“Kitchen” e “Blue Period”: il dolceamaro della solitudine

“Kitchen” e “Blue Period”: il dolceamaro della solitudine
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Kitchen è il primo libro pubblicato dalla scrittrice giapponese Banana Yoshimoto, nel 1988. Il volume narra di dolore e solitudine come condizioni normali e quotidiane, come ciò che accomuna e lega Mikage, la protagonista, e l’amico Yūichi. I due crescono ed evolvono insieme, intrecciando le loro solitudini tra loro e dando così forma al loro bellissimo e singolare rapporto. 

Blue Period è scritto e disegnato da Tsubasa Yamaguchi, pubblicato da giugno 2017 nella versione manga, e uscito nel 2021 nella versione anime. La storia è incentrata sull’arte e sulla sua importanza espressiva, frutto non solo di talento ma anche di duro allenamento. È così, infatti, che il protagonista Yatora Yaguchi si mette alla prova nel tentativo di essere accettato all’UAT, l’unica scuola d’arte pubblica, ovvero quella con prezzi per lui accessibili. 

Parliamo di due testi diversi ma con lo stesso background culturale: quello del Giappone e dei manga. Infatti, lo stile di Banana Yoshimoto è stato definito quasi come una rielaborazione letteraria dello stile dei fumetti giapponesi. Oltre a quest’ultimo, a fare da filo conduttore tra le due storie ci sono tre elementi: il primo è l’importanza dell’arte in senso lato – in Kitchen si tratta di arte culinaria, in Blue Period di quella pittorica. Il secondo è la tematica queer, la presenza di una figura transgender. In entrambi i casi si tratta di due personaggi secondari ma essenziali allo sviluppo del racconto e alla crescita dei protagonisti. Il terzo è il dolore e la solitudine che i personaggi si ritrovano a vivere e affrontare. 

Copertina del libro “Kitchen”; immagine presa da Amazon.it
Kitchen 

La cucina è il luogo della convivialità, del ritrovo, della famiglia. È anche il posto preferito di Mikage, in cui si sente al sicuro. Forse per lei è così proprio perché è lì che ritrova quel calore familiare che ha perso per sempre. Infatti, la storia inizia subito dopo la morte della nonna, che era rimasta il suo ultimo parente in vita. I genitori li aveva persi da bambina, per poi perdere anche il nonno qualche anno dopo.

Più sola che mai, Mikage viene accolta a casa del compagno di scuola Yūichi e da sua madre Eriko. I due diventeranno la sua nuova famiglia acquisita, bellissima e singolare: Eriko, infatti, è trans ed è biologicamente il padre di Yūichi. Un uomo che si ritrova a fare anche da madre e per farlo lo diventa davvero; come se, per superare il dolore della perdita della moglie e per dar nuova forma alla sua vita, dovesse cambiare anche le proprie sembianze, per darsi un nuovo senso e una nuova luce, per ricostruire dalle fondamenta. 

Gli avvenimenti si susseguono dando alla storia un sapore dolce-amaro, nella chimica che si crea tra due persone che si ritrovano ad affrontare lo stesso dolore da soli ma pur sempre insieme, l’uno accanto all’altra. 

Copertina del primo volume di Blue Period; immagine presa da Amazon.it
Blue period 

Blu come tristezza, come tormento. Se l’arte è mezzo di espressione di sé, il tentativo non sempre riuscito di dare voce a una parte del proprio io che forse ancora non si conosce può essere fonte di dolore. In Blue Period, infatti, l’arte è trattata come mezzo di scoperta della propria persona.

Alcuni dei personaggi sono percepiti come molto forti e sicuri dall’esterno com’è per Yatora, il protagonista, ma anche per Ryuji, una ragazza trans. Nel corso della storia, infatti, vediamo bene come in realtà le loro paure e insicurezze siano molte e fluiscano verso l’esterno attraverso l’arte andando a posarsi su una tela bianca, dandogli colore e forma. Elementi, questi ultimi, che non sempre riusciamo a trovare in noi guardandoci allo specchio.

A tal proposito, particolarmente forte e significativo è il gesto di Ryuji: alla consegna di realizzare un autoritratto durante l’esame di ammissione alla scuola di arte UAT lei disegna una semplice X sulla tela, per poi alzarsi e lasciare la stanza. Una X che simboleggia la sofferenza del tentativo di capire se stessi e non riuscirci, di scavarsi dentro e di non trovare una risposta. 

Il dipinto di Ryuji per l’esame di ammissione all’UAT; immagine presa da lostinanime.com
(In)comprensione e (non)accettazione 

Se Eriko in Kitchen decide di diventare donna dopo aver perso la moglie, forse anche per superare il dolore, il personaggio che noi incontriamo è quello che ha già vissuto difficoltà e dubbi legati alla sua sessualità. È già rifiorita, tanto che risulta estremamente attraente e per niente scomoda in quelle sue nuove vesti. Ma ci fa sapere che la strada per trovarsi non è stata affatto semplice. Infatti, dichiara a Mikage

“Diventare donna è terribile sai? Però, chi nella vita non conosce almeno una volta la disperazione e non capisce quali cose valgano veramente, diventa adulto senza avere mai capito che cosa sia veramente la gioia. Io sono stata fortunata”. 

Eriko

Al contrario, Ryuji in Blue Period è in piena adolescenza, è biologicamente maschio ma si riconosce nel genere femminile. Sappiamo che prova interesse sia per ragazzi che per ragazze e vediamo quanto questa sua crisi di identità generi in lei confusione e sofferenza.

In un’età in cui è sempre importante il riconoscimento da parte dei coetanei, Ryuji soffre molto l’incomprensione altrui, che si manifesta anche nei rifiuti che riceve a causa della sua sessualità. Un’altra importante fonte di dolore è la totale insofferenza dei suoi genitori, che non intendono accettare la figlia per chi è, e a cui solo l’amore e la presenza costante della nonna fanno da balsamo. Ogni volta che incontriamo il personaggio di Ryuji l’accento è posto sulla sua sofferenza interiore. Lei stessa dichiara: “piuttosto che essere ciò che il mondo vuole che sia, preferisco morire”. 

Ed è proprio nella morte causata dall’intolleranza e dall’incapacità altrui di accettare la vera identità di Eriko che questa trova la sua libertà definitiva. Mikage, a questo punto, accanto a Yūichi, si ritroverà a vivere ancora una volta un nuovo tipo di solitudine, più profondo e inaspettato, che i due potranno superare solo insieme. 

Conclusioni 

Probabilmente, trovare la propria strada è molto doloroso e mai facile. Implica dubbi, scelte giuste e sbagliate, errori, paure e insicurezze… ma, se Eriko dice il vero, il risultato spesso compensa la fatica: poter arrivare ad essere se stessi è un’arma potente, oltre che per vivere bene, anche per lasciare agli altri un pezzo di ciò che noi siamo, per lasciare una piccola traccia del nostro passaggio.

E, come sempre, l’unico modo per combattere la solitudine, la sofferenza e la paura è quello di viverle a pieno, di passarci attraverso, di immergersi in esse per farle divenire la propria nuova veste e avvolgersi, così, di una nuova luce. 

a cura di
Gaia Barbiero

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