Marta Arpini è la cantastorie contemporanea che aspettavamo

Marta Arpini è la cantastorie contemporanea che aspettavamo
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Se vi manca viaggiare ed assaporare i suoni e i sapori di nuove città, Marta Arpini sarà in grado di farvi respirare una boccata di internazionalità senza che vi dobbiate alzare dal letto. Stiamo parlando di una giovane artista nata e cresciuta cremasca e trasferitasi in terre olandesi da diversi anni. 

Chi è Marta Arpini

Marta, classe 1994, muove i suoi primi passi nel mondo della musica da bambina iniziando con lo studio del pianoforte e aggiungendo il canto più avanti. Nel 2014 viene ammessa ai Corsi Civici di Milano dove inizia a studiare jazz vocals diplomandosi nel 2017. Ma Marta non si ferma qui e nello stesso anno sale su un aereo diretto verso Amsterdam per proseguire i suoi studi in jazz vocals al Conservatorium Van Amsterdam. 

Ed è proprio da questo nuovo punto di partenza che prende vita la sua identità artistica, o forse dovrei dire le sue identità artistiche. Infatti Marta ha all’attivo ben 3 progetti musicali: i Forest Light, i tiigre e ovviamente il suo progetto solista.

Progetti che esplorano generi diversi spaziando dal jazz-pop al dream-pop all’electro-pop

Quello che rende questa ragazza speciale è la sua capacità camaleontica di adattarsi ai vari generi musicali, vestirsi di essi per poi riuscire a rimescolarli e declinarli creando sonorità sofisticate e ricercate. Marta compone, arrangia e scrive la propria musica (in collaborazione anche con i musicisti delle sue band) dando vita a vere e proprie storie tutte da raccontare e cantare. Lei stessa definisce il progetto da solista come un “avant synth folk di favole contemporanee e teneri tuoni”.

Storyteller è proprio il nome del suo ultimo singolo, pubblicato lo scorso 27 aprile e autoprodotto con la collaborazione di Radio Trapani. Citando Marta, questo singolo è “un è un’ode a tutti gli strambi là fuori; a tutti quelli che amano troppo; agli amori multicolori; [..] Perché siamo tutti cantastorie”.

Ma lasciamo direttamente la parola a Marta con la quale abbiamo avuto l’occasione di fare quattro chiacchiere, ecco cosa ci ha raccontato.

Ciao Marta! Ti va di presentarti e di raccontarci un po’ chi sei e da dove vieni?

Ciao! Sono una cantante, compositrice e cantautrice di Crema, ma da qualche anno vivo ad Amsterdam. Lavoro per e con i miei progetti, collaboro con altri, mi esibisco, insegno, volo spesso tra Olanda e Italia. Ho vissuto a Milano per 3 anni prima di trasferirmi all’estero, quindi è anche lì che torno, quando torno.

Ho studiato e coltivato passioni per diverse cose, letteratura, illustrazione, fotografia, video making, teatro, pianoforte. Da bambina ascoltavo sempre la radio e volevo fare la scrittrice; il risultato della combinazione delle due cose è che adesso scrivo, non romanzi, ma canzoni.

Ho deciso di concentrarmi professionalmente sulla musica e sul canto circa cinque anni fa, e circa da quattro veicolo la maggior parte delle mie energie mentali e creative nella composizione e nel songwriting. Da vecchia avrò una dozzina di gatti e scriverò anche colonne sonore.

La tua storia d’amore con la musica comincia molto presto: inizia con le lezioni private di pianoforte e canto da bambina e prosegue con gli studi in jazz vocals prima ai Civici Corsi di Jazz di Milano e poi al Conservatorium Van Amsterdam. Non si può di certo dire che non ti piaccia il jazz! Quando hai capito di appartenere a questo mondo per la prima volta?

Credo tra il 2013 e il 2014. Studiavo canto moderno già da diversi anni – ho iniziato che ne avevo dodici – ma a lezione portavo canzoni diciamo “vintage”, e non mi rispecchiavo per niente nell’esplosiva e spesso urlante vocalità pop. Cantavo Bruno MartinoTenco, poi gli standard jazz senza sapere bene cosa fossero, per me erano semplicemente canzoni belle. I miei genitori mi hanno cresciuta ascoltando un mix variegato di musica notevole, e le copertine di Chet, di Chet Baker, e Underground, di Thelonious Monk, sono due memorie visive molto nitide della mia infanzia e dell’angolo dei CD di casa mia.

E poi?

Verso la fine del 2013, dopo l’estate della maturità, ho conosciuto dei ragazzi dell’area di Crema, giovani musicisti più grandi di me, che facevano jazz già da un po’. Hanno iniziato a portarmi ai concerti con sé, introducendomi realmente a quel linguaggio nei suoi vari aspetti esecutivi, all’improvvisazione, all’ ”ambiente”. Mi hanno incoraggiata fin da subito, elogiando la mia musicalità e il mio istinto. L’interesse che nutrivo da sempre per il jazz in maniera disordinata e spontanea ha iniziato a strutturarsi anche grazie alla loro amicizia e ai loro insegnamenti più o meno impliciti. Nel 2014 sono stata ammessa ai Civici Corsi di Jazz e ho iniziato così a specializzarmi.

Sei un’artista a 360°, infatti scrivi, componi ed arrangi i tuoi pezzi. Qual è il tuo rapporto con la scrittura e la composizione? Attendi l’ispirazione o impugni qualsiasi strumenti ti sia a tiro sperimentando?

Scrivo sempre o con il piano o con la chitarra, mi viene difficile farlo senza uno strumento, direi che non ci riesco. Cerco di mantenere un ritmo di scrittura quasi giornaliero e registro tutto, quasi ogni passaggio che mi piace, col cellulare. Abbozzo, correggo, cerco la rima, la cambio, consulto dizionari online. Quando ritengo di avere il testo pronto, lo imparo a memoria e passo in rassegna la canzone a mente mentre faccio altro, taglio una zucchina, mi faccio la doccia, butto la spazzatura. Se tutto mi scorre bene in testa dall’inizio alla fine senza intoppi anche così, è un ottimo segno. Se mi incastro in qualche punto, vuol dire che ci devo ritornare per sistemarlo.

Descrivi il tuo processo creativo…

Comporre è una pratica, e, come tale, richiede un allenamento continuo, perché migliori. A me restare fedele a questa routine non pesa per niente, anzi, è forse ciò che amo di più, e sento che si è evoluta profondamente negli anni; pur avendo mantenuto l’impostazione del modus operandi, il processo creativo è diventato più sciolto, morbido, e mi capita meno spesso di sentirmi frustrata o insoddisfatta. Non sarebbe successo se non avessi provato a comporre ogni giorno. Su alcune canzoni, prevalentemente quelle scritte per il mio progetto solista, lavoro anche in Logic, quindi si tratta di una fase successiva e non sempre obbligata; certi arrangiamenti più elaborati, in particolare se si tratta di canzoni per le mie band, per tiigre per esempio, nascono anche in sala prova, con il contributo degli altri musicisti.

All’attivo non hai solo uno ma ben tre progetti musicali! Stiamo parlando infatti dei Forest Light, dei tiigre e infine del tuo progetto solista. Qual è il filo rosso che lega questi tre mondi? E quali sono invece le caratteristiche che li allontanano?

È vero, sono tre mondi! Tre sfere distinte che convivono e coesistono in una sfera più grande, che sono io. Così di getto mi viene da dire che il filo rosso che le unisce è l’esplorazione, con la coniugazione in diversi generi, del concetto e delle possibilità della canzone come mezzo narrativo. Più terra a terra: il filo rosso siamo io e il fatto che mi piacciono tante cose simultaneamente – tante musiche -, e voglio bene a tutte e non rinuncerei a nessuna.

Parlaci di Forest Light

Forest Light è nato come quintetto jazz, e in virtù di questo ha sempre conservato l’aspetto improvvisativo (con i soli degli strumentisti) e la rilevanza di un certo tipo di interplay, espresso soprattutto dalla sezione ritmica; tuttavia fin da subito ho creato un repertorio che fosse, in certe parti, orientato verso un’idioma più “pop”, crossover: armonie meno jazzistiche, arrangiamenti molto scritti, melodie semplici, orecchiabili. Siamo una band quasi indie rock, “quasi” perché ci piace anche suonare piano piano. I groove di batteria sono studiati e sviluppati nel filone di questo stile, la chitarra e l’apporto del basso elettrico si rifanno a un’idea di suono più simile ai Big Thief, agli Smiths.

E il tuo progetto da solista?

Il mio progetto solista è un’altra storia ancora. In Storyteller non c’è batteria, ma una drum machine. Il prossimo singolo, Waterbomb, riserverà delle sorprese in questo senso. Qui è tutto pop per davvero, anzi, alternative pop, visto che comunque scrivo canzoni un po’ strambe; la timbrica è completamente diversa, non c’è l’ombra di strumenti acustici, ma una pioggia di synth (analogici e digitali), e la produzione è massiccia, quasi il nocciolo della questione.

Anche in termini di sound questi tre progetti sono molto interessanti. Partiamo da una base jazz-pop con i Forest Light, che viene contaminata dalle striature indie-rock dei tiigre, per atterrare infine in un ambiente sonoro fatto di synth folk ed electro pop con Marta Arpini. Questo ci suggerisce quanto sia ampio (e pesante) il tuo bagaglio musicale. Chi sono le tue principali fonti di ispirazione? Le tue influenze musicali?

Per evitare di scrivere quella ventina di paragrafi inutili e ingombranti, mi limito e mi costringo a dare solo dieci nomi, come nella catena su Facebook – “pubblica una foto al giorno per 10 giorni consecutivi di album che ti hanno influenzato, senza fornire nessuna spiegazione” -: Bill FrisellJon BrionAdrianne LenkerRyan PowerChris Weisman, Becca Stevens/Tillery, Elliott Smith, i Beatles, Duke Ellington, Rufus WainwrightBillie Holiday undicesimo nome bonus; Dente dodicesimo perché le sue canzoni mi hanno fatta piangere per mezza adolescenza, anche se poi “da grande” ho smesso di ascoltarle.

Con i tuoi progetti hai avuto la possibilità di suonare in giro per l’Olanda e anche in Italia. Quale di questi due pubblici è il più difficile da conquistare?

Ora come ora sento di avere un’impressione forse un po’ condizionata dal fatto che ogni volta che mi esibisco in Italia i concerti diventino una festa incredibile, perché ci vengono tantissime persone che mi vogliono bene e che non possono vedermi spesso. Poi in Italia parlo la mia lingua, faccio la stupida tra una canzone e l’altra, intrattengo conversazioni con il pubblico, c’è forse un rapporto più diretto, e la gente si sente più naturalmente coinvolta non solo dalla mia musica ma anche dalla mia persona in generale.

Il bello dell’Olanda però, e di Amsterdam soprattutto, è che ha una società fortemente cosmopolita, cantare lì è un po’ come cantare di fronte a una miniatura del mondo, ed è un’opportunità di incontro e di connessione molto preziosa con persone solitamente aperte e curiose. Quindi non saprei bene cosa rispondere a questa domanda; forse nessun pubblico è veramente difficile se hai voglia di impegnarti per conquistarlo. A meno che non sia formato da zotici che ti parlano sopra e ascoltano poco, ma quelli non hanno nazionalità, ce ne sono in tutti i popoli, purtroppo.

Parliamo un po’ anche del tuo singolo Storyteller. Per chi ancora non l’ha ascoltata, come descriveresti questa canzone in tre parole?

Tenerissima, imprevedibile, sfavillante. Un mio amico pianista di New York mi ha scritto che ha una “updated McCartney vibe” e io adesso, con permesso, vorrei dire a tutti di questa definizione e gongolare per sempre.

Ho letto una tua interessante dichiarazione in cui, parlando del singolo, dici che “ognuno di noi è uno storyteller”. Qual è la storia che vuoi raccontare tu?

Una storia in cui noi esseri umani usciamo allo scoperto: siamo buffi, dolci, goffi, complessi, timidi, auto ironici, sbagliamo, vogliamo cose semplici ma non lo sappiamo dire, poi impariamo a dirlo e tutto diventa un gioco in cui ci inventiamo le regole o le impariamo mano a mano, siamo impudenti, ingenui, siamo bambini e spiriti senza età, ci amiamo, piangiamo, abbiamo paura, inventiamo filastrocche, parole, storie, finali alternativi, lingue, suoni come vocabolari personali per leggere e interpretare il mondo e salvarci, sentirci meno soli. Storyteller è una specie di manifesto perché ci sono dentro tante cose in cui credo e che vorrei fossero sempre i miei valori nella battaglia: la tenerezza, la convinzione, la creatività, le cose piccole ma speciali, una forma di candore e una forma di coraggio.

La musica è una cosa gigante e profondissima, ma è meraviglioso che ci dia la possibilità e la libertà di essere chi vogliamo, di essere serissimi e simpaticissimi allo stesso tempo, di conoscere ed esprimere più parti di noi, quella intellettuale e quella viscerale, quella che si eleva e quella che dice le parolacce per ridere e fa le pernacchie. Le persone sono una somma di tantissime cose; sono prismi pieni di storie strane e contraddittorie, fragili e potenti, in continuo mutamento, ed è bello guardarci dentro e provare a raccontarle, a modo nostro, senza aver paura di non farlo “nella maniera giusta”, perché una maniera giusta in assoluto, in verità, non esiste.

Una citazione che porti con te

Se fossi Calvino, direi: “Prendete la vita con leggerezza. Che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore. […] La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso. Paul Valéry ha detto: Il faut etre léger comme l’oiseau, et non comme la plume: si deve essereleggeri come l’uccello che vola, e non come la piuma”.

a cura di
Vjesna Doda

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