Eutanasia legale, superate le firme necessarie

Eutanasia legale, superate le firme necessarie
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Sono state raccolte più di 750 mila firme per il referendum sull’eutanasia legale, superando di gran lunga l’obiettivo delle 500 mila per poter ritornare in Cassazione.

Oltre 500 mila persone si sono recate fisicamente ai banchetti allestiti nelle piazze e sui marciapiedi delle nostre città per firmare che si aggiungono alle circa 250 mila firme digitali delle ultime due settimane.

La promotrice dell’iniziativa è Filomena Galli dell’associazione Luca Coscioni che si dichiara soddisfatta del risultato e ribadisce che la raccolta firme deve continuare per mandare un messaggio chiaro e forte alle istituzioni.

Il referendum

Oltre 130 sindaci hanno aderito all’iniziativa; di questi 13 sono i primi cittadini di capoluoghi di provincia. Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Sardegna sono le regioni con un numero di firme più alto in proporzione alla popolazione.

Il referendum sulla legalizzazione dell’eutanasia è stato depositato lo scorso 20 aprile in Corte di Cassazione dall’Associazione e aveva come obiettivo il raggiungimento di 500 mila firme entro il 30 settembre.

Tramite questo referendum si chiede di abrogare dall’art. 579 del codice penale (omicidio del consenziente), dal comma 1 le parole «la reclusione da sei a quindici anni.»; il comma 2 integralmente; dal comma 3 ci si limita alle seguenti parole «Si applicano».

Con queste modifiche referendarie l’eutanasia attiva sarà consentita dalla legge sul testamento biologico e sul consenso informato; potrà essere possibile perché si andrebbe ad abrogare parzialmente la norma che impedisce l’introduzione dell’eutanasia in Italia.

Marco Cappato con la maglia della campagna “Eutanasia Legale”
Eutanasia e suicidio assistito

È bene non utilizzare come sinonimi suicidio assistito ed eutanasia. Quest’ultima significa letteralmente “buona morte”. Secondo la Federazione Cure Palliative, l’eutanasia è definita come “l’uccisione di un soggetto consenziente in grado di esprimere la volontà di morire”. Inoltre, non necessita della partecipazione attiva del paziente che ne fa richiesta, ma invece è richiesta la somministrazione di farmaci da parte di un medico.

Per il suicidio assistito invece è necessario che il soggetto che ne fa richiesta abbia una parte attiva, nel senso che la persona malata prende in modo indipendente il farmaco letale. In questo modo il ruolo del medico si riduce solo alla fase di preparazione del farmaco che poi il paziente prenderà in modo autonomo.

Questo è possibile, in entrambi i casi, dopo un’accurata verifica da parte di esperti e medici che andranno a valutare le condizioni cliniche del soggetto in questione. Nei paesi dove è legale, il paziente verrà sottoposto a un adeguato percorso per permettere una scelta libera e consapevole.

Una faticosa battaglia

La prima raccolta firme ci fu nel 1979 e sono circa 40 anni che si combatte la battaglia sulla legalizzazione dell’eutanasia. Una prima svolta ci fu nel 1984 quando il socialista Loris Fortuna depose per la prima volta una proposta di legge sulla questione. Ricordiamo che fu sempre lui il padre della legge sul divorzio e il primo a proporre la depenalizzazione dell’aborto.

In quell’anno chiese delle norme sulla tutela della dignità del malato e la disciplina sull’eutanasia passiva (a differenza di quella attiva questa è provocata dall’interruzione o dall’omissione di un trattamento medico necessario alla sopravvivenza dell’individuo).

Con la sua morte nell’85 venne deposta anche la sua proposta di legge e il dibattito venne riacceso solo nel 2001 da Piergiorgio Welby, il quale riportò la questione su un forum concessogli dai radicali. Affetto da distrofia muscolare in forma progressiva, nel 2006 chiese la propria morte; scrisse anche all’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiedendo il riconoscimento dell’eutanasia, facendo così aprire un confronto politico sul tema.

Nel 2006 fu dichiarata inammissibile la richiesta dei legali di Welby di porre fine all’accanimento terapeutico perché non c’erano leggi in materia. Così il paziente chiese aiuto ad un medico, Mario Riccio, che gli staccò il respiratore mentre Welby era sotto sedazione. Il medico affrontò il processo per omicidio del consenziente e venne assolto.

Nella foto di Andrea Ronchini un cartello scritto a mano con lo slogan scelto dall’Associazione Luca Coscioni per la raccolta firme
Il caso di Eluana Englaro

Un altro caso fu quello di Eluana Englaro, rimasta in stato vegetativo per 17 anni a seguito di un incidente stradale. Dopo le battaglie del padre, la Corte d’Appello civile di Milano permise lo stop a idratazione e alimentazione forzata. Eluana Englaro dovette andare in Friuli, dopo l’invio di un atto di indirizzo alle Regioni da parte dell’allora Ministro della Salute Sacconi per vietare alle strutture sanitarie l’interruzione di idratazione e alimentazione forzata.

Il governo Berlusconi preparò un decreto legge, vietando la sospensione dell’alimentazione assistita a pazienti non in grado di nutrirsi da soli e per tutta risposta il presidente Giorgio Napolitano lo considerò incostituzionale.

Berlusconi si disse pronto a cambiare la Costituzione e arrivò sostenne che Eluana nonostante il suo stato vegetativo e la sua paresi, avrebbe potuto “avere un figlio” e “aveva l’aria sana”, nonostante il Presidente del Consiglio non avesse mai visto la ragazza.

Così il Senato si riunì in fretta per varare un disegno di legge, quasi uguale al precedente decreto legge bocciato. Eluana morì il 7 febbraio 2009 a Udine.

Nel 2013, dopo anni di vuoto, arriva la proposta popolare “Eutanasia legale”. Dopo qualche mese dalla campagna messa in atto dai Radicali italiani, Associazione Luca Coscioni e altri è partita la proposta di legge popolare che aveva il solo compito di riaccendere la discussione. Così nel 2016 il Parlamento riconobbe il diritto a interrompere le terapie vitali con la Dat ovvero la Dichiarazione anticipata di trattamento.

Marco Cappato e Dj Fabo, da Associazione Luca Coscioni
“Oggi siamo tutti un po’ più liberi”

Il caso più vicino ai nostri giorni è quello di Dj Fabo, diventato cieco e tetraplegico a seguito di un incidente nel 2014. Fu portato in Svizzera per avere assistenza alla morte volontaria. Il suo accompagnatore, Marco Cappato, una volta ritornato in Italia, si autodenunciò per istigazione e aiuto al suicido, pronto a risollevare la questione.

Da febbraio 2019 ci sono state delle proposte di legge come quelle dell’ex m5s Andrea Cecconi o quelle dei deputati Leu Michela Rostan e Federico Conte, che prevedevano dei criteri per poter avere l’eutanasia come avere almeno 18 anni. Queste furono le prime tra altre proposte che però misero in difficoltà le Commissioni Giustizia e Affari; infatti non si trovò un’intesa.

A fine luglio, dopo l’ennesimo rinvio, la discussione non fu nemmeno più calendarizzata. Abbiamo ancora un vuoto legislativo a riguardo, ma nel settembre 2019 la Corte costituzionale dichiarò che non è punibile chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile. Cappato fu definitivamente assolto dalla Corte d’Assise di Milano nel dicembre 2019 poiché il fatto non sussiste.

Dopo la sentenza della Corte costituzionale Cappato ha commentato: “Oggi siamo tutti un po’ più liberi”.

a cura di
Alice di Domenico

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