visto crearne una dimostrativamente alla mostra Indian Art of the United States, del 1941 a New York, che lo aveva spinto verso un gesto che fonde l’idea dell’inconscio, con la forza della natura.

Dalla verticalità all’orizzontalità

Con questo cambia anche la relazione con il quadro e l’atto pittorico, che lo portano alla decisione radicale di mettere la tela per terra per portarla, così facendo, dalla verticalità del visivo all’orizzontalità del vissuto corporale.
La tela diventa l’arena dove il suo gesto scaglia sulla superficie dell’opera le proprie sensazioni interiori, la propria energia esistenziale.

È proprio qui, in questa nuovo punto di vista che vediamo la rivoluzione di Pollock. Se molta pittura dopo l’impressionismo aveva compreso entro il suo perimetro, con l’espediente della prospettiva vissuta, anche lo spazio percettibile muovendo la testa verso il basso, sino a guardarsi i piedi, nessuno fino ad allora aveva mai pensato a implicare questo spazio nella pratica pittorica, a non limitarsi a rappresentarlo, ma a viverlo nell’atto del dipingere, a renderlo un fattore del processo creativo, come fa invece Pollock nel dripping.

Il volo di Pollock

Fino a quel momento gli artisti hanno disegnato o dipinto piccole cose su un foglio o una tela posti in orizzontale, con la matita o il pennello attaccati alla superficie. Qui la cosa è diversa, Jackson Pollock danza sopra la tela senza toccarla.

Per usare un paragone tratto dalla vita quotidiana, prima del dripping l’artista si trovava in una fase simile a quando gli aerei corrono sulla pista di decollo, coi motori a tutta, mollati i freni, ogni asperità della pista si sente sotto le ruote, ogni avvallamento è una botta, uno scossone e il chiasso si fa sempre più forte. Poi il pilota tira la cloche e ci si alza da terra, il chiasso scompare, l’aria è liscia e non offre più attrito. Inizia il volo.

Il volo, per Pollock coincide con l’invenzione del dripping, cioè di quel modo di dipingere col pennello a mezz’aria, discosto dalla tela posta non più in verticale, ma in orizzontale sul pavimento dello studio, con una materia fluida che si dispone sulla superficie seguendo il gesto del pittore nel suo andamento nello spazio e nella velocità di svolgimento.

L’inconscio in parte si sublima

Il mio dipinto non scaturisce dal cavalletto. Ho bisogno della resistenza di una superficie dura. Sul pavimento sono più a mio agio. Mi sento più vicino, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorare dai quattro lati ed essere letteralmente “nel” dipinto. È simile ai metodi dei pittori di sabbia indiani del West».

Jackson Pollock

Lo stesso artista raccontava così la sua avventura pittorica che lo aiutava a mettersi in contatto con l’inconscio: era importante che il colore trovasse quasi da solo la sua strada sulla tela, gocciolando, appunto.
Nonostante nella sua arte è evidente un’idea di casualità, quest’ultima resta però sempre indirizzata ad una relazione con il gesto, se fosse casualità totale il risultato sarebbe caotico, invece esiste una specifica costruzione dell’immagine. La spinta inconscia iniziale progressivamente si oggettiva e in certa misura si sublima.

I vari tipi di dripping
Number 27 (Fonti: Pinterest)

Esistono vari tipi di dripping, si passa dai drip paintings totalmente astratti, i più famosi, che a partire da titoli come Autumn Rhythm o Lavander Mist, possono evocare il paesaggio, la natura, ma restano non oggettuali, e quelli in cui il dripping è alternato a forme allusive alla figura umana, ricavate ritagliando con una lama la superficie ottenuta tramite lo sgocciolamento. 
Vi sono dripping in cui il groviglio di segni è fluido e armonico, e ve ne sono altri nei quali invece il segno va soggetto a repentini cambi di direzione, ad andamenti che fanno pensare a discontinuità nella danza che li determina.

A noi ora resta soltanto ricordare che in quell’angolo di 90° che si determina tra orizzontale e verticale, (inteso non più dal cavalletto al pavimento, ma dal pavimento alla parete, al termine dell’operazione), sta il tentativo estremo di mediazione, fra il primitivo e l’arte moderna, tra l’inconscio malato e la sua cura, tra il bambino e l’adulto: in breve tra l’originario inarticolato e la cultura.

a cura di
Cesario Cesaro

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