Di cosa parla BoJack Horseman?

Di cosa parla BoJack Horseman?
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Di cosa parla BoJack Horseman? È quello che ci si domanda quando capita di imbattersi nella “serie del cavallo”. E rispondere è tutt’altro che semplice.

Hollywoo

Una prima risposta potrebbe essere che Bojack Horseman è una serie che si svolge in un mondo abitato da esseri umani e animali antropomorfi, ambientata nel mondo luccicante e patinato di Hollywoo(d). Il protagonista della serie non può perciò che essere un attore, in questo caso un attore di secondo piano caduto nel dimenticatoio dopo essere stato protagonista, in gioventù, di una sit-com per ragazzi.

Sullo sfondo una Los Angeles a tratti bukowskiana, frivola e superficiale, che vive sullo schermo quasi fosse essa stessa un personaggio. E non è un caso che il rapporto tra lo show e la città sia stato approfondito da alcune testate angelene come il Los Angeles Times, Curbed LA e il Daily Trojan.

Durante l’intero arco della serie, il reale showbiz hollywoodiano viene continuamente e ferocemente criticato attraverso il fittizio e stereotipato mondo di Hollywoo.

Ad una prima occhiata, quindi, BoJack Horseman può apparire come uno show leggero e superficiale, esattamente come il contesto nel quale è ambientato. Ma questo non è altro che un rivestimento colorato ed allegro, perché sotto c’è molto, molto di più.

Depressione…

BoJack Horseman parla infatti come nessun altro show televisivo, di depressione, dipendenze, malattie mentali e questioni sociali, tanto che Netflix stessa ha caricato sul proprio canale YouTube un approfondimento a riguardo.

Per fare ciò, la serie non può che iniziare dal suo protagonista, che è alcolizzato e tossicodipendente, ma anche egocentrico, insicuro, pieno di paranoie ed autocommiserazione, diffidente e del tutto incapace di instaurare e mantenere rapporti umani “sani” e genuini con le persone che lo circondano.

Tuttavia, BoJack non è cattivo, anzi. È un antieroe alla Walter White, ha un animo buono, ma fa cose cattive. Non è abbastanza forte per fare le scelte giuste (che in fondo sono le più dolorose e difficili) e preferisce di continuo prendere scorciatoie a forma di bottiglia o di pasticca.

Attraverso i suoi occhi vediamo e capiamo come certe dinamiche depressive possano nascere e svilupparsi fino a portare alla tossicodipendenza e all’instabilità mentale di cui BoJack è chiaramente affetto. Il modo migliore per capire BoJack e per capire cosa passi davvero nella sua mente è guardare la scena del monologo interiore che apre l’episodio “Stupido pezzo di m…a” (4×06), che non a caso Netflix ha reso disponibile.

… e non solo

Ma in BoJack Horseman non esiste solo BoJack. La sua cerchia di persone, i suoi amici, sono personaggi altrettanto sviluppati e profondi, utilizzati dagli autori per esplorare una maggiore quantità di problematiche.

C’è la meravigliosa Princess Carolyn, una gatta ex amante e ora agente di BoJack, c’è Mr. Peanutbutter, un labrador giocherellone e sempre allegro che altro non è che la perfetta parodia del frivolo attore hollywoodiano.

C’è lo svitato e tenero Todd, che molto ha in comune con Jesse Pinkman (e non a caso è doppiato da Aaron Paul), ma soprattutto c’è Diane, la migliore amica del cavallo, colei che BoJack cerca ogni qualvolta abbia veramente bisogno di aiuto.

Grazie ad ognuno di essi e ad altri personaggi (che definire secondari potrebbe essere riduttivo), la serie analizza a fondo questioni molto presenti ed attuali nella società odierna.

Si parla perciò di emancipazione femminile e femminismo, di traumi infantili che si ripercuotono in maniera tremenda ed insospettabile nell’età adulta, del rapporto genitori-figli, di demenza senile, di (a)sessualità, di solitudine e aborto, di rapporti interpersonali tossici e nocivi, della difficoltà di comunicare e del non sapere come farlo.

BoJack Horseman racchiude tutto questo al suo interno, risultando così un perfetto e bilanciato calderone di argomenti e personaggi in apparenza slegati e diversissimi tra loro, che riescono però a coesistere e stimolare profonde riflessioni.

Filosofia

Queste riflessioni si prestano ad un’altra chiave di lettura, che riguarda le fondamenta stesse dell’intera serie. BoJack Horseman è, infatti, uno show profondamente esistenzialista e nichilista.

Il creatore della serie, Raphael Bob-Waksberg, edifica l’intero prodotto su basi filosofiche ed esistenziali ben precise, non mancando di metterne in luce i vari riferimenti.

Come raccolto e spiegato anche dalla Wisecrack, sparsi nell’arco dell’intera serie troviamo dialoghi ed episodi che riflettono sul senso dell’esistenza, sul ruolo che ogni singola persona ha nell’universo e sul come vivere la vita e cosa significhi vivere.

Non mancano infatti i riferimenti espliciti allo zucchero nel caffè di Kierkegaard, a Sartre, Pascal e Camus, mentre l’iconico episodio “Free Churro” (5×06) è interamente modellato su Kafka e Italo Svevo.

Il nichilismo galoppante, quell’idea che la vita e l’esistenza non abbiano alcun significato intrinseco e l’interrogativo quindi di come condurle e quali azioni compiere, accompagnano i personaggi durante l’intero arco della serie.

Il senso di vuoto assoluto e la mancanza di un significato o un grande disegno che accomuni tutte le persone, portano alla costante ricerca di quella felicità che è in grado di allietare il senso di oppressione, nonché di mitigare la consapevolezza di una vita insignificante e transitoria.

Sulla scia di True Detective, BoJack Horseman ripercorre questi temi in maniera apparentemente più leggera ma in realtà molto più profonda, dimostrando quindi come non siano per forza necessari toni cupi e atmosfere noir per stimolare riflessioni di tale portata.

Cambiamento

Ma forse, più di ogni altra cosa, BoJack Horseman parla di noi.

Parla delle nostre debolezze, delle nostre fragilità, di quei demoni interiori così difficili da scacciare. Di noi ogni volta che ci sentiamo soli, a pezzi, non capiti.

Parla di noi quando non ci sentiamo amati e apprezzati, quando ci sentiamo soli in mezzo agli altri, quando ci sentiamo fuori luogo e inadatti. Di noi ogni qualvolta sentiamo di aver deluso le aspettative, di non essere all’altezza e di essere, in fondo, sbagliati.

Mostra come ci sentiamo tutte le volte che vorremmo scappare e rinchiuderci in un luogo solo nostro, che ci isoli da un mondo che non ci capisce e che a nostra volta non capiamo.

E lì, in quel luogo, comparirebbe BoJack. Non per aiutarci, no, ma per farci silenziosamente specchiare in lui. Non servirebbero abbracci, pacche sulle spalle o discorsi consolatori, sarebbe solo sufficiente guardare negli occhi questo fallito cavallo di mezza età, per capire che provare e sentire certe cose non va bene e non è salutare.

Per capire che bisogna rialzarsi.

BoJack non da risposte o soluzioni ai nostri problemi, ci mostra, nel modo più crudo e schietto possibile, quello che siamo. BoJack ci stimola indirettamente a smetterla di autocommiserarci e a smetterla di essere schivi, paranoici, sospettosi, menefreghisti, subdoli, possessivi, gelosi, egocentrici…

E fa questo mostrandosi per quel che è: quel che siamo noi quando cadiamo (o ci sembra di cadere) nel baratro, quando perdiamo le speranze e ci sentiamo immersi in una lunga ed interminabile notte senza stelle.

Guardare BoJack significa non avere risposte o formule magiche per riuscire a stare bene. Significa cercare di fare la cosa in assoluto più difficile: cambiare se stessi.

a cura di
Simone Stefanini

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