Quell’Indiano di Marco “Benny” Pretolani

Quell’Indiano di Marco “Benny” Pretolani
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Quando incontri Mr. Marco “Benny” Pretolani, ti viene da chiedergli subito se non fosse nato già così, col sax in mano, un sorriso e un animo da festa e “solo cose belle” e con un talento per la musica che scorre nel sangue.

Talento che si unisce ad uno stile estetico inconfondibile, che richiama su tutti i fronti la moda degli anni d’oro di New Orleans e che è seguito da tutti i componenti del trio da lui fondato, gli Indians.
Oggi, seduti insieme in un caffè e col sax fedelmente accanto a lui, ripercorriamo la sua vita, attraverso la sua carriera, o viceversa…

Ti ho rivisto dopo molto tempo e non ho potuto fa altro che notare una formazione differente da quella che ricordavo e che avevo già fotografato. Quando sono nati i primi “Indiani”? Raccontaci in breve la loro e la tua evoluzione.

Gli Indiani, The Indians, nascono poco meno di 4 anni fa, quando, tornato da uno dei miei viaggi a New Orleans, mi misi alla ricerca di amici musicisti che sposassero insieme a me un’idea di musica ben precisa, non unicamente legata al jazz, come molti sono portati a pensare, ma piuttosto un linguaggio musicale che fungesse da radice comune tra la mia terra e la musica di New Orleans.

 Io non faccio jazz, mi definisco un fruitore del jazz, lo reinterpreto e offro il mio punto di vista sulla musica da ballo degli anni 40/50. 
Trovai altri due avventurieri, anch’essi folgorati dai ritmi oltreoceano di New Orleans: Eugenioprimo alla batteria e Alberto al pianoforte. Grazie a loro e con loro fondai i primi Indians. Loro non suonano per me, loro suonano con me, suoniamo insieme.

 Successivamente questi due giovani musicisti hanno seguito la loro strada che li hanno portati a provare nuove esperienze e “costringendomi” ad allargare la “family” che ora conta anche Luca Bonucci (pianoforte) e Fausto Negrelli (batteria). 
Non siamo sempre tutti presenti, ovviamente, ma siamo tutti molto legati, c’è uno scambio continuo fra noi, anche con i vecchi componenti, con cui mi confronto e mi tengo in contatto.

Quest’estate ci siamo esibiti anche come Indians Quartet, quando Eugenio è tornato a stare a Forlì aggiungendosi come percussionista, deviando la nostra musica verso uno stile più caraibico e latino. 
In più abbiamo una relazione aperta con Alessandra Cecala in arte “Cekka Lou”, con la quale intraprendiamo un repertorio più femminile, essendo lei un’ottima interprete di questo genere.
Ognuno di noi porta stimoli ed impatti differenti sulle composizioni e questo sono certo sia uno dei nostri punti di forza.

Mi soffermo su di te che sei inevitabilmente il fautore e fulcro degli Indians: hai sempre saputo, dentro di te, di voler fare il musicista? Te lo chiedo perché, a pelle, la risposta sembra quasi retorica…

La risposta è no. C’è sempre una spiegazione a questi movimenti di vita. Io, probabilmente, sono lo specchio di ciò che mio padre non ha potuto fare ma di cui era appassionato: la musica. Mi iscrisse ad un corso di musica del paese: io volevo suonare la chitarra, ma il corso era pieno e mi “toccò” il clarinetto. Non fu facile all’inizio, studiare musica in casa da solo, sentendo gli amici sotto casa che giocavano a pallone, ma la molla scattò a undici anni circa, quando cambiai scuola di musica, andai a Forlì e dopo poche lezioni mi fecero entrare a far parte della banda del paese.

La banda fu la scossa che mi fece dire: Si, voglio provare a suonare seriamente.
Oltre che trovarlo un ottimo espediente per non svegliarsi presto la mattina una volta diventato “grande” la musica diventò per me una priorità. Studiai otto anni al Conservatorio e contemporaneamente frequentavo le superiori. Furono anni di un’intensità pazzesca, a 21 anni mi diplomai e poi proseguii gli studi musicali. Non ti nego che non fu facile studiare musica a certi livelli: ti viene richiesto tantissimo ma non ho mai mollato, mi piacciono le sfide.

 Tornando alla tua domanda iniziale, posso dire che, sì, ho avuto una spinta nel diventare un musicista, ma dal momento in cui ho iniziato seriamente, la passione ha fatto il resto e mi è bastato ascoltare quella propensione naturale dentro di me per diventare ciò che sono oggi.

Parliamo prima della tua esperienza al Summer Jamboree, poi, proprio in questi giorni, della direzione della Super Christmas Edition del Rockin’ 1000 a Milano. Come sono nate queste collaborazioni? Immagino che per te siano motivo di orgoglio e soddisfazione non da poco…

Ho partecipato a tutte quasi tutte le edizioni del Summer Jamboree, suonando con i Goodfellas. Come resident band abbiamo suonato con molti artisti di fama internazionale, da Ben E. King a Lloyd Price e tantissimi altri e inoltre ho avuto la possibilità di esibirmi sia con gli Indiani che con i “Benny and the Cats,” che è una formazione che dedica la propria musica ad un repertorio di r’n’b strumentale dei grandi sassofonisti degli anni ’50 definiti “honkers”.

Mentre al Rockin1000 ricopro la figura di guru della sezione fiati, ossia guida della sezione sax. Ho partecipato in questa veste all’edizione di Firenze, Francoforte e Linate mentre per quella di Parigi investivo la figura di assistente alla direzione e per il Super Christmas al Duomo di Milano ho diretto una più piccola rappresentanza di un centinaio di musicisti.
E’ stata un esperienza particolare e con un’ importante preparazione alle spalle, non solo logistica ma anche psicologica. 

La vostra musica è un groviglio di brani dai ritmi trascinanti oppure lenti suadenti e romantici, talvolta solo strumentali. La musica di New Orleans è variopinta, nata dalla mescolanza di popoli di varia provenienza e suonato ovunque, soprattutto per strada. Che argomenti trattano i testi di questi componimenti? So che tu ci tieni particolarmente, durante i live, a spiegarne il significato, perché non si tratta solo di suonare “bella musica”, ma di raccontare costumi e tradizioni della New Orleans dagli anni ’30 ai ’60. In questo modo chi ascolta intraprende un vero e proprio viaggio nel tempo…

Ho intrapreso questa esperienza di band leader proprio per soddisfare la necessità di raccontare storie. Gli Indians hanno un obiettivo culturale, cioè di mostrare un mondo in cui molti non hanno potuto mettere piede, un mondo a cui magari molte persone si avvicinano incuriosite da un’idea, un brano, un piatto tipico da mangiare. Per arrivare a questo obiettivo bisogna suonare bene.

Abbiamo scelto insieme i brani delle nostre scalette, per dare forma ad una vera e propria passeggiata dentro i ritmi di New Orleans, raccontando stati d’animo, storie di quartiere, ricette di piatti tipici. Tutto questo per permettere di rivivere le emozioni che io stesso ho provato camminando per le strade di quella città, ascoltando quella musica, annusando quegli odori, immergendomi in quel mood inebriante.”

In molti invidiano il tuo stile, che non si riduce solo ad un preciso profilo estetico, ma ad un vero e proprio modo di essere. Tu vivi un mood. Ma io ti chiedo: deriva solo da un naturale richiamo di ciò che suoni o rappresenta un rifugio dal mondo esterno, in cui non ti rispecchi fino in fondo? O a nessuna di queste due ipotesi?

Vivo bene il mondo moderno, ma di certo ho un forte legame col passato, anche con gli oggetti del passato, dai vestiti agli arredi. Trovo che abbiano qualcosa di magico, mi affascinano, perché penso raccontino delle storie. D’altronde suono uno strumento che è del 1930 (sorride, ndr). Per quanto riguarda il mio profilo estetico: il mio non è un modo di vestire. Semplicemente, sono io. Mi è sempre piaciuto, già da quando avevo 16 anni, perdermi nei mercatini alla ricerca di accessori o abiti vintage.
Cambiarmi prima di un concerto rientra nella mia personale visione di rispetto del palco e del pubblico. Chiaramente facendo questo mestiere posso permettermi di indossare abiti stravaganti come piace a me, di esagerare.”

Giunti a conclusione, vi consiglio, al più presto, se non l’avete già fatto, di immergervi in un concerto degli Indians, mettete scarpe comode e sedetevi col vostro cocktail.
Però vi avverto, non potrete restare fermi, né con i piedi, né con la mente.

immagini e testo a cura di
Valentina Bellini

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