Malinverni racconta l’addio alla sua città: Roma

Malinverni racconta l’addio alla sua città: Roma
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Dopo l’uscita di Complicazioni, Malinverni, cantautore della scena indipendente romana, esce con un nuovo singolo dal titolo Da qualche parte (Piuma Dischi – Believe).

Matteo ha scritto questa canzone prima di andare via dalla sua città, Roma. In ogni addio c’è sempre qualcosa che rimane in sospeso, persone che non vorresti lasciare andare. L’ha scritta pensando al fatto che, per quanto possa cambiare luogo di appartenenza, probabilmente rimarrà lo stesso di sempre.

Partiamo dall’evento che ha ispirato il tuo nuovo singolo, hai salutato Roma per trasferirti in un’altra città. Raccontaci quest’esperienza.

Roma ha rappresentato tanto per me, nel bene e nel male. Quando mi è sembrato che il rapporto con lei si fosse esaurito ho deciso di cambiare completamente strada. Palermo mi ha accolto bene, mi sono adattato al diverso stile di vita. Credo sia semplicemente un fatto di esigenze. È chiaro che a volte senta la mancanza di cose e persone che hanno segnato quasi 30 anni. Ne parlo come una storia d’amore e, in un certo senso, lo è.

Da qui è nata “Complicazioni”, una canzone che appunto parla di un forte senso di appartenenza ai luoghi. Infatti Roma per te rappresenta una parte importante della tua identità anche artistica, che rapporto hai con questa città?

A volte l’ho detestata così tanto da capire di amarla. Roma per me è dura, è la periferia che deve “tirare a campare”. È la Roma che “sta bene”, dei palazzinari arricchiti e delle vie buie dei quartieri ghetto. Roma è stata tutto questo per me. Conoscerla a fondo ti dà una panoramica sulla vita. Mi piace inserirla nelle canzoni, senza mai chiamarla per nome (ora c’è questa moda di citare nomi di città, non mi fa impazzire), come se fosse un setting in sottofondo, che ogni tanto si prende la scena

In questa città hai anche iniziato a lavorare in maniera del tutto indipendente, poi hai scritto per Claudio Cera, hai frequentato il Cet di Mogol. Cosa ti porti dietro da queste esperienze?

Quello che sono è anche il prodotto di quelle esperienze. Con Claudio ho avuto la possibilità di fare palco, di misurarmi con il live, che ritengo ancora un elemento essenziale per chi vuole campare di canzoni. Ho iniziato a capire cosa ci fosse dietro una canzone, quali possano essere le esigenze di qualcuno che poi le interpreterà. Il Cet è arrivato immediatamente prima, nel 2010. Non avevo idea, appena entrato, di cosa fossi a livello artistico. Ho fatto un bel percorso, ho ricordi belli. Studiare e formarsi è fondamentale.

Cosa invece ti ha spinto a riprendere in mano il tuo progetto da solista?

Forse la consapevolezza, arrivata col tempo, di avere canzoni che mi riguardavano troppo da vicino per essere affidate a qualcun altro, per quanto bravo. Ho lavorato parecchio sul trovare le giuste motivazioni, vista la mia nota pigrizia, poi tutto è nato in maniera naturale. Ho iniziato a registrare i brani al Bdr studio di Roma, poi nel giro di un anno sono entrato nella famiglia di Piuma Dischi. Insomma, il progetto sta crescendo, più velocemente di quanto mi aspettassi, a dire la verità.

Attualmente stai lavorando al tuo album, puoi darci qualche anticipazione?

Sarà un disco di canzoni molto diverse tra loro. Per temi, genere, suoni. Spazierá da quello che potrebbe essere definito, per semplicità, indie pop a cose più prettamente cantautorali. Siamo già al lavoro per le prossime uscite.

Nonostante il periodo incerto hai scelto di far uscire musica, come ti poni davanti a questa pandemia che ha bloccato il settore musicale?

Sarò sincero e abbastanza brutale: chi non gode di ribalta nazionale non ha alternative se non continuare a pubblicare musica. L’alternativa è la morte, artisticamente parlando.

È necessario che chi ha il potere di orientare il mercato accenda i riflettori sul settore, anche con gesti eclatanti. In ogni caso, i problemi per i lavoratori del mondo dello spettacolo c’erano anche prima, ma nascosti: manovali con contratti da fame, tecnici e maestranze con regolarizzazione e tutele inesistenti. Non ricordo che ci fossero stati grossi artisti ad alzare la voce per questa gente, quando tutto andava “bene”. Meglio tardi che mai. In questo senso la pandemia ha scoperchiato il vaso di Pandora.

Speriamo solo che si ritorni alla normalità quanto prima, ripartendo dalle questioni sollevate. Che non restino, appunto, solo questioni.

a cura di
Giulia Perna

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