Jean-Luc Godard: un omaggio al Maestro

Jean-Luc Godard: un omaggio al Maestro
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Un maestro del cinema ci ha lasciati, cosa ci rimane di lui?

E’ morto all’età di 91 anni Jean-Luc Godard. Godard ha influenzato la vita di tutti. Senza saperlo, ogni volta che vediamo un film, quel film è stato fatto in quel modo perché prima di quel regista c’è stato lui, che si è posto domande differenti e ha dato risposte altrettanto differenti. Lui, Truffaut, Rensaise, Renoire, Varda. Sono i padri e le madri di un nuovo modo di fare cinema, a cui tutti dobbiamo rendere conto.

Gli inizi: LA NOUVELLE VOGUE

Alexandre Astruc nel 1948 pubblica un articolo intitolato “naissance d’une nouvelle avant-gard: la caméra stylo”, “nascita di una nuova avanguardia: la camera stylo”. Dove cita delle opere cinematografiche completamente ignorate dalla critica. Invece, poi, diventeranno dei punti di riferimento per chi ama il cinema: “le regole del gioco” di Renoir e i film di Orson Welles.

È proprio da “quarto potere” che Welles si libera dai condizionamenti di spazio e tempo ed inventa quello che poi verrà chiamato il “decoupage en profondeur“. La compresenza su più piani di un’unica inquadratura, una sorta di montaggio interno: il succedersi dei piani sulla base del movimento degli attori. Se prima la durata dell’azione era una durata immaginaria a causa dei tagli interni alla scena, ora la durata dell’azione è la durata effettiva della scena.

Il cinema si stacca dalla tirannia del visuale, dall’aneddoto immediato e dall’immagine per l’immagine. Ora il pensiero potrà scriversi direttamente su pellicola.

Godard e Truffaut

Godard entra in questo gruppo di artisti tramite Truffaut: i due si incontrano alla cinematheque, oltre loro due ci sono Rivette e Rohmer, il quale molto spesso presenta i film di Godard. I registi iniziano a fare costanti e reciproche apparizioni e in generale si influenzano a vicenda.

Si passa dalla teoria alla pratica: coloro che prima erano dei critici di cinema si rendono conto di dover fare il cinema per cambiarlo, sono autori che considerano il film la personificazione dell’autore, infatti Doniol Valcroze dirà: “non ci sono opere, ci sono autori”. Truffaut: “la nouvelle vague è un appellativo col quale hanno deciso di chiamare cinquanta nomi nuovi in un settore in cui si accettano tre o quattro nomi l’anno”.

Da due circoli cinematografici parigini: Objectif 49 dove scrivevano: Robert Bresson, Jean Cocteau, Alexandre Astruc, e il Ciné-Club du Quartier Latin, dove collaboravano: Éric Rohmer, Jacques Rivette, Jean-Luc Godard, Claude Chabrol e François Truffaut. Si fondarono nell’aprile 1951 da André Bazin, Léonide Keigel, Joseph-Marie Lo Duca e Jacques Doniol-Valcroze, i Cahiers du cinéma, rivista di cinema in cui i registi della nouvelle vague recensivano film di quella stessa avanguardia.

Fu un giornale importantissimo dove molti registi trovarono uno spazio per esprimere le loro opinioni e teorie sul cinema e tutt’oggi è una delle più grandi riviste di cinema francese.

GODARD CON LA NOUVELLE VAGUE

Godard divenne un nome importante della nouvelle vague. Il braccio destro di Truffaut, uno dei critici più importanti dei cahiers, colui che portò avanti ed ampliò la filosofia della nouvelle vague. L’intenzione di Godard era quella di spezzare l’incantesimo dello spettacolo per mettere lo spettatore in una posizione distaccata e critica, attraverso paradossi visuali, giochi di parole e riflessioni metacinematografiche.

Fa un discorso per immagini, come d’altronde faceva il neorealismo, ma Godard, più di tutti gli altri registi della nouvelle vague, improvvisa. Scrive le sue sceneggiature mentre gira il film, questo era possibile perché i film della nouvelle vague avevano un budget ridotto e potevano permettersi di avere un lungo periodo di produzione.

Il regista (anche e soprattutto autore) si poteva prendere del tempo per scrivere le scene che gli attori avrebbero imparato e recitato il giorno seguente. Oltre all’improvvisazione, l’assenza di sceneggiatura portava anche alla spontaneità comportamentale degli attori: è forse anche per questo che attori come Anna Karina e Jean-Paul Belmondo non furono solo degli interpreti, ma anche delle vere e proprie icone.

Per comprendere il primo cinema di Godard si deve tener presente che il suo cinema è il definitivo per caso: ciò che accade nell’immediato è il caso, ma è definitivo.

Fino all’ultimo respiro (a bout de souffle)

Un film manifesto per la corrente di quel periodo dove concetti come il montaggio, la sceneggiatura e la narrazione stessa della storia vengono messi in discussione. Jean Paul Belmondo è la parodia dei grandi attori del cinema americano, con quelle sue smorfie ripetute, e l’atteggiamento da marpione è un personaggio con una superficialità inquietante ma è anche divertente, essendo una parodia.

Già nei primi minuti Godard commette quelli che nel cinema classico sono errori, e invece con lui diventano linguaggio: innanzitutto lo scavalcamento di campo, poi mette in piedi un montaggio disarticolato dove la colonna sonora si interrompe senza criterio e poi, soprattutto, all’inizio il protagonista parla al pubblico e gli rivolge un irriverente “andate a farvi fottere”.

Queste regole vengono totalmente e volutamente ignorate per far rendere conto allo spettatore di star assistendo ad una finzione filmica. Il film nonostante venga girato ad “improvvisazione”, e nonostante i passanti che si vedono non siano comparse, ma reali passanti, mette lo spettatore in una posizione tale da far rendere conto di star guardando un prodotto di finzione in modo distaccato ed oggettivo.

In questo Godard si mostra veramente appartenente alla nouvelle vague: non esiste fino all’ultimo respiro, esiste Godard mentre scrive e gira fino all’ultimo respiro.

Questa è la mia vita

Il film che unisce più degli altri cinema di finzione e documentario, e mischia, anche, neorealismo e teatralità. Questa è la storia di Nanà, che inizia ad entrare nel giro della prostituzione Parigina. Sceglie di farlo e lo giustifica anche con discorsi che rivendicano l’autodeterminazione di questa donna.

Non a caso il film si chiama “questa è la mia vita” ed è una rivendicazione da parte di Nanà, per dire che tutto quello che accade durante il film (finale compreso) è una sua scelta responsabile. Il film è diviso in atti, che spiegano cosa e chi vedremo nel film, proprio come a teatro.

Ripropongono una visione frammentaria e disarticolata delle vicende di Nanà, ma una voce fuoricampo ci permette, invece, di avere un chiaro quadro della prostituzione e su come influenza la società, con il risultato che la storia di Nanà non è completa dall’inizio alla fine ma i suoi discorsi, primo fra tutti quello con il filosofo Brice Parain, ci fanno capire le sue intenzioni e pensieri, mescolando al film anche monologhi filosofici.

Godard disse su questo film che per conoscere una persona bisogna osservarla, e che il suo intento non era giudicare, spiare, braccare o cogliere in fallo Nanà, ma solo seguirla, come avrebbe fatto Rossellini.

La Donna è donna

Il primo film di Godard a colori, il primo che utilizza la presa diretta: è un film che già con questo presupposto promette di essere una sorta di rivoluzione nella filmografia del regista; infatti, Godard fa una cosa fuori dai canoni della nouvelle vague, cioè mette in scena un musical, genere hollywoodiano per eccellenza.

La protagonista è interpretata da Anna Karina, miglior interpretazione femminile al Berlino film festival del 1961. Godard, in questo film, mantiene dei punti fissi del suo cinema, che non storpia in funzione della scelta “Hollywoodiana”. Ciò che ne deriva è una pellicola più in linea con la nouvelle vague che con il cinema Hollywoodiano, quello che fa Godard è rendere esplicita la finzione filmica (come in “fino all’ultimo respiro”), inquadrando e montando le scene in cui Anna Karina si mostra più debole, tradendo la finzione, si rivela.

Questa volta la finzione filmica è condotta e fatta apposta per la protagonista, che alla fine ne vuole anche sfuggire ma non può, perché è lei la protagonista; quindi, la macchina da presa la inseguirà e la guarderà finché non sarà il film a finire. Parlando di questo film Godard disse che era il suo primo film: il soggetto risaliva a prima di “fino all’ultimo respiro” ma allora fu De Broca a girarlo.

È un film pieno di contraddizioni, è un film tragicomico, come ci confermano le numerose gag, ed un musical neorealista. Per citare ancora Godard, disse che Chaplin sosteneva che la tragedia era la vita in primo piano, mentre la commedia era la vita in campi lunghi, e così lui fece, una commedia in primi piani. È il film che Godard preferisce, quello a cui tiene di più, perché può essere un errore, ma un errore seducente.

Adieau au langage

Il film del 2014 presentato in concorso a Cannes, è il trionfo dell’immagine. Il cane di Godard diventa il protagonista del film, e non fa niente se non quello che già fa. Lo sguardo dell’animale guida e sovrasta quello dell’uomo perché l’autore decide di privilegiare il suo sguardo, forse è anche questa la causa dell’assenza della voce. Dopo il “andate a farvi fottere” di “fino all’ultimo respiro”, i discorsi filosofici nel bar di “questa è la mia vita” e il musical di “la donna è donna” arriva il turno del silenzio, dopo una carriera passata ad interrogarsi su cosa sia l’immagine, Godard risponde a questa domanda, non solo nel suo ultimo film, ma in tutto il suo ultimo periodo di produzione.

Dopo aver inventato un nuovo linguaggio, Godard lo mette in pratica in modo del tutto maturo ma poi intitola il film “addio al linguaggio”. La sua filmografia ha avuto un inizio, applicando i canoni della nouvelle vague, un’evoluzione, mischiando nouvelle vague, teatro e filosofia ed un periodo di esplorazione con il musical neorealista. Godard fa un film in cui ci sono due filoni principali, e un altro che inizia quando quello prima finisce.

a cura di
Emma Diana D’attanasio

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