“Malato” è il nuovo album di Lepre

“Malato” è il nuovo album di Lepre
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Cantante, batterista, percussionista e rumorista, quello di Lepre non è un volto nuovo nel panorama musicale. Ne abbiamo parlato con lui

Già noto nella scena romana con il progetto LeSigarette e al fianco di Lucio Leoni sin dal 2016 come batterista e membro stabile della band, Lepre ha dato vita a un progetto solista che racchiude in sé tutta la sua formazione da musicista e le sue esperienze, con uno slancio consapevole verso la ricerca di suoni.

Malato è l’album d’esordio dell’artista Lorenzo Lemme (in arte Lepre). Malato è un lavoro dal gusto audace, dalle connotazioni ‘anti-pop’ in cui le melodie si lasciano consapevolmente contaminare da parti più sperimentali che riescono a svincolare la musica di Lepre dal bisogno di definirsi in un unico genere.


L’album è stato anticipato dai brani Mio Marito e Mezzo Scemo, su cui abbiamo chiesto a Lepre di dirci qualcosa in più a riguardo.

Ciao Lepre, benvenuto! Nel brano “Mio Marito” racconti che hai deciso di sposarti perché tanto poi esiste il divorzio. Tu stesso hai dichiarato di non credere molto al matrimonio, che valore gli si dà al giorno d’oggi secondo te? È una sicurezza?

Una delle poche sicurezze che abbiamo è che moriremo e nel frattempo ci conviene cercare di essere felici, essere noi stessi, sentirci liberi. Il matrimonio è una scelta che si prende con se stessi e anche in due, è una cosa che per molti è importante, tipo il sogno di una vita, ma non dà molte certezze, è un contratto, quello che conta è stare bene. Non è detto che durerà per sempre… E meno male che nel caso si può annullare. Voglio dire: si può cambiare casa, si può cambiare lavoro, si può cambiare paese e così possono cambiare anche le relazioni.

Se Lei non avesse risposto, chi sarebbe stata la seconda persona che avresti contattato?

Credo nessuno. Ha risposto, lo sapevo che avrebbe risposto.

Tornassi indietro riutilizzeresti il servizio di “Bla bla car”?

Sì, rifarei tutto… è un’esperienza che fa parte di me ormai, non la voglio perdere.

La tua delicatezza, nel modo in cui canti e scrivi, ci accompagna dall’inizio alla fine del pezzo, così come la tua corsa
per quasi tutta la durata del video, come mai questa idea?

Grazie… L’idea di una corsa nella nebbia inquadrata dall’alto è stata di Giacomo Bolzani, il regista. Io ho solo aggiunto
la mia corsa, che è una corsa normalissima, e quel vestito da sposa. Volevamo creare una suggestione non definita… è andata bene.

Ci racconti della notte passata in cella in isolamento?

Beh, stare chiusi in una stanza è una tortura. Il carcere è impressionante. Ho avuto modo di tornarci per suonare in dei laboratori teatrali e ho rivissuto quella condizione di privazione della libertà di movimento… devo dire che mi colpisce duramente. Il carcere blocca il tuo corpo, prima della tua mente, tu sei bloccato, non puoi uscire, sembra banale ma il punto è proprio quello, non puoi correre, non puoi andare dove vorresti andare, il limite è fisico.

Per quanto riguarda la mia esperienza, quella notte ho cercato di stare sereno ma non sapevo cosa sarebbe successo e quanto sarei rimasto li, quindi non era semplice. Ad un certo punto ho cantato un po’, non avevo nessun tipo di vista, vedevo solo le mura, la finestra era oscurata con della vernice e c’era una porta di ferro completamente chiusa da dove non passava nemmeno un filo di luce, una luce sempre accesa, un letto con la base di alluminio e un piccolo water con un lavandino… Comunque quando ho cantato il suono della mia voce con quel metallo che vibrava era molto bello, mi sono consolato così. È stato un bel momento, alla fine ho trovato un modo per fare qualcosa per me, qualcosa di bello.

In “Mezzoscemo” parli della tua infanzia. Ti definisci “sempre a metà”. Ora invece pensi di essere arrivato a
raggiungere un intero?

Difficile essere interi… ma sì, non mi sento più a metà, ho integrato tante parti di me, con qualcuna ci ho fatto pace e con altre che non conoscevo ci sto prendendo confidenza.

Nel brano dici che “Non ti serve niente”, nel senso che il posto in cui sei cresciuto, il mare, il cielo, le montagne, il clima familiare, ti davano tutto ciò di cui avevi bisogno?

No non direi… non ho mai sentito di avere tutto ciò di cui avevo bisogno…non credo sia possibile sentirsi così. Mi viene più naturale pensare che non devo aver bisogno di niente… il senso è solo quello di avere un vuoto e di riempirlo di ciò che si incontra, senza aspettarsi niente… non mi serve niente è un modo per dire che mi va bene tutto quello che viene, che voglio essere curioso e accogliente.

Il luogo dove sono cresciuto e la mia famiglia non c’entrano molto con questo. Ho parlato della mia infanzia e della adolescenza perché mi rendo conto che il mio girovagare, il mio osservare, è nato e si è evoluto mentre crescevo. È il mio modo di stare al mondo, non è una filosofia che ho studiato e che ho fatto mia… io sono così. È una parte di me che mi piace molto.

La tua voce rassicura, ma la base musicale alla fine dei brani lascia quasi un senso di irrequietezza, in contrasto con
ciò che trasmetti con la tua voce. E’ qualcosa di voluto?

Che piacere sapere che la mia voce rassicura… grazie. Sì, voglio dire la verità e essere più onesto possibile con le parole e con la voce, mentre con gli strumenti mi piace fare un altro lavoro… più storto, più astratto, più irrequieto, più costruito a volte.

Lavorerai anche con artisti come Motta e Giancane, cosa avete in mente?

Io sono nella produzione dei loro tour e sarò il driver delle band per tutta l’estate… mi piace tantissimo stare con loro e con i musicisti e i tecnici… è un ambiente che mi dà tantissimo. Siamo amici con entrambi da tanto e mi rende felice poterli supportare lavorando nell’organizzazione dei loro concerti. In più aprirò i concerti con 3 brani chitarra e voce… Lepre è appena nato, bisogna mostrarlo.

Sappi che ti supporteremo e speriamo che tu possa avere il successo che meriti, grazie per il tempo che ci hai dedicato! Qui puoi rispondere con ciò che vuoi.

Vi ringrazio molto per il supporto, mi avete stupito con quest’ultima… bravi! Che bello. Sto sorridendo… vi voglio bene.

a cura di
Giada Viscido

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