Bones and all: cannibalismo e poesia(SPOILER)

Bones and all: cannibalismo e poesia(SPOILER)
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Bones and all è il film di Luca Guadagnino che riesce a suscitare amore, terrore e libertà

Dopo averlo presentato alla settantanovesima edizione del festival di Venezia ed aver ottenuto un grande successo: il premio Mastroianni per la protagonista e la miglior regia per Guadagnino, Bones and all è uscito nelle sale il 23 novembre. Grande hype e grande promozione per questo film che dopo Venezia era stato descritto come poetico, inquietante, romantico. Luca Guadagnino torna dopo we are who we are con un film scritto da David Kaiganich, tratto dal romanzo di Camille De Angelis.

Guadagnino sceglie come sempre un film in cui una persona è alla ricerca di sé stessa e della propria identità. In questo caso le metafore sono molteplici e soprattutto molto profonde.

Taylor Russel nel film interpreta Maren che viene lasciata sola dal padre, in seguito ad uno dei suoi tanti attacchi di cannibalismo, lasciandole solo il suo certificato di nascita, dei soldi e una cassetta con la sua voce incisa sopra. Maren partirà alla ricerca di sua madre, incontrando molti simili sulla sua strada e la sua vita si intreccerà inevitabilmente con le loro.

La colpa, suo padre

Quando Maren mangia, in preda ad un impulso, il dito di una sua compagna di scuola scappa a casa da suo padre, lui le dice immediatamente di prendere le sue cose e di andare via. La abbandona dandogli tre cose: il suo certificato di nascita, una cassetta in cui le racconta tutti i crimini che ha commesso, e dei soldi.

Maren non riesce nemmeno ad ascoltarla, ma parte con i soldi e con il certificato di nascita in cerca di sua madre. Quindi, la metafora è ovvia, sta cercando sé stessa oltre quello che già sa. Quello che già sa è di essere una cannibale e che suo padre l’ha cresciuta cercando di non farle far male a nessuno. Ogni qualvolta lo faceva, la portava via.

Ha cresciuto Maren nella posizione di considerarsi un mostro e quando lei incontra Lee, lui ha appena finito di mangiare un uomo che ha molestato verbalmente una signora. Lee va via ancora sporco di sangue. La invita a mangiare i suoi avanzi come se si trattasse di cibo normale e fa per andare via, lei, che prova vergogna ed imbarazzo per com’è fatta e per il bisogno che ha, si sente ovviamente attratta da lui. È questo uno dei punti centrali di questo film. Cos’è la colpa? Di chi è? Come nasce?

Lee e Maren appena s’incontrano si pongono come progetto di arrivare ad una destinazione. Il fatto che poi questo implichi dover mangiare non è neanche oggetto di discussione. Inizialmente loro non hanno senso di colpa ma, quando scoprono che una delle loro vittime aveva una famiglia si rendono conto che per nutrirsi spezzano vite che erano destinate a continuare, cominciano ad avere dei dubbi. Questo senso di colpa non può che portarli dalla madre di Maren e poi scopriremo il perché.

Sully

Prima di incontrare Lee, però, quando Maren sta ancora vagando da sola, arriva in una cittadina e, mentre prova a riposarsi, arriva un uomo abbastanza anziano che le fa capire di essere un cannibale anche lui. La guarda e le dice che sembra affamata, le dice che sembra che non mangi da mesi e la invita in casa. L’uomo si chiama Sully e presto Maren scopre che quella non è casa sua. Scopre che in quanto cannibale, lui riesce a fiutare sia i suoi simili sia, le persone che stanno per morire e mangia quelle.
Sully ha una lunga treccia di capelli composta da tutte le trecce delle sue vittime, la fa vedere a Maren, si cibano insieme della signora che abitava in quella casa, ma poi Maren decide di scappare. Quando scappa, decide di prendere un autobus e vede che Sully la guarda andare via.

Sully tornerà nella storia, due volte. Tornerà quando Maren decide di lasciare Lee e le chiederà di andare con lei, al suo rifiuto lui si sentirà offeso e le dirà “allora ammazzati” sono parole forti pronunciate da un primo piano, in cui sembra che Sully lo dica a noi. Lui redarguisce Maren perché le dice di essersi cibato con lei e non l’aveva mai fatto con nessuno. Per l’ennesima volta, qualcuno attribuisce a Maren una colpa che non è sua e che non si sente

La colpa, sua madre

Quando Maren arriva da sua madre scopre che anche lei è una cannibale, le dice di essere sua figlia ma lei sembra non riconoscerla. Maren guardandola, vede che non ha le braccia. Segue il climax della storia in cui Maren legge la lettera che sua madre le ha scritto, quando lei stessa si rinchiuse nella casa di cura, dove è rinchiusa tutt’ora.

Nella lettera c’è scritto che lei non può fare nulla per Maren, quelli come loro non possono dare ed avere amore e che in quanto madre l’unica cosa che può fare è dirle di farsi rinchiudere. Appena Maren legge queste parole sua madre la aggredisce.

La mancanza di amore da parte di suo padre, il possesso che prova Sully nei suoi confronti, e sua madre, che non accetta il modo in cui lei e sua figlia sono fatte, fino al punto che non solo si rinchiude ma addirittura si mangia le mani. Riversa la sua colpa su di sé, si mutila con il proprio bisogno. La madre di Maren non si è mai capita, si è sempre castrata, ha sposato una persona diversa da lei, quindi, non poteva fare altro che rifiutarsi di essere quella che è, rinchiudersi e mangiarsi da sola.

Chi sono e chi voglio essere

Se mangiare in questo film non è omicidio ma semplicemente nutrirsi e farlo è un atto sacro, preceduto e seguito da rituali (come fa Sully) farlo con sé stessi significa soddisfare un bisogno con una colpa, e questo cortocircuito ha portato la madre di Maren ad impazzire.

Maren quando scappa da lei dice a Lee che non possono più stare insieme, lo lascia da solo nella loro macchina e poi fugge lasciando a terra anche il suo certificato di nascita e la lettera di sua madre. Poi distrugge le cassette di suo padre. Lascia la sua paternità e la sua maternità. C’è un prima e un dopo questo evento centrale, se prima Maren compiva questo viaggio per scoprire chi fosse, da questo momento in poi lo compie per decidere chi è.

Maren distrugge la cassetta del padre in un caffè di fronte ad una stazione di polizia: la guarda, guarda la cassetta, prende un po’ di nastro, e poi lo sfila tutto. Non si è accettata in quanto cannibale ed assassina, non è questo il punto, ma ha deciso che sceglierà lei chi essere.

Lee

Maren lascia Lee perché l’aveva usato nel modo sbagliato fino ad allora, e va a cercarlo perché si rende conto di cosa può essere per lei. Lee lo sapeva benissimo, ed infatti la aspetta. Quello che erano prima si può capire anche da come si baciavano. Erano impacciati, si baciavano male, perché lei provava a fare qualcosa che non le apparteneva. L’amore tra i due nella prima parte del film, infatti, non rapisce per niente, eppure si baciano molto di più. Quando però si ritrovano, continuano con il loro viaggio in macchina, con il loro progetto.

Si fermano e Lee racconta a Maren la storia di come suo padre se ne sia andato via. Lee espia il suo peccato e racconta a Maren di come l’abbia ucciso. Le dice che era stato suo padre ad aggredirlo per primo e che lui poi si è vendicato nella maniera più oscura possibile.

In questa storia che fa nascere degli antieroi che creano una loro famiglia, un loro modo di vivere, il cannibalismo e una loro morale, questi due personaggi incontrano non pochi ostacoli, ma il primo fra tutti è quello di scardinarsi dal modo che hanno le persone della generazione precedente di vivere il cannibalismo. Lo vivono in modo nascosto e represso e quindi marcisce dentro loro stessi creando dei mostri che invece non si sono creati in Lee e Maren.

La loro normalità

La loro normalità è tutta l’espressione del loro amore, ed è dolcissima. Quando arriva Sully ad interromperla è perché vuole Maren. Lei per ben due volte si era rifiutata di stare con lui, di vivere la vita e il cannibalismo come lo vedeva lui. Il regista di questo film ha detto che è importante sapere come sarebbe la storia vista da ogni personaggio. Immaginiamo il film visto da Sully che, come sappiamo, segue Maren e Lee per tutto il loro viaggio.

Immaginiamo Sully percorrere lo stesso viaggio di due ragazzi che vivono senza pudore una loro condizione umana, senza dubbio questo avrà scatenato una cieca invidia da parte sua, che non ha potuto, voluto o trovato il modo di fare lo stesso. É questo che lo porta a rimettere disordine in un’armonia così autonoma da dare fastidio, un amore così dolce e scevro di peccati da scandalizzare.

L’amore

Mangiare è anche amare, se ti nutri è perché colmi un vuoto, la fame, una voglia. Se ami non fai la stessa cosa? Quando Lee mangia la vittima che poi scopre essere un padre di famiglia, non inizia dalla bocca mentre lo sta baciando? Quanto è labile il confine tra passione ed aggressione, nella vita ed in questo film.

La scena in cui lo sceglie come vittima, d’altronde, è ambigua. Sembra sceglierlo perché si comporta male, ma poi segue una scena di seduzione dove non sappiamo fino a che punto Lee stia recitando. La disperazione di Lee quando scopre che la vittima ha una famiglia, non è molto simile a quella che prova un amante quando scopre che il suo amato è già impegnato?

Quando Lee è ormai spacciato e sta morendo chiede a Maren di mangiarlo, dando torto e uccidendo, più di quanto non abbiano già fatto loro stessi, i vecchi cannibali. In quel momento sta dicendo che mangiare è amore, che lui non morirà se vivrà dentro di lei. D’altronde si sono amati per tutto o quasi tutto il film, lui le è servito e l’ha nutrita per tutto il film. Il fatto che lei lo mangi è l’unica degna conclusione nel viaggio dell’autodeterminazione della protagonista.

La conclusione

L’immagine con cui si conclude il film è quella di questi due ragazzi che guardano un punto del mondo che hanno percorso e che devono ancora percorrere. Quest’inquadratura c’è dopo la morte di Lee, dopo che la casa da loro abitata diventa nuovamente deserta, dopo che Maren cambia città per l’ennesima volta.

C’è questa bellissima e lunga inquadratura perché Maren e Lee come coppia, come intima rivoluzione e come disordine, ci sono stati e rimarranno e vivranno per sempre all’aperto. Mai nascosti con le braccia mangiate, mai repressi con il bisogno di possedere qualcuno. Solo loro, nudi e insieme, nello spazio che si sono presi.

A cura di
Emma Diana D’attanasio

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