Prey: nuova linfa per la saga di Predator

Prey: nuova linfa per la saga di Predator
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Il 5 agosto su Disney Plus è sbarcato Prey, secondo film di Dan Trachtenberg e nuovo capitolo (prequel) della travagliata saga Predator.

Dopo il passo falso di The Predator del 2018, scritto e diretto da Shane Black, la fantascientifica saga cinematografica nata alla fine degli anni ‘80 si era arenata. La pellicola di Black non ottenne un confortante riscontro di critica e pubblico, lasciando presagire un declino definitivo della saga.

Appena due mesi fa, però, ecco che la 20th Century Fox rilascia il primo teaser di Prey. Due giovani Comanche scappano e si nascondono nell’erba alta, inseguiti da qualcuno o da qualcosa. Il teaser mantiene il mistero fino alla fine, fin quando l’inconfondibile suono della creatura non ne rivela la natura. Predator è tornato ed è più crudele che mai.

L’attesa per il nuovo capitolo della saga aumentò sideralmente e, allo stesso tempo, cominciarono a trapelare i primi dettagli della trama. Prequel dello storico film del 1987, diretto da John McTiernan e interpretato da Arnold Schwarzenegger, Prey è ambientato nell’America del 1700.

La pellicola narra le vicende di Naru (Amber Midthunder), giovane e testarda Comanche desiderosa di dimostrare alla sua tribù di essere un’abile cacciatrice. Durante una battuta di caccia, Naru si imbatte in una creatura mai vista prima. Non creduta dal fratello Taabe (Dakota Beavers) e dagli altri membri della comunità, Naru parte alla ricerca della creatura, in un’avvincente ma pericolosa caccia: sarà preda o predatrice?

La caccia è aperta

Dopo il film del 2018 di Shane Black, il franchise di Predator aveva cominciato a scricchiolare. Lo stile più comico e scanzonato donato da Black aveva snaturato la vera atmosfera ansiogena e di tensione tipica della saga. Identità ritrovata grazie a questo prequel.

Dan Trachtenberg, che già aveva entusiasmato col suo 10 Cloverfield Lane, riesce a restituire alla pellicola quel clima di avventura, suspence e concitazione che aveva caratterizzato gli albori del franchise, col primo storico Predator del 1987, a cui Prey si ispira molto.

Carl Weathers e Arnold Schwarzenegger in Predator (Fonte: Imdb)

Il Maggiore Dutch Schaefer e i suoi uomini, immersi nella fitta giungla, capiscono di avere a che fare con qualcosa di non umano, una bestia brutale, o per usare le parole di Schwarzenegger, “un mostro schifoso”. Una creatura che caccia per sport, che si diverte a fare incetta di teschi e spine dorsali delle sue prede per dimostrare la sua superiorità. Una creatura apparentemente invincibile, ma che può essere ferita e quindi, di conseguenza, uccisa.

Una caccia brutale e spietata. Un confronto di forza e muscoli, di strategia e furbizia, una lotta tra uomo e bestia che conquistò i cuori dei fan del genere.

Un Predator fedele alla tradizione…

Prey riprende il meglio del primo capitolo della saga, riproponendo un setting naturale e suggestivo (nel film del 1987 era la giungla, qui invece sono le Grandi Pianure americane del 1719), una regia coinvolgente e un casting corale di ottimo livello. E, ovviamente, il Predator.

La terrificante Yautja, interpretata qui dall’ex cestista americano Dane DiLiegro, presenta un’estetica accattivante, con un’armatura meno avanzata rispetto al primo film, ma ugualmente arricchita da armi sofisticate e letali, e con la classica maschera che ne copre il volto, qui però a forma di teschio. Proprio quest’ultima è stata una delle prime innovazioni apportate al Predator, come sottolinea lo stesso Trachtenberg.

“[…] volevamo suggerire che la nostra creatura fosse molto più feroce. […] È un cacciatore di trofei. Abbiamo pensato: “Non sarebbe bello se indossasse il suo trofeo sulla faccia piuttosto che solo sul fianco?”

Dan Trachtenberg
Il nuovo Predator interpretato da Dane DiLiegro (Fonte: Imdb)
…ma anche innovativo

A fronteggiare la creatura aliena questa volta non c’è il muscoloso Schwarzenegger, che perfettamente si inseriva nel filone cinematografico degli anni ’80 che puntava a esaltare la forza e la mascolinità dei suoi protagonisti, bensì la coraggiosa e intelligente Naru.

Esattamente come il Maggiore Schaefer di Schwarzy, Naru è inesperta e impreparata a fronteggiare questa minaccia. A differenza di Schaefer, però, la giovane Comanche deve dimostrare non solo a sé stessa, ma anche a tutta la tribù, le sue abilità, lottando contro i pregiudizi e le tradizioni che vorrebbero rilegare la donna allo svolgimento delle semplici mansioni di cuoca e di guardia del focolare.

Cambiano i tempi e mutano le tematiche politico-sociali. Dall’esaltazione della virilità e della forza del protagonista maschile nel Predator del 1987, all’empowerment femminile di questo quinto capitolo.

Amber Midthunder nei panni di Naru (Fonte: Imdb)

La conquista del proprio posto nella comunità, il desiderio di emergere e la voglia di proteggere la tribù e la famiglia sono i valori essenziali alla base di Prey. Significativa in questo senso la gestione della creatura, che per quasi metà film è tenuta sullo sfondo.

La prima metà della pellicola, infatti, mira a introdurre i personaggi, a caratterizzare la protagonista e a delinearne pensieri e volontà. La giovane ragazza sa quello che vuole, sa di essere un’abile cacciatrice, le serve solo l’opportunità di provarlo. E la caccia aperta alla Yautja è l’occasione perfetta per dimostrare il suo valore.

Nuova linfa per la saga

Prey attinge molto dal primo film del franchise. Le similitudini con la pellicola di John McTiernan cominciano fin dalla grafica del titolo e proseguono con l’ambientazione naturale, con un cast corale incapace di affrontare la creatura aliena e con una buona atmosfera di tensione.

Elementi che si erano completamente persi nel secondo film del 1990 Predator 2, diretto da Stephen Hopkins e interpretato da Danny Glover, dove la Yautja si trova a seminare sangue e terrore nella città di Los Angeles, teatro di continui scontri tra la polizia e le sempre più numerose bande di narcotrafficanti in perenne lotta per il controllo del potere. Uno snaturamento deleterio, che aveva contribuito a smarrire l’identità forgiata col primo film. Identità ritrovata, parzialmente, grazie a Predators, diretto da Nimrod Antal.

Qui, un gruppo di mercenari si risveglia in una giungla sconosciuta, che si scopre poi essere una sorta di riserva di caccia dei Predator su un pianeta artificiale. Torna l’ambientazione naturale del primo film, a cornice di un’opera sicuramente non perfetta, ma di buon intrattenimento.

The Predator di Shane Black, come detto, dimostra ancora una volta come questa saga viva perennemente sulle montagne russe. Dopo aver parzialmente recuperato la propria natura con Predators, ecco che il nuovo film la smarrisce nuovamente, a causa di un tono fin troppo comico che mal si sposa con l’essenza della saga.

Con Prey non solo il franchise riacquisisce fascino e credibilità, ma riceve anche nuova linfa in grado di spingerlo verso una (potenziale) saga nella saga. Senza dubbio il miglior prodotto di Predator…dai tempi di Predator.

Un nuovo inizio?

Per i fan della saga, Prey rappresenta la luce in fondo al tunnel. Dan Trachtenberg è riuscito a unire tradizione e innovazione, dando vita a una pellicola che sa attingere con rispetto dal passato, ma che è anche capace di camminare sulle proprie gambe. Un’ambientazione suggestiva, la magnifica fotografia di Jeff Cutter e una buona dose di concitazione e avventura incorniciano un film che, speriamo, possa rappresentare un nuovo punto di partenza del franchise.

a cura di
Alessandro Michelozzi

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