Il lavoro degli universitari tra speranze e necessità

Il lavoro degli universitari tra speranze e necessità
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Perché gli universitari lavorano? Quali logiche stanno dietro al primo inserimento del mercato del lavoro? Sono queste le domande che muovono la presente inchiesta

Il “vorrei ma non posso” sembra regnare sovrano quando si parla del lavoro per universitari. Giovani vogliosi di fare, vogliosi di essere, ma relegati, in attesa della specializzazione che sarà consegnata dalla laurea, unica promessa di salto nel futuro che si vuole, in segmenti lavorativi a loro estranei, lontani, sconnessi con il loro percorso, le loro ispirazioni.

Le voci degli universitari

È il caso di Ambra, 20 anni di Forlì, che un domani vorrebbe lavorare nelle carceri, ma che per il momento fa consegne da asporto per un sushi della città: «Studio sociologia, lavorare come assistente psico-forense per le ragazze nelle carceri è ed è sempre stato il mio sogno. Per il momento faccio delle consegne, lo faccio per pagarmi un po’ i consumi, i miei mica mi pagano tutto. Mi occupa 20 ore settimanali, lo so, sono abbastanza… Beh, è ovvio che se potessi fare qualcosa già in carcere lo farei, ma chi mi prende senza laurea? E poi anche una volta laureata, chissà…».

La laurea sembra rappresentare, per Ambra, l’unico pass per il lavoro dei sogni. Intanto, 20 ore settimanali, di una 20enne, nel fiore della sua forza, delle sue aspirazioni, vengono impiegate in un lavoro che non piace, dove non ci si riconosce. Questo asset caratterizza due terzi degli intervistati di questa inchiesta, che ha coinvolto 30 ragazzi dai 20 ai 27 anni, tutti universitari, tutti che coniugano lavoro e studio. 19 di loro sono impiegati in settori che non amano, o comunque in un settore di passaggio. I restanti hanno trovato qualcosa in linea con i loro obiettivi. È sui primi che questa inchiesta vuole indagare.

Sogni e realtà

Una di queste è Myriam, 24enne di Bologna, studentessa di lettere e aspirante giornalista. «So bene che il giornalismo è un settore difficile – spiega – ma di certo non ci sono possibilità per una universitaria che vuole addentrarsi in questo mondo. Ho mandato decine di curriculum ma nulla. Così sono finita a fare la tutor nelle scuole, un po’ per pagarmi gli studi, un po’ per lasciarmi aperta la finestra dell’insegnamento, il piano B».

Un’altra testimonianza: «Io studio interpretazione linguistica – dice Angela Maestri, 21 anni di Forlì – e se ci fossero opportunità per il mio settore le prenderei al volo. Mi sono ritrovata a lavorare nei campi ad agosto e settembre per pagarmi gli studi. Tra l’altro, un ambiente sfiancante, in termini di fatica, e fortemente maschilista. Ma al di là di quello, mi ha permesso pagarmi molti mesi di studi, cosa che nel settore in cui cerco, ovvero come traduttrice, non si trova nulla senza laurea».

Un sistema perverso

Questa inchiesta, sia chiaro, non vuole screditare il lavoro in quanto tale, anzi. Ogni “lavoretto” è degno, e sicuramente può servire per la crescita personale. In tanti hanno rilevato infatti che nonostante non sia affine con le proprie indole, il lavoro sia comunque importante per un percorso di crescita personale, aiuta a relazionarsi e ad imparare a gestire le pressioni. Si vuole però porre l’attenzione su un sistema che fa della contradizione un suo cardine: richiede figure specializzate, ma che in attesa della loro formazione, non offre possibilità di, appunto, specializzarsi. E quindi relega questi ragazzi in settori lavorativi lontani dalle loro aspirazione.

A volte il tirocinio è l’unico trampolino per passare dall’università al lavoro. «E se andasse male anche quello?», è la preoccupazione di Francesca, 26 anni, studentessa di Sociologia, che, come Ambra, vorrebbe lavorare con i detenuti nelle carceri. «Il tirocinio? Spero vivamente che io riesca a trovare un posto nell’ambito in cui vorrei operare, altrimenti è un vero problema. Ho già 26 anni, tra poco mi laureo, e non ho mai fatto esperienza all’interno delle carceri, non so se la sola laurea mi basterà per accedere a quel mondo. Io lavoro sì, ma come barista, per pagare le rette delle università: 30 ore settimanali, non chiedermi dove trovo il tempo per studiare».

Perché si lavora

La prima introduzione al mercato del lavoro non è figlia di una visione lungimirante per gli intervistati. Laddove lungimirante s’intenda un investimento per il futuro, un’immersione in ciò che si vuole essere e ciò che si vuole fare. Guadagnare soldi per il mese, coprire le spese, pagare l’università, sono le cause ripetute dalla maggior parte degli intervistati che svolgono lavori che non piacciono.

Motivazioni di breve periodo, l’idea che sottende il lavoro durante la laurea è sempre quella: lavorare per pagarsi gli studi, studi che poi serviranno, un domani, per lavorare. Un cane che si morde la coda, nella speranza che il cerchio si chiuda, ovviamente, e che non si rimanga intrappolati nel segmento lavorativo degli anni universitari. Cosa tutt’altro che scontata.

Incertezze

Lo sostiene Marco, 27 anni, studente di economia. «Io un domani voglio fare analisi dei dati ad alto livello, per aziende o enti pubblici. Non ho mai fatto esperienza finora in questo settore. Ho raccolto frutta nei mesi estivi, fatto l’autista o lavorato al Roadhouse. Esperienze che mi hanno accresciuto personalmente, certo, ma che non mi serviranno poi per il curriculum. Penso che con il tirocinio mi immergerò per la prima volta nel mercato del lavoro. Io credo di essere fortunato, nel mio lavoro si trova, le aziende cercano analisti di dati. Ma ho amici che anche finita la laurea continuano a fare lo stesso lavoro che facevano prima, a loro è andata peggio».

E poi c’è chi il lavoro lo sta per avere, ma che, per i problemi enunciati sopra, si trova in una situazione d’incertezza. «Ho superato il primo step del concorso come insegnate delle superiori – dice Marcello, 28enne di Modena, dottorando di ricerca all’università di Pisa – e tra poco avrò la seconda parte del test. Se vinco, come spero, diventerò insegnante, ma senza un minimo di esperienza. Vado in classe, ma chi mi dice che so insegnare?».

Conclusioni

E quindi? Quindi gli universitari lavorano, ma non con una visione di lungo periodo. La laurea è l’unico trampolino, nell’immaginario dei giovani. Conclusione più calzante non potrebbe essere che quella di Eleonora, 22enne di Modena, studentessa di filosofia a Bologna:

«Non viviamo in un mondo che crea opportunità per le risorse del futuro. Questo è un gran peccato, credo che se cominciassimo a intraprendere una strada che permette ai giovani di emergere, ci renderemmo tutti conto di quanto in realtà non solo abbiano voglia, ma anche necessità di fare cose grandi, di mettersi alla prova e dimostrare a se stessi e agli altri quanto possono essere parte di un mutamento necessario. Mi piacerebbe vivere in un mondo che incentiva un giovane ad essere la miglior versione di se stessa, ma mi rendo purtroppo conto che molto spesso accade il contrario».

A cura di
Mattia Vernelli

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