Deux Alpes: da “Grenoble ’98” a “Two”, l’evoluzione del duo milanese

Deux Alpes: da “Grenoble ’98” a “Two”, l’evoluzione del duo milanese
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I Deux Alpes – all’anagrafe Giuseppe ed Edoardo – sono tornati sulla scena musicale italiana il 20 marzo, con il loro primo album: Two, che arriva a tre anni di distanza dall’EP Grenoble 1998. In questi anni ci sono stati i live, gli opening (hanno aperto la data italiana di Roosevelt e Blue Hawaii) e il lavoro ai nuovi pezzi.

L’album ha impegnato il duo per un anno e mezzo: sei tracce caratterizzate da un suono pulito che si sposa perfettamente ad ognuna delle voci scelte per i brani. In particolare, le voci femminili riescono a dare alle tracce una sfumatura prima misteriosa e coinvolgente (Casa Mia), poi intensa e decisa (la voce è di Chloè – C is for Noir – in You Cannot Hide). 

Casa Mia – singolo uscito il 28 febbraio – apre l’album con la voce di Marta Moretti (Tersø), che dona alla prima traccia un alone sensuale ed enigmatico. Il brano è un buon esempio di come la musica dei Deux Alpes sia arrivata a un punto di maturità tale da poter raggiungere un pubblico ben più ampio dei quotidiani fruitori di musica elettronica, restando tuttavia coerente con i loro precedenti lavori e la loro identità artistica. 

Risultato di una crescita prima interiore e poi musicale, l’album porta anche una collaborazione con Missey (Love Me Right) che con la sua voce ci trasporta indietro nel tempo, e termina sulle note di Ciao, Italia: una strumentale di 10 minuti, simbolo della libertà artistica di cui si fanno portavoce sin dai giorni di Grenoble ‘98

Noi di Futura 1993 abbiamo fatto una chiacchierata direttamente con loro, partendo dalle tracce dell’album e dal loro modo di lavorare, abbiamo cercato di capire i cambiamenti che ci sono stati dal primo EP. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Nell’album sono presenti diverse voci femminili, molto variegate tra loro, in grado di dare una sfumatura nuova ai brani. Come sono state scelte le voci di queste collaborazioni?

E: Ogni scelta è stata dettata da motivazioni diverse: Marta Moretti dei Terso è stata fortemente voluta da Gido e la scelta di farle interpretare Casa mia non è stata casuale e il risultato è vincente: il sound onirico e scuro del pezzo si presta perfettamente alla voce e alle parole di Marta. Per quel che riguarda la scelta di Missey dobbiamo ringraziare invece i ragazzi di RcWaves per avercela suggerita. Personalmente non la conoscevo ma sono molto soddisfatto del lavoro. Per You cannot hide in questo caso Chloè dei C is for Noir è stata contattata da me perché volevo sfruttare l’espressività e l’intensità della sua voce, ed ero convinto che le sonorità anni ’10 del pezzo fossero perfette per lei. Fortunatamente avevo ragione.

Nonostante la presenza della lingua inglese, in questo album l’Italia mi sembra molto presente. La traccia che chiude l’album, ad esempio, è una strumentale di quasi 10 minuti intitolata Ciao, Italia. Cosa pensate del panorama italiano attuale? Riuscite ad esprimere pienamente la vostra dimensione musicale?

E: La musica elettronica in Italia c’è ma è un sottobosco chiuso in se stesso. Noi vorremmo riuscire a raggiungere il pubblico dell’elettronica e allo stesso tempo comunicare con chi ascolta musica per così dire commerciale, vorremmo essere un ponte tra questi due mondi: vedremo se passata la quarantena il pubblico sarà recettivo.

G: in Italia c’è un sacco di musica elettronica di alto livello. Ovviamente ce n’è anche di pessimo che però ha successo. Io vedo un paragone con il rap di qualche anno fa, un genere integralista in cui chiunque sgarrava veniva tagliato fuori. Oggi, anche grazie alla trap ma non solo, i generi si sono mischiati e l’integralismo anche nel modo di comunicare, di porsi è praticamente scomparso. Per l’elettronica ci sono ancora molti cliché di genere. Se non fai il “producer”, se non suoni nei club, se non disegni le ritmiche in un certo modo sei fuori da un giro. Molti dei nostri riferimenti esteri (dai più attuali ai più “anziani”) se ne fregano. Prendi ad esempio Gesaffelstein, un producer che ci piace un casino e al quale ci ispiriamo e guarda i suoi lavori, le sue collaborazioni. Noi ci siamo ispirati molto a questo modo di concepire la musica elettronica.

Avete dedicato all’album circa un anno e mezzo: come avete lavorato in questi mesi? Nella realizzazione dei brani vi reputate dei perfezionisti?

E: Il processo creativo che ha portato alla realizzazione di TWO è stato lungo, ma sarebbe potuto andare avanti ancora per molto: se non ci fossimo dati delle scadenze ci avremmo messo il doppio. 

Abbiamo lavorato aggiungendo livelli su livelli, partendo da un’ossatura molto semplice fino a creare dei progetti “overproduced” che abbiamo dovuto affinare molto in studio assieme all’ottimo Mattia Tavani. In quel frangente siamo stati tutt’altro che perfezionisti ma anzi molto ondivaghi: fortunatamente e faticosamente abbiamo trovato una quadra. Tutto ciò che è avvenuto prima dello studio è stato altrettanto caotico ma estremamente stimolante.

G: Decisamente no. Anzi, a volta siamo fin troppo istintivi e cazzoni. Abbiamo un approccio alla musica molto spontaneo e decisamente poco nerd. Però lo trovo molto positivo, come detto potevamo andare avanti il doppio, il triplo del tempo, ma ci siamo dati delle scadenze e a un certo punto abbiamo tirato una linea senza rimpianti. Se si va avanti all’infinito forse si raggiunge la perfezione ma si perde l’importanza di cogliere il momento.

Nell’esecuzione dei brani vi occupate di ogni singola nota; come avete affermato, nell’album non sono presenti campioni. Penso sia un aspetto non indifferente, perché dà valore a un genere che spesso viene sottovalutato rispetto ad altri. Voi avete mai vissuto una discriminazione in questo senso?

E: Sarei un ipocrita se dicessi di no, il nostro non è un sound molto riconoscibile rispetto a quello che passa nell’elettronica di adesso. Ciò non significa sentirci vittima di un sopruso, semplicemente trovo che sia più difficile essere vendibili nel mondo più conformista che esista, quello musicale.

G: In parte ti ho già risposto sopra. Ricerchiamo suoni e atmosfere, ovviamente, ma non perdiamo ore nella costruzione del suono perfetto. Troviamo ciò che ci serve e mettiamo le mani sugli strumenti. Questo senza essere dei grandi musicisti o degli snob. È proprio solo un approccio diverso ed il nostro. 

Nel video ufficiale di Casa mia trattate un tema importante, dando una rilettura al concetto di casa. Ci raccontate qualcosa di questo lavoro? 

L’idea è di Filippo, il regista. Ci è piaciuta subito e non abbiamo cambiato una virgola. Non volevamo essere troppo didascalici, ma in qualche modo, come dici, il concetto di casa è rimasto. È un concetto più ampio, di accoglienza e integrazione ma senza scendere di livello ragionando per stereotipi. Il modo migliore per parlare di integrazione è mostrarne la semplicità.

A proposito di case, avete deciso di tenere invariata la data d’uscita dell’album, nonostante questo particolare periodo, in cui molte cose sono state posticipate o messe in pausa, a partire dal mondo della musica e dello spettacolo. Penso sia una cosa importante, la musica in questo momento può essere un’arma forte contro la monotonia. Cosa ne pensate?

Pensiamo di essere perfettamente d’accordo, d’altra parte non vediamo l’ora di ricominciare a fare spettacolo dal vivo.

Un’ultima domanda: quanto vi sentite cambiati da Grenoble 1998?

Troviamo sia davvero difficile paragonarci a Grenoble 1998. Il fatto che la gestazione di Two sia stata così lunga è dovuto sicuramente anche al fatto che dovevamo capire noi per primi dove volessimo andare per superare la fase del primo EP, al quale siamo molto affezionati ma che ormai rappresenta il nostro passato.

a cura di
Chiara Grauso

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