Il cinema di Luca Guadagnino: dagli esordi al successo

Il cinema di Luca Guadagnino: dagli esordi al successo
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Il percorso artistico di uno dei più famosi registi Italiani, dagli esordi passando per il successo planetario di call me by your name fino alla serie HBO

Luca Guadagnino, regista italiano ormai diventato famoso anche all’estero dalla realizzazione di Call me by your name in poi, nasce in realtà a Palermo, nel 1970. Prima di diventare regista, Guadagnino è stato critico cinematografico e prima ancora è stato cinefilo.

Racconta lui stesso dei tanti film presi dalla videoteca e della solitudine nel non poter condividere la sua passione con nessuno, fino a quando andò ad un premio di critica cinematografica e scoprì le tante persone che condividevano la sua passione. Insieme ad essere regista è anche produttore dei suoi film (elemento importante di cui parleremo in seguito) e sceneggiatore.

Cominciando con vari cortometraggi e film “di nicchia” è passato, con il tempo, ad essere un regista conosciuto e amato dai più, arrivando poi a dirigere, ideare e scrivere una serie tv per Sky.

Luca Guadagnino alla cerimonia degli Oscar
The protagonists

The protagonists è il primo lungometraggio di Luca Guadagnino, nato dall’incontro con Tilda Swinton che ha anche una parte nel film. Il film già anticipa alcuni temi e scelte che ritroveremo poi nella carriera del regista: innanzitutto Guadagnino sceglie la forma del docu-fiction che, anche se ricopre la porzione più piccola della produzione del regista, e forse quella meno conosciuta, ha una rilevante importanza nella sua carriera.

Presentato a Venezia, il film si articola su più piani di realtà e modi espressivi. Nel film ci troviamo a Londra, dove una troupe cinematografica ripercorre i passaggi di un omicidio avvenuto lì qualche anno prima. Gli attori mettono in scena le varie tappe dell’omicidio fino ad arrivare persino al processo dei due colpevoli.

Il delitto di cui si parla nel film è realmente avvenuto ma Guadagnino ricama sopra quell’avvenimento e lo fa persino mettere in scena dai suoi personaggi. Da qui possiamo già capire l’intento del regista, che rimarrà uguale anche negli anni a venire: accogliere la realtà dalla porta lasciata aperta dalla realtà.

Lo dice lui stesso, citando Bernardo Bertolucci che a sua volta cita Jean Renoir. Due registi chiave nella sua vita, il primo viene citato continuamente dal regista, e infatti nel 2013 uscirà un documentario dal titolo “Bertolucci on Bertolucci”, codiretto con Walter Fasano, già montatore di diversi suoi film. Il secondo, Jean Renoir, è uno dei registi preferiti di Luca Guadagnino nonché uno di quelli che lo ha accompagnato fin dall’infanzia, quando noleggiava film dalla videoteca vicino casa sua.

Mundo Civilizado

Ancora accompagnato da Walter Fasano come montatore, Luca Guadagnino gira Mundo civilizado. Quattro giovani (Valentina Cervi, Claudio Gioè, Libero De Rienzo e Fabrizia Sacchi) vivono insieme, una settimana, a Catania. In quel periodo Catania era un luogo in cui gruppi di vare etnie si ritrovavano per fare concerti dando vita ad un’accesa movida.

È proprio da un lavoro di Arto Linsday che Guadagnino, insieme a Libero De Rienzo, scrisse i testi di mundo Civilizado. Tra le varie vicissitudini dei personaggi tra gruppi emergenti e il vulcano che brontola, i personaggi si ritroveranno, al termine di questa settimana, in cima al vulcano, aspettando che qualcosa accada nelle loro vite.

Melissa P.

L’11 luglio 2003 uscì il romanzo autobiografico di Melissa Panarello, “100 colpi di spazzola prima di andare a dormire”. Il produttore esecutivo di “The protagonists”, insieme a Francesca Neri, fondò la casa di produzione “bess movie” e comprarono i diritti di questo libro ed il produttore esecutivo di “The protagonists” pensò a Guadagnino per la regia di questo film.

Luca Guadagnino, interessato a raccontare una sessualità femminile fuori dal comune come quella della protagonista del romanzo, accettò. In seguito, decise che sarebbe stata la traduzione in forma narrativa del saggio francese “adolescenza” di Francoise Dolto. Guadagnino iniziò a scrivere il film con Barbara Alberti ma purtroppo le produzioni americane presero il sopravvento e iniziarono a far girare al regista più inquadrature per la stessa scena. In fase di montaggio, quindi, disponendo di più inquadrature, il film venne completamente storpiato.

La colonna sonora, che Guadagnino aveva studiato nei minimi particolari, venne tolta ed il personaggio di Melissa venne cambiato, Guadagnino aveva pensato ad un personaggio che fosse padrone del suo desiderio, cosa che nella versione finale non è. In particolare, il finale venne cambiato, modificando completamente il significato finale del film.

Nella versione che abbiamo visto al cinema il film si chiude con un abbraccio di riappacificamento tra Melissa e la madre, nella versione di Guadagnino il film si chiude con uno sguardo d’intesa con un personaggio con cui Melissa aveva già avuto un rapporto, mentre abbraccia la madre.

Quindi, purtroppo, se bisogna parlare di “Melissa P.” bisogna parlare di un film in cui la protagonista viene, per la maggior parte, schiacciata dall’impacciato tentativo di vivere il suo desiderio e la sua sessualità, mentre nel cinema di Guadagnino, il desiderio, è uno dei temi ricorrenti ed è sempre il motore delle azioni. Il film, quando uscì, fu massacrato dalla critica ma al botteghino fu il più visto del primo weekend e, inaspettatamente, del secondo, dove aveva come concorrente “Harry Potter e la camera dei segreti”

Io sono l’amore

Dopo “Melissa P.” Guadagnino pensava di poter fare immediatamente “Io sono l’amore”, un film che aveva già scritto da tempo, dato che quello precedente aveva ottenuto un ottimo riscontro da parte del pubblico. Purtroppo, non fu così e “Io sono l’amore” arrivò nelle sale solo cinque anni dopo, nel 2009.

Già il nome dà degli indizi sull’idea che si cela dietro il film: il titolo proviene da una citazione di Alain Badiau “il vero amore è il modo in cui permetti la differenza nell’altro”, amare l’altro nella propria unicità. Essendo un film su un gruppo di persone che nega i propri e gli altrui sentimenti per ragioni per lo più capitalistiche, Guadagnino voleva un titolo che non giudicasse nessuno dei personaggi, affinché ogni personaggio in questa storia potesse dire “io sono l’amore”.

Il film si articola e si sviluppa principalmente sul personaggio di Tilda Swinton. Quest’ultima, infatti, prese parte attivamente e in maniera organica al progetto, tanto da diventare una delle produttrici e da scrivere con Guadagnino il suo personaggio.

La famiglia Recchi è una ricca famiglia, la cui azienda sta passando dalle mani del capofamiglia, Tancredi, alle mani del figlio Edoardo, che la rivoluziona completamente.

Il film è hitchcockiano, dal momento in cui il personaggio di Tilda Swinton (Emma Recchi), moglie di Tancredi, sviluppa un interesse che diventa quasi un’ossessione, per il talentuoso chef sul quale il figlio sta investendo e con il quale sta intrecciando un’ottima amicizia, Antonio.

Lo cerca, lo osserva e segue, tutto questo viene fatto portando avanti da Guadagnino un linguaggio voyeuristico, dove la macchina da presa non è quasi mai in mezzo ai personaggi, ma ai margini della scena. I due consumano la loro passione e da quel momento Emma comincia a scoprire ed accettare i desideri e le realtà dei figli, soprattutto della figlia, Elisabetta, che le confessa di avere una ragazza. Il film finisce con la tragica morte di Edoardo, e con Emma Recchi che va via dalla famiglia per stare con Antonio.

Il cibo è molto importante in questo film, lo stesso regista disse che il cibo è, insieme, un regalo e un qualcosa che ti nutre, un’esperienza plurisensoriale che nasce da qualcosa che qualcuno fa con le proprie mani:  l’innamorarsi di Emma di un ragazzo che non ha nulla tranne la sua capacità di creare, rappresenta la possibilità di poter vivere anche senza capitalismo. La morte di Edoardo, che è l’erede del capitalismo del padre, è simbolica.

A bigger splash

Dopo “Io sono l’amore” Guadagnino torna sette anni dopo, in concorso alla 72º mostra del cinema di Venezia con “A bigger splash”, considerato il secondo film della trilogia del desiderio, trilogia iniziata con il film precedente e che si concluderà nel 2017 con “Call me by your name”.

Anche questo film, infatti, parla del desiderio non solo in modo sessuale ma anche del desiderio di controllare le proprie passioni ed i propri rapporti e di chiudersi dentro le proprie nevrosi ed ossessioni. La protagonista è ancora Tilda Swinton, il suo personaggio è, ancora una volta, il nucleo attorno al quale ruotano gli altri. È lei che desidera e viene desiderata da più persone.

Le vicende dei personaggi si intrecciano come delle corde, e come delle corde si spezzano quando vengono tese troppo. In realtà i personaggi, dice Guadagnino, sono cinque: il quinto è Pantelleria, il paesaggio, come lo è per tutti i film di Guadagnino, fa da padrone. I personaggi sono avvolti da questo luogo bucolico e incontaminato come incontaminati sono i personaggi che lo abitano, sembra quasi che loro, con il loro passato, le loro storie e le loro ossessioni, siano gli inquinanti di questo posto.

Call me by your name

Il film che ha portato a Guadagnino la definitiva notorietà e successo internazionale. Il film sul desiderio, non tanto sulla ricerca di se stessi quanto della ricerca di ascoltare la verità che dentro ognuno di noi esiste prima di rendercene conto. Ambientato d’estate, in Lombardia (vicino Crema), negli anni ’80.

All’inizio la grafica recita: “somewhere in the northen Italy”. È così, con un anno preciso: 1983, e in un luogo non ben identificato, che si consuma una storia di desiderio, prima, e di amore poi. In questo film c’è tutto quello che c’è stato precedentemente nei film di Guadagnino, sublimato nella forma e la sostanza. C’è la filosofia: gli appunti di Oliver su Eraclito, che parla di un fiume che scorre: assicurazione che le cose cambiano e, quindi, che restano sempre uguali.

L’arte classica che viene fatta riemergere, i corpi statuari ma non perfetti, corrosi dal tempo, bellissimi ma più contorti che eretti. I paesaggi, in questo caso la campagna che con i suoni che la costituiscono fa da sfondo, ma talvolta da personaggio nella storia. Le donne, che nella vita di Elio che gli danno lo slancio (volontario o involontario) verso quello che lui non sa ancora di volere.

La casa, parte integrante di tutte le relazioni dei personaggi, che, come un personaggio, aiuta a nascondere ma anche a comunicare. Soprattutto un cubetto chiave di questo film, come dice Guadagnino stesso è raccontare la realtà attraverso la porta lasciata aperta dalla realtà, come fece in the protagonists.

Call me by your name è un film sul collasso del narcisismo, sull’amore per l’altro nella propria unicità e nella propria personalità senza il bisogno di cambiarlo. Mette in scena ogni tipo di amore possibile ma anche e soprattutto come si guarda il mondo quando si ama: con riflessione, lentezza, contemplazione, a distanza. Ha ottenuto, giustamente, decine di candidature: 13 David di Donatello, 4 premi Oscar, di cui uno vinto (per la miglior sceneggiatura non originale), 3 Golden globes.

Un successo di critica ma un enorme successo di pubblico soprattutto tra i giovani. Rimangono nella memora soprattutto, la colonna sonora, con dei pezzi che vanno da Bach a Sufjan Stevens, ma anche dagli Psychedelic Furs a Loredana Bertè e Franco Battiato. Anche se è una produzione molto più ampia Guadagnino continua a circondarsi di Walter Fasano, che monta il film e collabora all’adattamento del libro di André Aciman, anche se poi la sceneggiatura è di James Ivory.

Suspiria

Il primo gennaio del 2019, in Italia, esce Suspiria. L’adattamento di Guadagnino al film capolavoro di Dario Argento del 1977.

Mentre Argento lavora sul contrasto tra Europa e America che si concretizza nelle streghe/ maestre dell’accademia di Friburgo e la nuova ballerina di quest’accademia: Susy Benner.

Nel film di Guadagnino, Susie Bannion non è una nemica da sconfiggere in quanto americana e le streghe non lottano per salvaguardare il loro nucleo, quanto piuttosto per assicurarsi una longevità. Susie sarà il mezzo per cercare di sopravvivere. In questo film tornano Dakota Johnson e Tilda Swinton nei ruoli principali, oltre che ad una rosa di attrici ad interpretare le streghe e le allieve molto valide. Torna persino Fabrizia Sacchi, vecchia conoscenza di Guadagnino.

Il produttore è lo stesso di “The protagonists”, a Guadagnino piace pensare, lo dice lui stesso, che questo sia il suo primo film in quanto da piccolo aveva visto il poster di Suspiria e desiderava farlo, e perché è un genere mai affrontato prima dal regista. Dakota Johnson è Susie Bannion, l’americana venuta a Berlino durante l’autunno di terrore e Madame Blanc (Tilda Swinton) è l’altro grande personaggio di questa storia, ma non è la madre dei sospiri, non è colei che guida le streghe (ci prova ma non riesce), non è la direttrice dell’accademia. É la coreografa della compagnia, colei che per prima crede in Susie e che la sceglie per dare un nuovo corpo a Elena Markos.

Infatti, qui, la madre dei sospiri, non è un corpo eppure è onnipresente, sono i sospiri la prima cosa che si sente appena inizia il film, i sospiri della madre di Susie, sono ancora i sospiri che si sentono quando Susie e le ragazze ballano, visto che la magia in questo film è proprio la danza. Oltre i sospiri e la danza a comandare questo film sono le illusioni: lo psicologo dice infatti che il delirio è una bugia che dice la verità. In questo film tutto urla la verità, tutto si ricollega alla fine, ma anche all’inizio, ma tutto è nascosto dietro una nebbia che quasi mai svanisce: la nebbia delle illusioni.

We are who we are

La serie tv HBO di Luca Guadagnino, uscita nel 2020. I personaggi vivono in Italia su una base militare americana, ci sono principalmente due gruppi di personaggi: i militari, con i loro coniugi e i figli dei militari. C’è chi vuole seguire le orme genitoriali e chi se ne distacca totalmente, i ragazzi vivono la fase adolescenziale della loro vita circondati dalla guerra e la loro vita è impostata sulla guerra, procedendo ora in difesa e ora in attacco.

Cercano, tra difesa ed attacco, di trovare una strada per definire loro stessi. Questa serie, certamente, è una serie sulla ricerca della propria identità, approcciata dagli sceneggiatori nell’unico modo in cui si può parlare della ricerca di se stessi in questo periodo storico. Inserite, ci sono tematiche come l’identità di genere, l’orientamento sessuale e il rapporto con i genitori. Ma anche temi meno popolari ed altrettanto importanti come quello della religione, dell’ideologia politica e del matrimonio.

In modo intelligente Guadagnino e i co-sceneggiatori parlano anche di persone Afroamericane e appartenenti alla comunità LGBTQIA+ che simpatizzano per Trump e per la destra, introducendo il concetto estraneo alla mentalità odierna, che il far parte di una comunità o di una minoranza etnica non rappresentano per forza l’appartenenza ad una specifica ideologia politica.

Ecco che Guadagnino, usando il classico espediente di un ragazzo nuovo all’interno di un gruppo già ben definito esplora le personalità e le famiglie di ogni personaggio, aprendo sempre l’episodio con il titolo, che è poi anche il concetto base su cui si fonda la serie ,e quindi un reminder ad inizio episodio per chiunque si senta in diritto di giudicare: “We are who we are”.

Mai nessuna serie aveva esplorato così la complessità dell’essere umano senza lo scopo di giustificarsi, semplicemente presentandosi per quello che si è.

Di nuovo la colonna sonora è fondamentale, con i pezzi che variano per il gusto musicale di ogni ragazzo, quindi spazia tra vari artisti e generi. Una menzione speciale per il quarto episodio che presenta il vitalismo sfrenato dei ragazzi, la gioia incosciente dell’essere semplicemente lì ed in quel momento, catturando l’assoluto nichilismo della generazione che ha rappresentato.

A cura di
Emma Diana D’attanasio

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