Gio Evan – Teatro Duse, Bologna – 9 dicembre 2021

Gio Evan – Teatro Duse, Bologna – 9 dicembre 2021
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“Abissale” è il nuovo tour teatrale di Gio Evan, iniziato il 26 novembre, toccherà tutte le più grandi città italiane. Niente di più naturale per il cantautore che il palco di un teatro.

Definire Gio Evan come un semplice cantante sarebbe assai riduttivo. È prima di tutto un poeta, uno scrittore, un artista di strada, un girovago, un cantautore e un musicista di talento. È stata proprio la sua scrittura a portarlo ad essere un nome noto al pubblico per la prima volta, grazie a “Il florilegio passato”. Una raccolta di versi sul suo viaggio in bicicletta attraversando l’India, scritta e distribuita dallo stesso autore per le strade italiane nel 2013. Come non manca mai di ricordarci nei concerti, veri e propri spazi dedicati al racconto di sé, Gio Evan ha viaggiato molto, conducendo una vita da nomade per tanti anni. Ha vissuto in India, in Argentina, in Francia ed molti altri luoghi in Europa e nell’America Latina.

Poliedrico di natura nei suoi live fa convivere varie espressioni artistiche, dalla grafica, alla poesia, alla musica e in parte anche il ballo, la sua è un danza che appare quasi una pantomima. Quale miglior ambientazione per uno spettacolo del genere se non il Teatro Duse. Uno dei luoghi teatrali più antichi di Bologna, conosciuto per la sua passata attività di prosa e in attivo fin dal XVII secolo.

Si spengono le luci eppure non vediamo l’artista salire sul palco. Nell’oscurità uno schermo proietta una grafica animata che ci propone un suo alter ego cartone che sembra sprofondare, sospeso tra le bolle, nelle acque mosse dell’oceano. Un chiaro riferimento all’album portato in tour “Mareducato” che, come solito all’autore, arreca nel titolo un gioco di parole. All’improvviso sentiamo una voce di sotto fondo, è un monologo dell’artista incentrato sull’incomprensione, sulla necessita di conoscere o almeno considerare l’altro. Quello che Gio Evan in una recente rivista ha dichiarato essere: “La poetica del singhiozzo“.

Un discorso che sembra introdurre la prima canzone in scaletta “Introspezione” che dà ufficialmente il via al vero live. Finalmente vediamo Gio Evan che fa la sua entrata come sempre scapestrato, con i suoi capelli riccissimi, una felpa gialla accostante malamente a dei sgargianti pantaloncini rossi estivi. Insieme alla sua band, i cui componenti vestiti tutti uguali ci appaiono quasi più come un orchestra d’accompagnamento. Dopo solamente un altro paio di canzoni: “Estrospezione”, “Buster Keaton”; segue un altro momento recitativo, il tema l’imprevisto, il bisogno di:

“Accorpare il valore del caos.”

Ma ricordiamoci che Gio Evan oltre al poeta arrabbiato ed incitatore, è anche un grande amante della vita e quindi ci regala un momento pop di distensione portando sul palco “Glenn Miller”, il brano che può considerarsi la hit dell’album, canzone omonima del famoso sempre sorridente trombonista. Il cantautore pare un contorsionista salta, si agita, ondeggia e si lascia cadere durante l’esecuzione. Seguito dal pubblico che si anima; durante il ritornello si canta mentre le mani si alzano muovendosi a tempo, creando un’atmosfera più leggera. Per un attimo ci dimentichiamo di essere a teatro.

A seguire “Mariconia”, il cui testo pieno di ricordi sembra introdurre un nuovo discorso, nel quale il cantante riassume le sue esperienze da giramondo. La sua poco propensione alla norma, nel senso di normalità. Un momento concluso tramite la recitazione di una sua poesia che non a caso è niente meno che un “regolamento”.

Il componimento una volta letto viene regalato al pubblico, l’artista lo appallottola e lo lancia verso le ultime file. Eppure il momento teatrale è ancora in atto sotto le note di “Giacca Avvento” lo vediamo muoversi quasi strisciando sul palco, cantando sdraiato in preda alla contorsioni vicino ad un componente del gruppo con cui sembra quasi fare un duetto.

Un ultimo sketch prima di suonare il brano di chiusura. Lo scrittore vuole dimostrarci tutta la sua bravura; con comicità ci dimostra come tutto, ma dice proprio tutto, possa essere poetico. Ci racconta della sua recente malattia, per colpa della quale ha iniziato il tour in ritardo. Ironizzando l’evidente imbarazzo per la parte del corpo afflitta arriva a parlarci del senso di vergogna che spesso siamo indotti a provare affrontando le malattie e della reazione automatiche degli altri verso la persona malata.

Tutto lo spettacolo è un continuo incessante traballare tra il teatro, a volte anche improvvisato, conversando con il proprio chitarrista, e la parte musicale cantata. Ma alla fine come in un cerchio torniamo al buio e di nuovo con la voce narrante di Gio in sottofondo vediamo la sua animazione, ma questa volta non sprofonda galleggia nel mare pronto ad affrontare nuovamente la vita.

a cura di
Francesca Calzà

foto di
Moris Dallini

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