“Belfast” – Storia di un’infanzia perduta

“Belfast” – Storia di un’infanzia perduta
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Scritto e diretto da Kenneth Branagh, con Caitríona Balfe, Jamie Dornan, Ciarán Hinds, Judi Dench e un giovanissimo Jude Hill ai primi esordi, il 24 febbraio arriva nelle sale italiane “Belfast”. Candidato a “Miglior Film”, e con ben sette nomination agli Oscar, riuscirà l’ultima – intima – opera di Branagh a trionfare, portando a casa l’ambita Statuetta? 

“Belfast”, come progetto, nasce durante il periodo di Covid. Così afferma Kenneth Branagh in un’intervista, dove rivela che è stato “il lockdown, quel momento di incertezza che abbiamo sperimentato tutti” a trascinarlo indietro nel tempo. A riportare indietro le lancette, ricordandogli quei giorni d’incertezza vissuti lungo le vie di Belfast, durante i tumulti, all’età di soli nove anni. 

Un progetto intimo e introspettivo, che racconta di un’infanzia lontana, quella vissuta con la sua famiglia. E della vita che continua, al di là delle barricate. 

“Belfast”
Lo sguardo d’amore di Kenneth Branagh 

“Per quelli che sono rimasti 

Per quelli che sono partiti

Per tutti quelli che si sono persi.”

“Belfast”, Kenneth Branagh, 2021

Con questa dedica si conclude “Belfast”. Con queste parole, Branagh scandisce la sequenza finale del suo film, e ci dà modo di capire cosa realmente si celi dietro la storia che ha deciso di raccontare. 

Parole che rivelano le vere intenzioni del regista, e tutto quel sentimento, tutte quelle emozioni, che questo film porta con sé.
Parole che costituiscono quella lettera d’amore che Branagh compone per tutto il corso della pellicola.
Una lettera d’amore a una terra e al suo popolo.
A Belfast. 

Perché “Belfast” è questo. 

Un viaggio introspettivo, alla ricerca delle proprie radici, di quelle origini dimenticate che il regista sente il bisogno di ripercorrere. 
Un omaggio ad un popolo che è rimasto, uno sguardo d’amore a quella gente che ha sentito il desiderio di spostarsi e abbandonare la propria terra. E a quella città, che per Branagh ha rappresentato qualcosa di più.
Una prima vera casa. Un punto di partenza.  

Abbiamo tutti una storia da raccontare. Ma quello che ci rende uno diverso dall’altro non è come finisce questa storia, ma piuttosto da dove è cominciata.

Nonna, “Belfast”, Kenneth Branagh, 2021
La macchina del tempo: Belfast, 1969

Ci troviamo a Belfast, nel 1969. Nei quartieri della città si scatenano violente lotte tra protestanti e cattolici, destinate a proseguire per lungo tempo. I cittadini cattolici, infatti, erano già da tempo fortemente discriminati: avevano difficoltà a trovare lavoro, vivevano circoscritti in quartieri popolari ed era impedito loro di vincere le elezioni.

Questo conflitto nordirlandese, chiamato anche “The Troubles”, scoppia violento nell’agosto del ’69, portando con sé numerosi scontri urbani. Alle offensive protestanti, i cattolici rispondono riunendosi in comitati locali di difesa nei quartieri e organizzando barricate a protezione delle proprie abitazioni.

Il 9 settembre dello stesso anno, quando il governo unionista ordina lo smantellamento delle barricate, la tensione cresce a dismisura: i cattolici si rifiutano di obbedire e i protestanti iniziano ad erigere anch’essi numerose barricate a difesa delle loro zone.

Da Stormont è allora chiesto all’esercito della Corona di intervenire, arrivando così alla costituzione di barriere con sacchi di sabbia e filo spinato, che devono servire a controllare temporaneamente la situazione. In realtà queste si diffondono a macchia d’olio per le vie di Belfast e divengono, col tempo, vere e proprie strutture in cemento, le “peacelines”, simbolo di un conflitto destinato a durare trent’anni.

 

Uno sguardo su un mondo passato 

Questo film, tuttavia, non si limita a descrivere con accuratezza storica i fatti avvenuti a Belfast durante la fine degli anni 60’, ma fa molto di più. Getta uno sguardo intimo e personale sulla vita nella città, all’interno di un quartiere misto, cattolico e protestante.

È un film che si sofferma sui dettagli, su tutte quelle sfumature che aprono una finestra sul passato. Su una vita lontana e ormai dimenticata, così diversa da quella che conosciamo oggi! La stessa vita che i nostri nonni, appena due generazioni fa, conducevano nelle strade delle nostre città. 

“Belfast” riflette sul quel mondo passato raccontando una storia: quella di una famiglia operaia alle prese con i problemi di tutti i giorni. E lo fa attraverso immagini che ci catturano, con la loro semplicità e immediatezza, e che ci riportano indietro nel tempo. 

In questo film c’è tutto: gli odori e i sapori di un’infanzia dimenticata, il calore della gente del luogo, l’affetto sincero di amici e parenti, perduti in quel vortice di eventi che è la Vita. 
Un bambino alla finestra, in attesa del padre; le fatiche di una madre, intenta a crescere i suoi figli, giorno dopo giorno; un amore anziano, che ancora fiorisce, dietro le mura di una casa operaia. Le grida dei bambini in fondo alla strada. I loro giochi, i loro schiamazzi. Quel divertimento fanciullesco, interrotto da un richiamo: “Buddy, tua madre ti cerca.”. Una partita a pallone, rimandata al pomeriggio seguente. 

Con una serie di istantanee, ritratto di una realtà passata ormai svanita, Branagh descrive la sua infanzia e il suo amore per la città dov’è cresciuto.

In “Belfast” origini e radici sono, dunque, la chiave di tutto, il vero e proprio filo conduttore di una storia che, raccontata con vivace ironia e con un pizzico di malinconia, spalanca la porta ad un passato lontano, distante dal mondo che conosciamo oggi.

Con gli occhi di un bambino 

Buddy: Credo che papà voglia che andiamo via da Belfast.

Nonno: Tu cosa vuoi?

Buddy: Ogni sera, prima di mettermi a dormire, quando dico le preghiere chiedo a Dio se riesce a fare in modo che quando mi risveglio la mattina io sia il miglior calciatore del mondo! E poi gli chiedo anche se da grande posso sposare Catherine. Anche se lei ama Ronnie Boyd; potrà vederlo lo stesso ma sposerà me. Ecco che cosa voglio io.

Dialogo tra Buddy e il Nonno, “Belfast”, Kenneth Branagh, 2021

In questo dialogo è riassunta tutta l’essenza di “Belfast”. Un film che narra le vicende di una famiglia protestante attraverso lo sguardo di Buddy. Attraverso gli occhi di un bambino. 

Perché sì, Buddy ha solo 9 anni, ed è candido e innocente, come tutti i bambini della sua età.  E, così alle prese con i giochi e i divertimenti, la scuola e le prime cotte, la vita degli adulti gli appare incomprensibile e distante.
Il modo candido e inconsapevole in cui Buddy guarda a quel mondo, senza mai capirlo, emerge nei dialoghi degli adulti, sempre in sottofondo, mentre i bambini, distratti e noncuranti, giocano indifferenti. 

Anche le riprese, spesso dal basso verso l’alto, o effettuate con prepotenti primi piani, suggeriscono l’idea che il punto di vista sia quello di un bambino, minuscolo e spaventato dinnanzi alla portata di eventi molto più grandi di lui, che non riesce a comprendere a pieno.
Tutto è un gioco, tutto è divertimento per Buddy, che vive ancora in quell’età dorata e felice che è l’infanzia. 

Nel film, fortemente autobiografico, emerge inoltre il grande amore del giovane, e quindi dello stesso Branagh, per il cinema e la recitazione. Passione trasmessagli dai genitori, con i quali si recava in sala ad ogni ritorno a casa del padre.

In mezzo al grigiume della guerriglia, tra cattolici e protestanti, in mezzo alle lotte urbane in cui era immersa Belfast, quel mondo magico che esplodeva da dietro lo schermo, fatto di macchine volanti e viaggi sulla luna, colorava l’infanzia di un bambino e della sua famiglia. Un ricordo che Branagh porta caro nel cuore, e che omaggia visivamente con una resa a colori, in un film dalla fotografia totalmente in bianco e nero. 

Cosa rimane di questo film? 

Difficile esprimerlo a parole. 

“Belfast” è un film semplice, che arriva, in modo immediato, al cuore dello spettatore, colmandolo di ricordi e tenerezza .
Per certi versi mi ricorda molto “Roma”, l’ultimo film di Alfonso Cuarón, uscito nel 2018 e candidato anch’esso agli Oscar, che narra di un’altra vicenda familiare, raccontata dal punto di vista della domestica. La forte dimensione intima, la forza dei legami e la schiettezza aggraziata dei toni con cui questa storia, estremamente diversa, viene dipinta, mi consentono, dunque, di azzardare questo paragone. 

Ma il mondo descritto da Branagh è quello irlandese, molto più vicino, per usi e costumi, a quello da dove noi proveniamo. Il senso di appartenenza che “Belfast” risveglia in noi è, dunque, maggiore, e di gran lunga più profondo. 

In questo film lo spettatore si immerge, come in un sogno, ed esso lascia in noi quel vago ricordo, fugace e inafferrabile, che rimane da svegli, quando i confini con la realtà riaffiorano lentamente.
Dunque, cosa rimane di questo film? 

Lo sguardo di una madre, vero pilastro della famiglia, e la sua ostinata determinazione; la saggezza dei nonni e il loro tenero affetto, che investono Buddy e lo proteggono, come uno scudo, da un periodo storico difficile, forse il più difficile per l’Irlanda del Nord. 
L’amore spontaneo e sincero di un padre spesso assente, un amore fatto di risate e di allegria, di litigi ed incomprensioni, di balli e di musica. 

 “Belfast” ha il potere di trasportarci indietro nel tempo, e lo fa in modo brillante, con una grazia e una dolcezza figlie di un’altra epoca. 
Passato e presente si fondono insieme in una pellicola che sa regalare tanto, molto più di quanto il suo breve titolo promette. 

Trailer di “Belfast”

A cura di
Maria Chiara Conforti

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