Run, il desiderio di crescere liberi e senza confini

Run, il desiderio di crescere liberi e senza confini
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Run, pellicola del 2020 diretta da Aneesh Chaganty, è un prodotto figlio di quella “ristrutturazione” (mi si passi il termine), del sistema di distribuzione cinematografico che ha seguito la pandemia globale: si può dire che in questo caso ne rappresenti uno degli esempi più felici.

Infatti, come molte altre opere recenti, Run è stato pensato per il cinema, ma è uscito direttamente sulla piattaforma Hulu (dove ha conquistato il titolo di film più visto di sempre). Ora, con le recenti riaperture, è diventato disponibile nelle sale cinematografiche. Un’operazione alla quale abbiamo assistito continuamente, negli ultimi mesi.

Certamente è vero che, per creare il sistema produttivo delle piattaforme di streaming, le case di produzione hanno attinto alla filosofia dell’home-video (usando un termine vecchio di vent’anni), caratterizzato da budget minori, e progetti spesso poco ispirati. È vero anche che questo sistema può risultare indigesto a coloro che prediligono un’idea più vasta di cinema.

Run si svincola solo parzialmente da queste logiche di mercato. Racconta quindi una storia quasi totalmente ambientata in interni (richiamando pertanto lo zeitgeist pandemico: spazi chiusi, tensione verso l’esterno). Una storia che però riesce, grazie a un’ottima messa in scena, a trovare agevolmente una sua buona collocazione anche nella sala cinematografica.

Run, un thriller al cardiopalma dai personaggi femminili

Il film è un thriller al cardiopalma che presenta due protagoniste femminili. Abbiamo Chloe, figlia diciassettenne nata da un parto prematuro, cresciuta sopportando il peso di diverse patologie (tra cui asma, aritmia, diabete, paralisi delle gambe); e Diane, madre che ha dedicato anima e corpo alla cura della figlia, sostenendola nello studio e in ogni sua attività quotidiana.

Chloe ha fatto domanda di iscrizione all’università. Attende con ansia la lettera con la risposta, ma ogni volta che la posta arriva, scopre che sua madre l’ha già ritirata al posto suo. Con l’assicurazione che, se fosse arrivata una missiva dall’istituto, sarebbe stata la prima a saperlo.

Qui la storia prende la sua svolta narrativa, e s’innesca il meccanismo della tensione. Un giorno, dopo aver preso i farmaci necessari alla cura della sua malattia, la protagonista scopre che una delle pillole che la madre le fa assumere è diversa dal solito. Dopo alcune ricerche, scoprirà una verità angosciante, e che la madre nasconde un oscuro segreto.

La storia di una separazione

Run è un film su un rapporto madre-figlia malato e tossico. Parla del desiderio di essere madre, di un “incontro con l’altro”, voluto a tutti i costi, che diventa il sintomo di un profondo disagio psicologico, e soprattutto di una grande solitudine.

Sono immediati a questo punto i riferimenti a una simbologia di un materno soffocante, o a racconti di madri incapaci di sopportare la separazione dai figli, e che per questo motivo diventano dei veri e propri mostri.

Tuttavia, non è qui che voglio soffermarmi. Credo infatti che più che parlare di una maternità malata, Run trovi il suo baricentro nel punto di vista dei figli. Sul loro desiderio di autonomia, di indipendenza, e di costruzione di un’identità separata da quella dei genitori.

Chloe, ci viene detto all’inizio dalla stessa madre, “È in grado di sopportare sfide fisiche e mentali molto più degli stessi adulti”. È una ragazza intelligente, forte e sensibile (l’interpretazione dell’attrice Kiera Allen, che soffre realmente di paralisi, è senza dubbio all’altezza).

Il suo percorso è una via di liberazione, che ricalca alcuni racconti classici, come per esempio quelli della fiaba tradizionale. Uno su tutti, la fiaba di Rapunzel, che anch’essa presenta una giovane donna prigioniera della madre.

Quest’ultima rinchiude la figlia nella torre, dicendo di volerla proteggere dal mondo esterno. La realtà è che la donna, sentendosi sola, intrappola Rapunzel, negandole la libertà.

Riuscirà Chloe, novella Rapunzel, a liberarsi dalla trappola della madre? La risposta è la stessa per entrambe, attraverso i secoli: tramite l’incontro con il maschile. Deve ottenere cioè quelle caratteristiche psicologiche come la capacità di lottare, di usare l’intelligenza per sconfiggere gli ostacoli, e l’intraprendenza, tradizionalmente associate alla sfera emotiva maschile.

Rapunzel, nella fiaba, arrivava a questo livello incontrando il principe (che in questo caso rappresenta simbolicamente il maschile). Si unisce quindi a quella parte di se che avrebbe potuto salvarla. Chloe in questo caso si differenzia, muovendo un ulteriore passo in avanti nell’evoluzione dei personaggi femminili, azzerandone la simbologia precedente: infatti è ella stessa che si salva.

Siate sconfinati

Il film si dipana nei suoi 90 minuti di durata mantenendo un ritmo impeccabile. Dopo un breve crescendo, si ha il primo climax narrativo, che segue un altro crescendo, e così via. Non perde mai il suo mordente e mantiene alta l’attenzione fino alla fine.

A questo scopo è di grande aiuto una regia composta e solida, sempre funzionale a quello che viene raccontato. Tutto è messo in scena con equilibrio e cura dei i particolari. Le scene d’azione sono ben dirette, ben recitate e non annoiano mai.

Come se non bastasse, Chloe nella storia è una mente brillante, avendo dalla sua varie conoscenze di fisica, chimica e matematica. Alcune delle scene più appassionanti del film la vedono alle prese con i tentativi della madre di rinchiuderla, ai quali riesce sempre a sfuggire usando la propria intelligenza.

In questi momenti, le reazioni del suo personaggio sono sempre sensate e razionali, il che è un valore aggiunto, se pensiamo che il tipico protagonista adolescente di questo genere di film spesso prende scelte del tutto contrarie al senso comune.

Non è questo il caso di Run, una pellicola che di certo non brillerà per l’originalità del tema trattato, ma che riesce a regalare momenti di vero cinema, soprattutto se vista in sala. A questo proposito sentivamo davvero la mancanza di effetti sonori coinvolgenti, emozioni che spesso e volentieri vengono perse durante le nostre visioni casalinghe.

Tenendo presenti queste riflessioni, cercheremo di seguire il monito che quest’opera ci propone nelle sue battute finali. Infatti nelle ultimissime scene viene inquadrato un poster dell’università a cui la nostra eroina si era iscritta. Reca la scritta “Be boundless”, ovvero “Sii sconfinato”: in questo messaggio vediamo racchiuso lo spirito del film, l’esortazione ad essere illimitati, infiniti, senza confini.

a cura di
Marco Manto

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