Not Okay: Il dramma social della generazione Z

Not Okay: Il dramma social della generazione Z
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Disponibile in streaming su Disney+ la pellicola originale Not Okay (2022) scritta e diretta dall’attrice Quinn Shepard. Al centro della pellicola tematiche socialmente rilevanti e complesse come l’uso dei social network e la dipendenza da internet.

Un film socialmente impegnato solo sulla carta o che ha centrato il proprio bersaglio riuscendo a dialogare con millenial e generazione z?

La trama di Not Okay

Danni Sanders (Zoey Deutch) lavora come photo editor per il magazine online Depravity. La sua ambizione è diventare una famosa scrittrice e influencer, come il collega Colin di cui si è invaghita, ma non ricambiata.

Passa le giornate da sola sognando una vita fatta di fama, ricchezza e migliaia di follower che non vedono l’ora di leggere ogni suo articolo. Per far colpo su Colin decide di mentire dicendo di essere stata invitata ad un famoso seminario per scrittori che si terrà a Parigi. Ogni giorno posta, dal proprio appartamento, foto editate del proprio viaggio a Parigi.

Danni posta una foto sotto l’Arco di Trionfo pochi minuti prima di un attentato terroristico che fa numerose vittime. Danni deciderà di mentire fingendosi testimone oculare e sopravvissuta all’attentato, così da poterci scrivere anche un articolo, inconsapevole che le conseguenze delle sue bugie saranno drammatiche.

Film e Internet, un’accoppiata non sempre vincente

Di pellicole sull’influenza e le conseguenze che il mondo digitale possono scatenare in quello reale, soprattutto se usato da utenti giovani o giovanissimi, ne sono state fatte molte, ma non tutte sono riuscitissime.

Questo perché spesso i protagonisti sono stereotipo di una generazione che vede nel web l’unico idolo a cui affidarsi, ma che poi puntualmente gli inganna e li trascina in situazioni più grandi di loro.

L’accento non è posto tanto sui personaggi e sulla loro psicologia legata al mezzo internet e di come questo possa nuocere se mal usato, ma sulla demonizzazione del mezzo.

A questo proposito vengono in mente ottime pellicole come Eighth Grade e Ingrid va a ovest, in cui i protagonisti sono i traumi dei personaggi che vengono amplificati attraverso un uso morboso ed errato del mezzo internet, che ha conseguenze evidenti sulla psiche e sulla percezione del reale delle protagoniste dei film sopra citati.

Danni vivrà la parabola della propria fama passando dall’anonimato alla celebrità, maturata con l’inizialmente opportunistica amicizia con l’influencer e sopravvissuta Rowan, per poi perdere tutto ciò che aveva costruito sia nella vita virtuale che in quella reale, come affetti, lavoro e amicizie.

Mentire sempre e comunque

Ormai siamo abituati, soprattutto nel mondo social, a entrare in contatto con messaggi che promuovono l’essere se stessi. Dobbiamo mostrarci agli altri senza filtri, contro le aspettative sociali e gli stereotipi. Solo così possiamo avere successo, essendo noi stessi.

Messaggio condivisibile, ma trasmesso e incentivato dai social (Instagram in primis) che fanno dell’apparenza e dell’apparire una delle loro caratteristiche principali. Danni non fa altro che mentire e fingere per apparire migliore, più bella e più simpatica di quanto non si senta, solo per ottenere l’approvazione degli altri e per farlo basta mentire su un viaggio.

Un “crimine” senza alcuna vittima, se non Danni stessa che non riesce a fermarsi perché inebriata dal successo facile, ottenuto semplicemente stando in casa a mangiare cibo preconfezionato sul proprio divano.

Anche quando farà amicizia con Rowan, sarà solamente perché si tratta di un influencer sulla cresta dell’onda. Non è interessata ne a lei ne tantomeno alla sua battaglia contro la circolazione delle armi negli USA, ma solo alla popolarità che potrebbe portarle quest’amicizia.

La verità viene sempre a galla…

Mentire sembra funzionare. Tutto ciò che Danni ha sempre sognato si materializza nella sua vita, per poi accorgersi che tutto ciò di cui aveva bisogno non erano centinaia di migliaia di follower anonimi, ma di amici veri nella vita reale.

Ormai però è troppo tardi. Le bugie allontaneranno tutti da Danni che si ritroverà sola contro se stessa e i suoi follower ora trasformati in hater che vorrebbero, letteralmente, ucciderla. L’unica cosa che le è rimasta è aprire il proprio cuore e scusarsi.

Scusarsi con Rowan, scusarsi con chi ha preso in giro, scusarsi per aver strumentalizzato una tragedia, scusarsi per aver mentito. Internet però non dimentica tanto facilmente. Rowan non può dimenticare di essersi aperta e affidata ad una persona che le ha mentito sfruttando la sua esperienza post traumatica.

Un finale nerissimo che lascia ben poche speranze, ma tanto su cui riflettere e che lascia piacevolmente sorpresi per la modalità in cui si svolge.

Quinn Shepard centra il bersaglio

Not Okay s’inserisce nell’alveo di quelle poche pellicole in grado di parlare alla generazione z e ai millenial con un linguaggio in grado di mettere in luce gli aspetti più controversi e incoerenti dei social.

Not Okay enfatizza come il mondo reale sia sempre più fagocitato dal virtuale, di come le conseguenze abbiano ripercussioni, spesso tragiche, sulla realtà quotidiana.

La sceneggiatura unisce ironia, dark comedy e l’estetica tipiche delle commedie indipendenti americane, a un ritmo sempre più incalzante che sa fermarsi per dare spazio all’evoluzione dei personaggi.

Ottima l’interpretazione Zoey Deutch che riesce da sola a reggere l’intero film mettendo in scena un personaggio sfaccettato con cui lo spettatore può confrontarsi, comprendere e criticare senza fare il tifo per lei perché protagonista.

Un ottima produzione originale Disney-Searchlight Pictures che non potete ignorare se possedete un abbonamento a Disney+.

a cura di
Alessio Balbi

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