“The Tragedy of Macbeth” – uno sguardo all’ultima ambiziosissima impresa di Joel Coen

“The Tragedy of Macbeth” – uno sguardo all’ultima ambiziosissima impresa di Joel Coen
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Scritto e diretto da Joel Coen, con i Premi Oscar Denzel Washington e Frances McDormand, arriva su Apple TV+ (e – si spera – prossimamente anche al Cinema) “The Tragedy of Macbeth”, film del 2021 tratto dall’omonima opera teatrale di William Shakespeare. 

Premessa 

L’articolo che vi propongo oggi non si presta ad essere tanto una recensione su “The Tragedy of Macbeth”, quanto una riflessione a mente aperta sul “Macbeth” in generale, poiché la versione che Joel Coen ha saputo offrirci – il suo “Macbeth” – è forse l’omaggio più fedele e meglio riuscito alla celebre tragedia shakespeariana. 

Dedicherò dunque alcune righe alla presentazione di determinati elementi che ritengo fondamentali per comprendere a pieno molti aspetti di questa pellicola e – complessivamente – dell’opera. 

Sono state realizzate innumerevoli versioni di “Macbeth”, sia teatrali che cinematografiche, ma non tutte si sono rivelate ugualmente valide. Ricordo – anzi vorrei dimenticare – una di esse, vista al cinema nel lontano 2015, caratterizzata da una serie di slow motion inserite a caso nelle scene di combattimento, che avrei sicuramente preferito evitarmi.

In mezzo a tutta questa abbondanza, come dare dunque a quest’opera il giusto risalto? Come creare un film degno di questo nome? Impresa impossibile? No, a quanto pare. O meglio, non se ti chiami Joel Coen

Macbeth e Lady Macbeth abbracciati, interpretati da Denzel Washington e Frances McDormand
Il “Macbeth” di Joel Coen
La trama 

La storia la conosciamo tutti. 

Macbeth, Signore di Glamis, si trova a decidere le sorti della battaglia e, sulla via del ritorno, si imbatte con Banquo in tre streghe, le Tre Sorelle Fatali, che gli rivelano che diventerà Re di Scozia. Giunto all’accampamento, grazie ai suoi servigi, è nominato Signore di Cawdor da Re Duncan, ma il suo cuore è scosso da profondo turbamento. Con la complicità della moglie, Macbeth arriverà a compiere atroci delitti per impadronirsi della corona, adempiendo così ad un destino che appare già scritto. Un destino che risulterà, però, essergli fatale.

Il Macbeth di Coen 

Joel Coen ripropone qui, pari pari, senza inutili fronzoli o strani adattamenti, il puro e semplice genio shakespeariano. Egli infatti rappresenta fedelmente l’opera, descrivendone le atmosfere e mettendo in scena gesti e parole che la caratterizzano. 

La fotografia utilizzata qui dal regista è splendida, semplice ed essenziale. Spogliatasi da qualsiasi ornamento, essa balza subito all’occhio, giocando su potenti contrasti di chiaroscuro, che ne esaltano – seppur un po’ esasperandola – la drammaticità.

Le ambientazioni sono cupe, spesso deserte, caratterizzate da luoghi nebbiosi e bui, che intendono suggerire la presenza di spiriti demoniaci o l’arrivo di eventi nefasti.

Nelle opere di Shakespeare infatti il mutare improvviso delle condizioni atmosferiche (come il repentino passaggio dal bel tempo alla tempesta, o il sopraggiungere di un banco di nebbia) preannuncia l’arrivo di sciagure imminenti.
Esso è infatti oscuro presagio di azioni immorali e contro natura (come il regicidio o, più in generale, l’omicidio), ai quali tutta la Natura, tutta la Terra, partecipa, soffrendone. 

A donare al film maggior poesia contribuisce inoltre la scelta fatta dal regista di realizzare la pellicola in bianco e nero. Essa, così confezionata, sembra suggerire allo spettatore che l’opera ed i suoi personaggi, fatti di luci e di ombre, non sono altro che questo. Oscuro emblema della natura umana. 

L’importanza della parola 

La parola ha grande valore in questo film, così come lo aveva per Shakespeare.
Joel Coen ripropone qui gli stessi dialoghi che ritroviamo nell’opera originale, realizzando un lavoro analogo a quello compiuto da Zeffirelli nel suo “Romeo e Giulietta”.  Essi vengono infatti fedelmente riportati, ed ogni parola acquista importanza, ogni dialogo diventa fondamentale.

Vi sono frequenti monologhi, come quando Macbeth, incerto sul da farsi, interroga se stesso, sconvolto dal saluto delle Tre Sorelle Fatali, o quando, alla fine del film, trovandosi davanti al cadavere della moglie, riflette tra sé sulla brevità e vanità della vita umana.

” […] Via, consumati,
corta candela! la vita è soltanto
un’ombra errante, un guitto che in scena
s’agita un’ora pavoneggiandosi, e poi
tace per sempre: una storia narrata
da un idiota, colma di suoni e di furia,
senza significato.”

 

William Shakespeare, Macbeth, V. v.

Il linguaggio è complesso, difficile e articolato, perfettamente consono ai personaggi che ritroviamo in scena. Personaggi di alto lignaggio, come nobili, lord e re, ricchi e quindi istituiti.
Solo in un punto i toni si abbassano, perdendo quella solennità che caratterizza l’intera opera. Con la comparsa del portinaio, infatti, comune plebeo, il linguaggio muta, diventando volgare, popolare.

Questa caratterista fondamentale accomuna tutte le opere di Shakespeare: egli era solito adattare il linguaggio ai personaggi che entravano in scena, tenendo conto di fattori come la loro erudizione e la loro posizione sociale. Più i personaggi erano colti ed istruiti, più esso era elevato e complesso. Al contrario, quando essi erano plebei, parte del volgo, questo diventava appunto volgare, e decisamente più colorito. 

Va da se che il film, adattando il copione al testo dell’opera originale, risulta pretenzioso, è piuttosto difficile da seguire, con una forte impostazione teatrale che sacrifica varie scene d’azione che i personaggi si limitano a narrare nei loro dialoghi. Questi ultimi sono spesso ricchi di pathos, il quale tinge, con tratti cupi e decisi, l’intera narrazione.

Le emozioni e i sentimenti dominano sullo schermo, riflettendosi prepotentemente sui volti dei personaggi, che ne sono assoggettati. Rabbia, paura, angoscia. Follia, cupidigia, ferocia. Essi scuotono Macbeth fin nel profondo, tormentandolo e facendo leva su di lui, per poi guidarlo nelle sue folli azioni. 

Personaggi

Arriviamo quindi ad analizzare tre personaggi estremamente importanti. Questi, assieme alle tematiche ad essi annesse, rappresentano la colonna portante su cui si erge il dramma shakespeariano. 

Le Tre Sorelle Fatali – la Profezia rivelata 

Le Tre Streghe che Macbeth incontra sul suo cammino, e che saranno fondamentali per lo svolgersi degli eventi, sono sicuramente tra i personaggi più significativi del dramma. 

Esse non rappresentano altro che il Diavolo e le Forze del Male, di cui sono portavoce, e si rivelano agli occhi degli uomini come tre vecchie, che svaniscono improvvisamente nell’aria, dopo aver pronunciato parole profetiche. 

Ho apprezzato molto la rappresentazione di esse data da Coen, forse una delle cose che mi ha colpito maggiormente durante la visione. All’inizio del film infatti, ritroviamo una sola delle Tre Sorelle seduta per terra, intenta a intavolare un dialogo con se stessa, contorcendosi nella polvere. La scena è ai limiti del grottesco: dalla bocca sputa un dito mozzato, e le posizioni che assume contraendo gli arti sono surreali ed innaturali.

Tuttavia quello che più stupisce è ciò che la vecchia pronuncia, poiché ci si accorge che essa sta parlando con altre due persone, che le rispondono con parole che è la sua stessa lingua a pronunciare. Le Tre Sorelle sono racchiuse in una soltanto, e parlano dunque attraverso essa. Ciò avviene fino alla comparsa di Macbeth e Banquo quando, specchiandosi nell’acqua, esse rivelano ciò che fino ad allora agli occhi è apparso invisibile, sdoppiandosi. La loro vera natura trigemina.

Le Tre Sorelle Fatali, nella versione di Joel Coen

Si rivolgono poi a Macbeth con parole sibilline, chiamandolo “Signore di Glamis” e “Signore di Cawdor”, e rivelandogli in modo enigmatico quella profezia che tanto lo tormenterà per tutta la vicenda. “Salve a Macbeth, che un giorno sarà re”. Esse spariscono senza chiarire né il come né il quando, mutando in tre corvi gracchianti e lasciando l’uomo in preda alla confusione e ai suoi dilemmi. In balia di quella profezia che inizierà ad ossessionarlo. 

La Profezia delle Tre Sorelle Fatali
Lady Macbeth – il sangue che non si cancella

Interpretata da una strepitosa Frances McDormand, abbiamo poi Lady Macbeth, sposa di Macbeth, altro personaggio chiave della vicenda. Questa infatti convincerà il marito a compiere il regicidio, risultando assai più spregiudicata e risoluta di quest’ultimo. Dal carattere forte e indomabile, Lady Macbeth dona la sua anima al Diavolo, chiedendogli in cambio la forza necessaria per portare avanti il suo piano. Per convincere Macbeth ad assassinare il re.

Ella utilizza l’espressione “unsex me”, che significa “toglietemi tutto ciò che ho di donna in me, rendendomi senza sesso”, e dunque maggiormente ferma e spietata. Perché è questa la vera natura di Lady Macbeth: essa non è una donna. Non è mite e remissiva, non può avere figli, non si lascia piegare né intimorire.
È, al contrario, una creatura demoniaca, disposta a tutto pur di raggiungere il potere. Potere che, di fatto, si vedrà sfuggire via dalle mani e che la porterà alla follia.

Frances McDormand interpreta Lady Macbeth

La donna infatti, al contrario dello sposo, non mostra alcun segno di pentimento, ma si dispera quando arriva a constatare che tutto quello che ha passato, tutto quello che ha compiuto, è stato vano.
Consapevole di ciò, cade quindi in preda alla pazzia, vagando, sonnambula, per il castello, parlando da sola e continuando a sfregarsi le mani, che vede costantemente macchiate di sangue.

Il sangue è, infatti, qui macchia indelebile, metafora di una colpa più grande che non può essere eliminata. 
Esso è estremamente presente sulla scena, spesso più metaforicamente che fisicamente: la parola “blood “ riecheggia, lugubre per tutta la durata del film, nei potenti monologhi, urlata, o appena sussurrata. Aleggia tra gli alti soffitti del palazzo, nella nebbia delle lugubri lande scozzesi, nei colpi sferrati con la spada, durante i combattimenti.
Esso è una macchia, una colpa, un abominio che non può essere lavato né cancellato, che impregna l’animo umano e lo trascina con sé nell’abisso, giù negli Inferi.

Nella parte finale del film, Frances McDormand ci regala un’interpretazione da Oscar. La donna, col volto spiritato, si aggira per il castello con un lume in mano, i capelli arruffati che le incorniciano il volto stanco. Si afferra la mano, cercando di pulire la macchia con cui è marchiata, gridando e contraendo il viso in smorfie di follia e di sollievo. 

Lady Macbeth
Macbeth – il destino di un uomo 

Macbeth, protagonista dell’opera, è sicuramente un personaggio complesso sotto innumerevoli punti di vista. All’inizio della vicenda egli è un uomo buono e giusto, fedele al suo re, del quale si riesce a conquistare i favori.

Successivamente però, cede al fascino delle parole profetiche delle tre streghe, spinto dall’ambizione e dalla sete di potere che, alimentate dalla moglie, riescono a far leva sulla sua anima, rendendola via via sempre più feroce e sanguinaria.

All’inizio, egli appare infatti titubante e poco risoluto. Cade spesso in preda alla follia, scosso da allucinazioni e oscuri presagi che scaturiscono dal punto più profondo della sua anima, pervasa dal senso di colpa. Dopo aver commesso il regicidio, infatti, egli ascolta le parole dei servi addormentati, a cui vorrebbe rispondere con un “Amen” sofferto, senza però riuscirci: ciò rappresenta il punto di non ritorno. L’impossibilità, per Macbeth, di tornare indietro.

Successivamente, abbandonati anche gli ultimi timori, che pesano come macigni sul suo cuore, si trasforma nel tiranno feroce e sanguinario che tutto il regno disprezza. Il Macbeth di Denzel Washington ci appare composto e maestoso prima, poi folle e tormentato, con la mente “piena di scorpioni”, ed infine delirante e spietato. 

Le parole della profezia fatta a Banquo lo ossessioneranno per lungo tempo, finché consultando gli Spiriti circa la sua morte e ritenendo che l’evento non possa verificarsi, diventerà sicuro e implacabile. Così facendo, il tiranno non si accorge però di essere vittima di se stesso e delle proprie azioni, che lo condurranno, di fatto, a quella morte che ha tanto cercato di evitare.

Denzel Washington nei panni di Macbeth

Inizialmente, infatti, Macbeth sembra intenzionato a lasciare che il Destino agisca per lui. In un secondo momento, però, convinto dalla moglie ad agire in prima persona, passa all’azione, diventando lui stesso artefice della propria rovina.
Gli avvenimenti accadono, dunque, come diretta conseguenza delle azioni poste in essere per evitarli.

Viene quindi da interrogarsi su una questione centrale nel “Macbeth”: esiste un Destino già tracciato, dal quale l’uomo non può deviare? O esso è solo una mera illusione, di cui le persone si avvalgono per giustificare a se stesse, e agli altri, le loro folli azioni e le conseguenze derivanti da esse? È forse Macbeth vittima del proprio destino o egli stesso causa principale della propria rovina? 

Col finale enigmatico, in quel frenetico volteggiare di corvi, la domanda ci resta nella testa accompagnata ancora da quel dubbio. Una strada già tracciata, o libera di essere mutata dall’azione di chi la percorre? E, proprio in questo, risiede il grande enigma di “Macbeth”. 

Promosso o bocciato?

Promosso a pieni voti.
Joel Coen ci regala quella che si dimostra essere, a mio avviso,  una delle migliori versioni cinematografiche del famoso dramma shakespeariano.

Fedele nello spirito all’opera teatrale, appare forse un po’ troppo pretenzioso. Una pellicola brillante che però non risulta essere, per natura, un film propriamente nelle corde di tutti. Le immagini colpiscono la mente dello spettatore, e, con la loro potenza, narrano il rovinoso destino di un uomo, vittima dei propri demoni e della troppa ambizione. 

Nella parte finale, ogni immagine è densa di significato.
Abbiamo il tiranno che, in attesa del proprio destino, abbandonato da tutti, siede sul trono, mentre le foglie del bosco di Birnam volteggiano nella stanza ormai deserta. Il fragore delle spade che si incrociano, nella lotta furiosa con MacDuff, e lo sguardo sconcertato di Macbeth al momento della rivelazione. La corona che rotola nella nebbia, e che poi nella nebbia viene raccolta, assieme alla testa del tiranno ucciso. La corona che viene posta, ancora calda, sulla testa di Malcolm, legittimo erede.

Così Joel Coen omaggia il grande drammaturgo, mettendo in scena il suo “Macbeth” e regalandoci una piccola perla del cinema moderno che ci dimostra, ancora una volta, come questo grande dramma, la tragedia per eccellenza, conservi, immutato, un fascino senza tempo. 

a cura di
Maria Chiara Conforti

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