Dileo: “Mi sento un artista in perenne costruzione”

Dileo: “Mi sento un artista in perenne costruzione”
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“Circensi” è il secondo lavoro discografico di Dileo, al secolo Carmine Di Leo, che dopo il minimalismo del primo album La nuova stagione ci immerge in un mondo ricco di fascinazioni sonore, pur mantenendo vivo il suo approccio essenziale e mai barocco, come fosse un manifesto, un modo di osservare la vita e fotografarne gli episodi più significativi.

L’ispirazione chiave da ricercare nei testi è nel concetto di ricordo, da intendersi nel senso più proprio del termine: l’album si sviluppa come una raccolta di immagini, dove i ricordi stessi vengono sfogliati, quasi fossero foto, e ridisegnati traccia per traccia, scoprendo e poi evidenziando come il tempo ne abbia levigato l’essenza fino a dare loro una nuova connotazione, una nuova identità da cui ripartire.

Nasce così Circensi un racconto fatto di canzoni sui luoghi in cui siamo cresciuti, con le facce che non abbiamo più, tra i ricordi sfalsati in cui dentro ci siamo sbiaditi.
Ecco cosa ci ha raccontato..

Ti definiscono un artista minimalista, ma tu come ti senti davvero?

Credo sia vero, ma è probabilmente un transitorio, di mio mi sento un artista in perenne costruzione. Ho cominciato realizzando il mio primo lavoro quasi da solo, come dopo un reset generale, una sorta di formattazione. Così ho imbracciato una chitarra e ho lavorato di “minimalismo” perché volevo che bastassero le canzoni per raccontare in maniera chiara ciò che mi premeva dire. Già in questo nuovo lavoro, oltre a momenti minimalisti riesco a percepire degli slanci di ricerca di maggiore costruzione sonora e anche invasioni di campo in sonorità a me nuove, direzioni che ho voglia di esplorare e approfondire in futuro.

“Circensi” è il brano che da il titolo al tuo nuovo album. Si tratta di una ballad struggente e delicata che riassume tutto il tuo universo. Che storia racconti?

Racconto di qualcosa successo molto tempo fa, qualcosa che non ho vissuto bene al tempo. Ma più che di questo racconto di come, proprio durante la scrittura, ho scoperto una sorta di “mutazione” della mia idea in merito, come se in un certo senso avessi fatto pace con interi pezzi della mia vita. Mi ha fatto stare bene, è quello che ho amato definire “essere finalmente in grado di perdonare e perdonarsi”, l’ho trovato catartico e liberatorio.

Il file rouge che lega le sette tracce di questo tuo secondo lavoro discografico, possiamo dire che è il ricordo. Ma non inteso nel senso classico del termine, spiegaci il perché…

Proprio per quello che ti dicevo prima, mi interessa più capire e analizzare l’effetto del tempo sul ricordo, in particolar modo l’effetto “pacificante” che a volte riesce ad avere.

Nel 2017 hai pubblicato “La nuova stagione”, cosa è cambiato in questi due anni e cosa invece è rimasto uguale?

Ti posso dire per certo che non è cambiato l’approccio alla “forma” musica e il modo in cui utilizzo questo mezzo di espressione per esorcizzare e fotografare delle mie sensazioni, cercando di seguire una vocazione sonora spontanea, anche a costo di sembrare anacronistico nei confronti di ciò che sta accadendo intorno. Quello che è cambiato invece è il fatto che ora riesco a fidarmi di più delle persone che mi circondano e mi circondo anche più volentieri di nuove per fare musica, credo sia una crescita e, perché no, anche un fatto di coraggio. Dico questo perché per fidarsi e affidarsi a visioni altrui ci vuole stima si, ma anche il coraggio di mettere in discussione il proprio punto di vista in funzione di un arricchimento e non è sempre scontato riuscire a farlo con serenità.

Qual è la chiave di lettura per entrare nel tuo mondo musicale?

La calma, probabilmente. Mi è sempre piaciuto riuscire a dilatare i tempi in musica, riuscire a rallentare il ritmo e forse anche per questo preferisco fare “discorsi brevi”, quasi cercando nella sintesi una forma di rispetto per la disponibilità altrui all’ascolto.

Lasciamoci con un’immagine, un profumo, un ricordo…

Il profumo d’autunno è un qualcosa che mi regala ogni volta lo stesso stupore. La facilità con cui mi porta a ripensare a cose del passato è la stessa facilità con cui mi regala proiezioni per il futuro. Un equilibrio perfetto.

a cura di
Giulia Perna

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