Sandra Vesely: bassista, sovversiva e il suo racconto di Panopticon

Sandra Vesely: bassista, sovversiva e il suo racconto di Panopticon
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Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Sandra Vesely, un nuovo nome che si affaccia alla scena underground milanese, che si muove tra influenze che vanno da PJ Harvey a Diamanda Galàs (che raramente troviamo altrove in Italia), e che esordisce su tutti gli store digitali con Panopticon, un singolo registrato live che è un pugno nello stomaco.

Il brano si avvale della collaborazione di Vincenzo Parisi.

Ciao Sandra, grazie mille per aver accettato l’intervista. Intanto, leggiamo che tra il tuo progetto musicale si può collegare a metà tra PJ Harvey e Diamanda Galàs. Quali sono le altre tue influenze musicali? Qualcosa che non ci aspetteremmo?

Amo molto le due artiste che citi perché percorrono sentieri di confine, tra la scrittura e la performance, tra la musica sperimentale e quella rock, in modo simile a Laurie Anderson, Einstürzende Neubauten, Carla Bozulich, che sono onnipresenti tra i miei ascolti. Io penso in un certo modo di collocarmi in un territorio simile perché da un lato vengo dal punk e post-punk, che ho ascoltato e suonato tantissimo (qui potrei snocciolare un elenco di influenze davvero infinito), e dall’altro dagli studi classici e dall’amore per la musica del Novecento e contemporanea, come György Ligeti, Morton Feldman, compositori minimalisti come LaMonte Young e Philip Glass.

Come ti sei avvicinata allo studio del basso? Cosa rende questo strumento unico?

Io ho suonato a lungo la chitarra classica, che è uno strumento meraviglioso, però da classicista ho sempre invidiato gli strumentisti elettrici per il volume e le possibilità infinite che hanno a disposizione. Ho preso in mano il basso per curiosità e mi è sembrato di trovare una voce nuova, più mia e più ricca, e ne ho amato la sensazione fisica, è uno strumento che davvero mette in vibrazione tutto il corpo. Frequenze basse significano anche uno spettro più ampio di armonici, significano più suono da poter manipolare e da cui poter tirare fuori altri mondi.

E, facciamo un passo indietro, da dove arriva il tuo nome? È un nome d’arte?

Sì e no. Non è il nome con cui sono registrata all’anagrafe, ma è il mio secondo nome, Alessandra, e il cognome di mia madre, quindi in un certo senso è qualcosa che sono ma in maniera non dichiarata, sotterranea, non ufficiale, un mio lato nascosto che viene alla luce. Per me è stato importante trovare un alter ego, perché vedo il palco come uno spazio sacro, da un lato spaventoso e dall’altro potentissimo, un posto dove abbandonare la persona che sono tutti i giorni e trasformarmi assumendo significati nuovi.

Com’è la situazione nella Milano underground? E come è stata smossa dalla situazione della pandemia che ci ha tenuti bloccati? Cosa ci ha lasciato questo periodo complicato?

A Milano c’è un sottobosco di artisti validissimi in questo momento, molta ricerca e sperimentazione, penso ad artisti come Nava, Mombao, Clio and Maurice, e ce ne sono tanti altri. È anche una città più piccola di quanto sembri, almeno musicalmente ad un certo punto si finisce per conoscersi tutti, e questo è bello, c’è davvero il senso di una comunità. I veri effetti di questo blocco credo che si vedranno più in là, quando la vita musicale potrà riprendere a pieno ritmo: devo dire che un po’ sono preoccupata di vedere come sarà cambiata la situazione qui a Milano, ma forse il modo per uscirne indenni è mantenere e rafforzare questa comunità, creare una rete per sostenerci a vicenda.

Cosa ti manca di più di ciò che abbiamo lasciato là fuori?

Facile: i concerti. L’energia di condividere la musica con un pubblico in carne ed ossa credo sia qualcosa che nessun mezzo tecnologico può sperare di sostituire. Mi manca essere sul palco ma mi manca molto anche essere sotto al palco: prima della pandemia partecipavo a una media di due concerti a settimana, fra quelli rock e quelli classici, concerti di amici e altri che andavo a sentire senza conoscere minimamente i musicisti, a volte facendo scoperte bellissime.

Prossimi step per il progetto?

A febbraio avevo iniziato le registrazioni per l’EP nello studio di Giacomo Carlone a Milano. Il prossimo step sarà riprenderle e portarle a termine!

a cura di
Conza Press

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