EXWYFE, il primo singolo “Skinny Dog” e i valori fondamentali

EXWYFE, il primo singolo “Skinny Dog” e i valori fondamentali
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Skinny Dog” è il primo singolo di Exwyfe dell’album di prossima uscita che si intitolerà BUTTER, un disco che con ironia, amarezza e paura condisce il tutto dando spessore e senso alla vita. Un po’ come il burro

Emanuele Ferretti, nato a Correggio di Reggio Emilia, proviene da una terra di persone creative, di subculture che nascono spontanee per riflesso alla noia costante delle giornate sempre un po’ banali della vita di pianura. Ha studiato pittura a Bologna, dove ha vissuto per diversi anni avvicinandosi anche alla comunità LGBTQ e trovando sempre nuovi stimoli nell’arte. scrittura e pittura e poi la grande passione, la musica.

Persona e personaggio estremamente creativo e raffinato, ci ha “aperto” le porte del suo cellulare per rispondere a qualche domanda sulla sua idea di musica e sulle proprie origini che lo accompagnano passo dopo passo.

Buona lettura!

Fare musica per te è stata una cosa spontanea, un po’ come la pittura, altra tua grande passione. Inoltre sappiamo che per te è importante l’espressione artistica in quanto riflesso della società, ma quanto il luogo di nascita, di vita e di lavoro possono caratterizzare la produzione di un artista?

Tanto, anzi tantissimo. Sia da un punto di vista di mentalità che spesso è legata ad un territorio, ed in questo mi ritengo fortunato, perché l’Emilia è sempre stato un luogo fertile, più per una questione di precedenti artistici che per un concetto di apertura mentale diffusa; sia perché nascere in provincia può creare enormi problemi e rallentare comunque le dinamiche di chi vuole affrontare un percorso efficace.

In Emilia le persone che hanno voglia di esprimersi ci sono e ci saranno sempre, ma devono combattere con la noia di un territorio che, per quanto accogliente, non dà tutti gli stimoli che un giovane vorrebbe. Poi ripeto, tutto lo fa il contesto. Sono nato in una piccola provincia dove trovare i giusti compagni anche solo per formare una band non era particolarmente facile.

Per questo bisogna migrare, trovare i centri con un forte spessore, come lo sono stati per me Bologna e Milano, senza dimenticare però i buoni valori che derivano dalle origini, come l’umiltà che è così rara in città.

Quanto ti manca l’Emilia Romagna e perché?

Dell’Emilia mi manca la facilità che hanno le persone di socializzare. Mi riferisco più che altro a Bologna che è una città in cui ho studiato e vissuto per anni, e che mi ha insegnato tanto sull’importanza del condividere, senza troppe pretese.

Una città che, per quanto a portata d’uomo, ai tempi in cui ci vivevo era diventato il rifugio di chi cercava un’alternativa e voleva comunque affermare un concetto di bellezza, sempre diverso. Ma ben vengano le diversità. Milano non è così affabile. E’ molto internazionale rispetto al resto dell’Italia, ma vive tanto di pose e strutture faticose e opprimenti, che volente o nolente ti ritrovi un po’ addosso.

L’ambiente LGBTQ a tuo parere, di cosa dovrebbe occuparsi anche, se ci sono cose di cui ancora non si occupa, ma che dovrebbe farlo?

E’ un discorso che può diventare davvero complicato. Sarebbe bello dire, per fare in fretta, che l’ambiente LGBTQ dovrebbe dare più spazio e voce ad artisti, affiancarli e sostenerli, ma sono sicuro che questo accada già a suo modo in varie situazioni nel nostro territorio.

L’attenzione andrebbe di più spostata sul problema del non riuscire mai, come in politica, ad avere un vero concetto di comunità LGBTQ, inteso come schieramento coeso, dove tutti gli individui sono sensibilizzati e invitati ad essere parte di uno schieramento, che non significa essere un ghetto, ma che consiste nell’acquisire una coscienza e una consapevolezza più allineata. Purtroppo in molti paesi, non solo nel nostro, le situazioni cambiano di regione in regione.

Esiste un concetto di comunità ma solo a macchia di leopardo, con il risultato che in alcune città gli omosessuali vivono meglio, si sentono più al sicuro, più tutelati e liberi, mentre in altri luoghi stanno ancora come trenta anni fa. Ci sono città come Milano, dove anche gay e lesbiche vivono per buona parte in una vera situazione di separatismo, al di là di eventi sporadici come i Pride.

Credi che nella società attuale sia ancora veramente un tema così mainstream l’omosessualità, intesa come discriminante di una persona?

Per fortuna il nostro paese negli ultimi anni ha incominciato ad affrontare temi come le unioni di fatto, che per quanto sdoganate in buona parte dell’Europa, hanno in modo significativo reso più sostenibile la vita di molti LGBTQ italiani, contribuendo a diffondere il concetto di inclusività. C’è ancora molto su cui lavorare. Si vive meglio ma siamo indietro su molti punti. Pensiamo a quanto ancora le persone trans siano soggette a forti discriminazioni.

Riteniamo che in un paese come il nostro, che pretende di essere accogliente e competitivo, non esiste ancora una legge sull’omo-transfobia. Pensiamo alla difficoltà per una coppia LGBTQ nell’avere diritti sui propri figli come in una comune famiglia riconosciuta. In una situazione politica come la nostra attuale, dove ogni diritto guadagnato in passato sembra quasi essere messo continuamente in discussione, non credo che si debba dare nulla per scontato.

Dopo anni e anni in cui credevo di essere in un posto inattaccabile da queste problematiche, come Milano, mi è recentemente capitato più volte di sentirmi insultare da degli sconosciuti per come mi vesto, e vi assicuro che sono ben lontano da ogni forma di provocazione gratuita. L’evoluzione non è per niente un fatto da dare per scontato, e sì, si deve continuamente combattere il concetto di discriminazione sugli omosessuali.

Nella tua vita di tutti i giorni, qual è la cosa che preferisci fare, a parte suonare e fare musica?

Mi definisco un vero nerd musicale. Ascolto musica continuamente, a volte dormo con la musica per immergermici 24 ore su 24. Chi mi conosce sa che sono davvero in fissa per cercare novità o anche solo riscoprire autori del passato. È una delle cose che non mi stanca davvero mai e mi incuriosisce continuamente.

Comunque, al di là di questo, di recente mi sono riavvicinato alla scrittura, che è una passione che avevo più che altro in passato. C’è chi dice che fare musica e scrivere siano in parte correlate come discipline. Forse è vero, su questo però devo decisamente lavorare.

Dato che con i tuoi testi e la tua musica tenti di rappresentare al meglio la società e comunque ne dai una rappresentazione quanto più limpida possibile, possiamo chiederti cosa ne pensi della situazione attuale? Come sta reagendo la società e la popolazione a questa crisi ed emergenza sanitaria?

Ognuno sta dando la sua opinione in questo, ognuno vuole darla. I social sono intasati da richieste di attenzione, da continue ricerche di salvare la propria identità. Il problema non è solo il Covid-19 in sé, che è un’emergenza gravissima, e spaventa, ma è anche la paura di essere dimenticati con questa quarantena. E c’è l’ansia di riscoprirsi tutti troppo simili nell’affrontare un problema. 

È comunque bello vedere che il mondo non vuole fermarsi e non vuole arretrare. È tenero notare i tentativi di unirci tutti sotto la stessa necessità proprio ora che non ci possiamo toccare, che non possiamo trovarci ad un concerto.

Cosa ti aspetti dal “mondo” quando tutto questo sarà finito e cosa ti auguri?

La speranza è che la gente impari da questo momento, che dopo tanto isolamento si abbia voglia di comunicare sul serio per dei validi motivi. Che si senta il bisogno di ritornare ad una vita con più chiarezza nel valori, anche per contrastare la crisi economica che ne verrà. In questi giorni sono riuscito a parlare con alcune delle persone in genere inaccessibili.

Assurdo come la gente necessiti di situazioni estreme per mettersi in discussione. Per quanto riguarda me, spero di portare il nostro progetto finalmente live: spero di poter far conoscere il nostro disco, perché credo che il contatto diretto con il pubblico sia fondamentale per degli artisti.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Dallo spazio ridotto di questa quarantena cerco solo di guardare ad un futuro prossimo. Vorrei che il disco, già pronto, possa aiutare a dare una solidità e una concretezza a questo progetto al momento così tanto confinato nei social. Mi sento ancora il file in una chiavetta, senza poter avere accesso ad un computer.

Per quanto io stia scrivendo altre cose per il futuro, credo sia normale dare la priorità e tutta la mia attenzione a questo lavoro che ancora sconosciuto ai più. Un lavoro che ancora mi comunica tantissimo.

a cura di
Redazione

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Laura Losi

Laura Losi

Laura Losi è una piacentina classe 1989. Si è laureata in Giornalismo e Cultura Editoriale presso l’Università degli Studi di Parma con una tesi sulla Comunicazione Politica di Obama. Avrebbe potuto essere un medico, un avvocato e vivere una vita nel lusso più sfrenato, ma ha preferito seguire il suo animo bohemien che l’ha spinta a diventare un’artista. Ama la musica rock (anche se ascolta Gabbani), le cose da nerd (ha una cotta per Indiana Jones), e tutto ciò che riguarda il fantasy (ha un’ossessione per Dragon Trainer). Nel 2015 ha pubblicato il suo primo romanzo “Tra le Rose” e a breve vedrà la luce anche la sua seconda fatica, il cui titolo rimane ancora avvolto nel mistero (solo perché in realtà lei non lo ha ancora deciso).

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