Tumore, la lettura non è salvifica ma accogliente

Tumore, la lettura non è salvifica ma accogliente
Condividi su

C’è un racconto in Creature di un giorno di Irvin Yalom, che si intitola Beccatevela voi, una malattia letale: un omaggio a Ellie. La paziente dello psichiatra ha un tumore alle ovaie e irrompe bruscamente nella realtà del medico e in quella del lettore.

Salve, Irv,
mi dispiace doverla salutare in questo modo, e non di persona. I miei sintomi si sono parecchio aggravati circa una settimana fa, e così ho deciso di intraprendere un processo di VSED (interruzione volontaria dell’assunzione di cibi e liquidi), allo scopo di morire più in fretta e con minori sofferenze. Non ho bevuto nulla da oltre settantadue ore e dovrei (secondo quello che ho letto e che mi è stato detto) cominciare a “spegnermi” rapidamente, e morire entro un paio di settimane al massimo. Ho anche interrotto la chemioterapia.
Arrivederci, Irv.

Ottobre è il mese della prevenzione del tumore al seno e di estranei che sono pronti a concedere la mano sulla spalla ce ne sono sempre in abbondanza. Coloro che riescono a stare e restare, invece, sono troppo pochi. Viene suggerito di dedicarsi alle attività che allontanano dai brutti pensieri, di condurre una vita normale. Ma quando chiediamo queste cose, a chi davvero lo stiamo domandando?

“I terapeuti devono avere familiarità con il proprio lato oscuro ed essere capaci di immedesimarsi con qualunque desiderio e impulso umano”, tratto da Il dono della terapia, di Irvin Yalom. In foto, lo psichiatra. Foto da internet
Tumore: la terapia dei terapisti

I libri non salvano dalla malattia, questo è certo. La lettura e la scrittura possono però aiutare a vomitare cose, a renderle più concrete quando gli diamo forma, come fossero sabbia, e le interiorizziamo. Ma il miracolo non avviene leggendo. Perfino uno psichiatra di fama internazionale come Irvin Yalom ha bisogno di ricavarsi il suo spazio per elaborare non solo la storia di Ellie ma anche la sua fine. Siamo creature di un giorno, lo diceva Marco Aurelio.

In apertura del racconto risalta all’occhio la frase «fui sconvolto». Lo psichiatra, in tutti questi racconti, è medico e uomo, dottore e paziente. Un professionista che resta sconvolto da un messaggio così diretto e consapevole come reagisce?

Il ricordo dell’incontro con Ellie, mentre guarda l’oceano. Si può affrontare serenamente la fine della storia del paziente? E quella propria, di storia, dove finisce?

Tumore: inquadrature

A pagina 151, dell’edizione Neri Pozza, Irv e Ellie stanno sondando il terreno della loro relazione.

«So che lei ha bisogno di conoscere la storia della mia malattia. So che deve conoscerla. E tuttavia non voglio che lei mi inquadri come una paziente malata di cancro».
«Non lo farò, Ellie. Lo prometto».

Questa richiesta di Ellie, non ci appare diversa da tante altre richieste di non essere considerati per la patologia da cui si è afflitti. Quando la malattia diventa parte della vita del paziente, però, su quel divano dello studio ci si siedono in due.

“Ho bisogno di persone che siano in grado di guardarmi dritto negli occhi. Irv lo sa fare bene. Lui non distoglie lo sguardo”, tratto da Creature di un giorno, di Irvin Yalom. Foto di Ylenia Del Giudice
Tumore: se il romanzo non fa miracoli

Se al libro, in quanto oggetto, non possiamo dare facoltà benefiche è perché ci fermiamo solo alla confezione. Le storie di Creature di un giorno, così come altri romanzi di Yalom, provengono dal suo lavoro clinico, pazienti che si trovano davanti un bivio e si sentono smarriti. Vite umane, non un prodotto di fantasia. La realtà raccontata pone così le basi per un ponte verso il lettore-paziente: la storia degli altri può aiutare a comprendere quali voci interiori ascoltare per pensare alla ripartenza.

Leggendo questo romanzo fatto di racconti, si può dire di aver visto un uomo gentile, paziente (in entrambi i sensi) e che non nega la verità. Tutte le sue storie, compresa quella di Ellie, sono brevi e incentrate su alcuni passaggi specifici. Alla memoria ritorna il lavoro svolto con ciascun paziente ma anche ciò che a lui, come uomo e terapista, è restato. Non è più il libro a fare miracoli, ma le parole al suo interno.

a cura di
Ylenia Del Giudice

Seguici anche su Instagram!

LEGGI ANCHE – Una serata di fotografia e jazz al Caffè Italia ’33

LEGGI ANCHE – “Su un letto di fiori”, il ritorno di Banana Yoshimoto

Condividi su
Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *