“Tributo alla terra”: il fumetto-reportage di Joe Sacco

“Tributo alla terra”: il fumetto-reportage di Joe Sacco
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Tributo alla terra è il suggestivo reportage illustrato di Joe Sacco, che narra di un genocidio culturale: quello perpetrato ai danni dei Dene, il popolo nativo del Canada nord-occidentale.

Sacco è un acclamato autore di graphic journalism, conosciuto a livello mondiale.

Tra le sue opere di spicco ci sono anche Palestina, La Grande Guerra e Safe Area Gorazde (vincitore del premio Eisner Award 2001 come Miglior Graphic Novel Originale).

L’opera di cui parleremo in questo articolo è il suo ultimo lavoro, uscito in Italia nel 2020 per Rizzoli Lizard.

La Trama

I Dene sono un popolo profondamente legato alla natura, che vive secondo le sue leggi portandole rispetto e considerandosi parte di essa e non padrone. Sono dei nomadi, che si spostano con delle slitte trainate dai cani o con delle canoe, costruite periodicamente con la pelle di alce. Ogni nucleo familiare vive in una diversa zona delle montagne e in un preciso momento dell’anno, deciso dalla natura, si riunisce con gli altri. Tutti i bambini Dene, dall’età di due anni, vengono osservati per capire le loro predisposizioni naturali: se potrebbero diventare dei cacciatori o dei carismatici leader. Pertanto, l’educazione di ogni bambino si basa su questi presupposti.

La divisione tra donne e uomini non è così netta, poiché tutti devono saper fare tutto. Vivendo in terre così aspre e fredde il rischio di rimanere da soli è alto, pertanto ogni individuo deve saper cucinare, cucire, andare a caccia e costruirsi una canoa.

Ogni comunità è legata all’altra e tutti si conoscono, molti sono vincolati da legami di sangue. Ma ciò che è più importante è che ognuno ha il proprio ruolo e ogni persona, all’interno della comunità, si sente a casa.

A travolgere la quiete delle comunità che popolano queste terre sono, come spesso accade, gli occidentali e il loro sistema capitalistico.

L’industria del petrolio e del gas trova terreno fertile per i propri guadagni nelle terre del Canada Nordoccidentale, una delle aree più vaste del mondo. L’industria estrattiva ha danneggiato irreversibilmente queste terre, buttando rifiuti tossici nel terreno e creando faglie sismiche per trovare il petrolio con i sonar. Inoltre, ha usato tecniche come il fracking (metodo di estrazione del petrolio che consiste nell’iniettare nel sottosuolo una miscela di acqua, sabbia e prodotti chimici altamente tossici).

I danni causati dagli occidentali non riguardano solo l’ambiente: il governo canadese ha distrutto anche l’identità di questi popoli cercando di cancellarne la lingua, le tradizioni e rieducandone i figli. A partire dal 1850, per 150 anni, i figli dei Dene sono stati mandati nelle cosiddette Residential Schools, dei collegi gestiti da ecclesiastici. Scuole istituite per insegnare loro la cultura occidentale e, in pratica, dimenticare quella d’origine. Qui i bambini hanno imparato a leggere e a scrivere, ma hanno anche subito abusi fisici e sessuali di ogni tipo. Insomma, sono stati educati a suon di botte, con l’unica speranza di rivedere i propri genitori due volte l’anno: a Natale e durante le vacanze estive, solo se la famiglia d’origine poteva permettersi il biglietto aereo.

Sono stati circa 150.000 i bambini indigeni che hanno frequentato queste scuole, e si stima che più di 6000 di questi siano morti per malattia, negligenza e abusi.

Solo nel 2008, il governo del Canada si è formalmente scusato per aver creato questo sistema.

Il Fumetto
Immagine presa da internet

Il libro-inchiesta di Joe Sacco mette insieme interviste a varie figure rappresentative dei Dene e racconta la loro storia senza fornire un’opinione netta sulla questione. Egli mostra sia la parte di popolazione che sostiene i benefici dell’industrializzazione (come le paghe alte date per i lavori usuranti) sia quella che la rigetta completamente. Il lettore, pertanto, è invitato a crearsi una sua personale opinione sulla vicenda. Nel corso dell’opera l’autore si ritrova a chiedersi se non sia anche lui uno “sfruttatore” di questa gente, come le grandi compagnie petrolifere.

Riferendosi alla sua inchiesta, si pone la seguente domanda:

Che differenza c’è tra me e una compagnia petrolifera? Siamo qui tutte e due per portare via qualcosa”

Lo stile di Joe Sacco è inconfondibile: le suggestive immagini del Canada Nordoccidentale sono ricche di dettagli così come le espressioni dei personaggi, rappresentate in modo iper realistico. Le vignette sono piene di testo, questo per spiegare minuziosamente tutti i particolari della vicenda e, ripercorrendo le pagine, sembra quasi di star seguendo un documentario alla tv e non di leggere un fumetto.

Le tavole sono grandi per dare l’idea degli immensi paesaggi canadesi e sono caratterizzate da vignette che a volte si sovrappongono tra loro. I baloon e le didascalie sono collegati, per creare un ritmo incalzante e dare dinamicità alla lettura. Il segno è deciso.

Tributo alla terra ci fa riflettere su temi molto importanti del nostro tempo: uno è la questione ecologica legata allo sfruttamento delle risorse naturali e l’altro è la cancellazione di interi popoli e culture, con lo scopo di uniformarle ad un’unica società predominante; quella occidentale.

Quello dell’autore è un invito ad assumerci le nostre responsabilità: come vogliamo che sia il nostro futuro e cosa pensiamo di tramandare alle nuove generazioni con questi azioni? È davvero possibile e, soprattutto, siamo ancora in tempo a cambiare le cose?

L’autore

Joe Sacco è un giornalista e fumettista di origini maltesi che vive negli Stati Uniti. Le sue opere più celebri riguardano scenari di guerra, come Palestina. Una nazione occupata (1995), che parla del conflitto palestinese e Gorazde. Area protetta (2000), che riguarda il conflitto serbo-bosniaco e Gaza 1956 (2010).

Il suo nome è diventato famoso nell’ambito del graphic journalism, tant’è che è stato paragonato ad Art Spiegelman, autore del celebre fumetto Maus.

A cura di
Silvia Ruffaldi

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Silvia Ruffaldi

Silvia Ruffaldi

Silvia ha studiato Scienze della Comunicazione a Reggio Emilia con il preciso scopo di seguire la strada del giornalismo, passione che l’ha “contagiata” alle superiori, quando, adolescente e ancora insicura non aveva idea di cosa avrebbe voluto fare nella vita. Il primo impatto con questo mondo l’ha avuto leggendo per caso i racconti/reportage di guerra di Oriana Fallaci e Tiziano Terzani. Da lì in poi è stato amore vero, e ha capito che se c’era una cosa che voleva fare nella vita (e che le veniva anche discretamente bene), questa doveva avere a che fare in qualche modo con la scrittura. La penna le permette di esprimere se stessa, molto più di mille parole. Ma dato che il mestiere dell’inviato di guerra può risultare un tantino pericoloso, ha deciso di perseguire il suo sogno, rimanendo coi piedi ben piantati a terra e nel 2019 ha preso la laurea Magistrale in Giornalismo e cultura editoriale all’Università di Parma. Delle sue letture adolescenziali le è rimasto un profondo senso di giustizia, e il desiderio utopico di salvare il mondo ( progetto poco ambizioso, voi che dite ?).

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