“Ànema”: il nuovo ep di Guido Maria Grillo

“Ànema”: il nuovo ep di Guido Maria Grillo
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Ànema, il nuovo Ep di Guido Maria Grillo, è un progetto dalla duplice anima: il fascino e le sonorità della grande canzone napoletana, da un lato, sound elettronici contemporanei, dall’altro.

La convivenza tra questi due mondi così apparentemente distanti tra loro è resa possibile dalla sensibilità dell’artista che sviscera in cinque tracce il suo mondo interiore. Il sound del progetto strizza l’occhio a grandi riferimenti dell’artista quali Jeff Buckley, Luigi Tenco e Roberto Murolo; nonostante le reminiscenze di grandi artisti del passato, Grillo si sta ritagliando uno spazio del tutto nuovo nell’attuale panorama musicale italiano, proprio grazie all’originalità della sua proposta.

Ànema è una sorta di viaggio introspettivo, suddiviso in cinque tappe, ricco di sfumature grazie all’efficace alternanza di lingua italiana e dialetto napoletano.

Guido Maria Grillo, la tua musica riesce a coniugare la tradizione della grande canzone napoletana, le sonorità tipiche del Mediterraneo e sound elettronici assolutamente in linea con le più recenti produzioni. Come riescono a convivere queste anime così apparentemente distanti tra loro?

Sono molto lieto del fatto che tu colga il dialogo tra questi mondi. La distanza è solo apparente. Le musiche del Sud, dunque anche la canzone napoletana, sono la risultanza di secolari contaminazioni ed influenze reciproche. Certe sfumature, inflessioni, peculiarità armoniche e melodiche sono comuni a tante culture del bacino del Mediterraneo. L’incontro con me, uomo contemporaneo, con il mio bagaglio, i miei ascolti, le mie passioni, la mia attitudine musicale e vocale, da vita a questo dialogo tra passato e presente.  La ricchezza espressiva, emotiva, artistica, che le contaminazioni tra culture generano da millenni, dovrebbe essere un esempio illuminante per noi piccoli ed orbi uomini di oggi, anche sul piano politico-sociale.

Sempre a proposito di contaminazioni – linguistiche in questo caso – nei tuoi testi sovente utilizzi due lingue: l’italiano e il dialetto napoletano. Quanto è importante per te e per la tua poetica poter utilizzare due idiomi con le molteplici sfaccettature che questi offrono?

Fino a poco più di un anno fa, non avevo mai utilizzato il dialetto. Sono sempre stato un grande amante della canzone classica napoletana ma mai avevo pensato di utilizzarne la lingua. E’ nato tutto da un’urgenza di rinnovamento, alla ricerca di una nuova espressione che fosse coerente con il mio percorso, che mi rappresentasse pienamente e che, al contempo, avesse una sua riconoscibilità, all’interno del panorama musicale contemporaneo.

Credo che la musica di oggi, più o meno indipendente (definizione che, ormai, denota una condizione limitante, più che una scelta di campo), sia affetta da eccessive dosi di conformismo e derivatismo. Io credo fermamente che il valore dell’arte risieda, innanzitutto, nella sua originalità, forse prima ancora che nella potenza del messaggio, dunque, ho cercato di comprendere cosa mi rendesse più vero, credibile ed originale in un contesto tanto conformista.

Ho trovato la chiave nell’origine, nelle radici, ciò che di più vero e credibile possegga ognuno di noi, con le proprie specificità. Così sono approdato al dialetto ed alle suggestioni armoniche tipiche della canzone napoletana. Un processo di ricerca atto a ricollocarmi nella contemporaneità con un linguaggio che fosse decisamente mio, insomma. Quando ho canticchiato i primi versi scritti in napoletano, mi sono chiesto come avessi fatto a non pensarci prima. Era un vestito perfetto per le mie melodie.

Leggo nella tua biografia della parentela di tua madre con il principe Totò. Cosa ha significato per te crescere in un ambiente particolarmente avvezzo all’arte? Quali reminiscenze possiamo riscontrare nella tua musica dei pomeriggi passati nella casa materna?

Mia madre era una De Curtis e, nella sua famiglia, tutti avevano una certa dimestichezza con l’arte e la musica. Mio nonno era tenore e violinista, suo fratello era uno dei massimi esperti dell’Opera di Puccini, un altro fratello ancora era pittore, tra gli allievi prediletti di Mercadante. Ho trascorso gran parte della mia infanzia nei lunghi corridoi, zeppi di quadri, di quel palazzo in cui vivevano tutti insieme, nelle cui stanze aleggiavano arie d’Opere e si respirava amore per l’arte. Mia madre era docente di Storia dell’Arte, diplomata all’Accademia di Napoli. Tutto questo, credo, più che la parentela con Totò, ha influenzato la mia formazione.

Parliamo di Ànema, il tuo EP uscito il 28 Marzo 2021 per AM Productions. Il titolo mi è sembrato subito una suggestione e anche un manifesto di intenti: leggendolo, ancor prima di ascoltarlo, ho avuto una piacevole sensazione di empatia con le cinque storie in esso contenuto. Perché hai scelto proprio questo titolo? C’è una canzone alla quale sei maggiormente legato?

Il titolo è riassuntivo, nella sua estrema semplicità. Riassume il senso di questo lavoro, intimo, prodotto in totale solitudine, frutto di una ricerca personale, spinta fino alle origini: penso non ci fossero titoli più indicati di questo. Ho scritto, suonato (tranne i flauti bansuri) e prodotto ogni secondo di questo lavoro, in un soliloquio dello spirito, dando valore ad ogni parola e nota, conscio del fatto che fosse un passaggio cruciale del mio percorso. E’ stato, al tempo stesso, un salto nel buio, senza alcuna certezza sugli esiti, perché maneggiare il napoletano era, come detto, una assoluta novità per me. Dialetto ed italiano si contaminano, dialogano continuamente, a volte si fondono, sottolineano passaggi più o meno densi, moltiplicano a dismisura le mie possibilità espressive.

Non ci sono canzoni che preferisco ad altre perché queste cinque sono già frutto di una selezione accurata; sono convinto che occorra qualità, più che quantità, che in giro ci sia già troppa roba superflua ed io non voglio contribuire a riempire gli scaffali di questo ennesimo supermercato.

La pandemia e le conseguenti restrizioni hanno rappresentato un durissimo colpo per tutto il comparto dell’intrattenimento e dello spettacolo. Cosa ti piacerebbe fare appena sarà possibile tornare a far musica live? Cosa dobbiamo aspettarci da Guido Maria Grillo per il futuro?

Mi auguro di tornare al live prima possibile, qualcosa sembra muoversi, vedremo. Continuo a produrre, sempre in soliloquio, la scrittura e l’arrangiamento richiedono tempo e dedizione, tagli dell’inutile. La strada è segnata, dubito che abbandonerò il napoletano; credo che la mia vocalità e la mia attitudine siano sempre state, a loro modo, partenopee, anche quando scrivevo solo in italiano.

Mi esprimo in maniera più libera e più emotiva: libertà espressiva ed emozione, non credo esistano ingredienti migliori per una canzone.

a cura di
Donato Carmine Gioiosa

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