Immigration Nation: quando l’America smette di essere sé stessa

Immigration Nation: quando l’America smette di essere sé stessa
Condividi su

Immigration Nation è il documentario di Netflix composto da sei episodi che racconta l’america di Trump

Puoi andare a vivere in Francia, ma non diventerai un francese. Puoi andare a vivere in Germania, in Turchia o in Giappone, ma non diventerai mai tedesco, turco o giapponese. Ma chiunque, da ogni angolo della Terra, può venire a vivere in America e diventare americano. […]

Noi guidiamo il mondo perché attiriamo il nostro popolo, la nostra forza, da ogni paese e angolo del mondo. In questo modo arricchiamo e rinnoviamo di continuo la nostra Nazione. Mentre gli altri Paesi si aggrappano ad un passato stantio, in America diamo vita ai sogni, creiamo futuro e il mondo ci segue nel domani.

Grazie ad ogni ondata di arrivi in questa terra di opportunità, siamo una nazione sempre giovane, sempre innovativa, che scoppia di idee ed energia, sempre all’avanguardia, sempre alla guida del mondo verso nuove frontiere.

Questa qualità è vitale per il futuro della Nazione. Se mai dovessimo chiudere le porte ai nuovi americani, la nostra leadership mondiale andrebbe presto perduta […]” .

Questo discorso non è stato pronunciato, come potrebbe apparire ad un primo impatto, da un attivista per i diritti umani, da un immigrato o da un politico democratico. Sono infatti le parole con le quali, nel 1989, Ronald Reagan ha chiuso la sua presidenza.

L’ultimo discorso di uno dei simboli del conservatorismo repubblicano, nonché di uno dei presidenti più influenti e amati della storia, è stato un discorso capace di descrivere l’America nel suo profondo, un discorso trasudante speranza, inclusione e apertura verso il mondo, rivelatosi premonitore di un’America che non c’è più.

Immigration Nation

Anche se non viene mai citato o accennato nel documentario, il discorso sopra riportato è la perfetta introduzione ad “Immigration Nation”, una nuova produzione Netflix che tratta come nessun prodotto ha fatto in precedenza, il tema dell’immigrazione negli Stati Uniti.

I registi Cristina Clusiau e Shaul Schwarz hanno potuto documentare, in accordo con l’ICE (Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale che si occupa di sicurezza transfrontaliera ed immigrazione illegale), i dietro le quinte delle operazioni portate avanti dall’agenzia stessa.

Una volta accortasi del contenuto dei filmati e delle rivelazioni fatte dagli agenti, l’amministrazione Trump ha cercato in tutti i modi di impedire la messa in onda delle sequenze più controverse del documentario, e in ultima istanza di rinviarne l’uscita a novembre, dopo le elezioni.

Nessuna delle due cose è avvenuta, e i 6 episodi della docu-serie contengono i filmati integrali scelti dai registi e concordati con l’ICE. Non è difficile capire perché Immigration Nation non venga visto di buon occhio dall’amministrazione.

Immigrazione illegale

Prima di entrare nei dettagli è bene evidenziare come il fenomeno dell’immigrazione illegale sia per certi versi “normale” negli Stati Uniti. A differenza di un normale cittadino europeo, infatti, ogni americano che non sia un nativo è consapevole di discendere da immigrati, sa che i suoi bisnonni, i suoi nonni o addirittura i suoi genitori erano immigrati.

Questo humus culturale fa si che l’immigrazione venga percepita come un fenomeno del tutto naturale, di qualunque natura essa sia. Nel 2017 negli USA vivevano circa 10 milioni di immigrati irregolari, circa il 3% della popolazione.

Molte di queste persone vivono, studiano, si laureano, lavorano e pagano regolarmente le tasse (per una cifra attorno ai 24 miliardi di dollari) negli Stati Uniti, molto spesso hanno figli americani e sono pienamente integrate nella comunità. Alcuni arrivano addirittura ad arruolarsi nell’esercito.

Gli “undocumented” (i senza documenti) sono perciò una minoranza non irrilevante nella società americana, che negli anni è stata integrata ed accettata.

Secondo le rilevazioni di Statista, (l’agenzia di rilevazione statistica statunitense), il 72% degli americani ritiene che gli immigrati clandestini debbano essere regolarizzati.

Donald Trump

È del tutto immaginabile per chiunque non viva su un altro pianeta, che la condizione degli immigrati non regolari sia radicalmente cambiata con l’elezione di Donald Trump. Fin dal 2017, firmando una serie di ordini esecutivi, il presidente ha dato il via a nuove politiche sull’immigrazione che hanno sconvolto la vita di milioni di persone.

Se con l’amministrazione Obama gli obiettivi dell’ICE erano l’individuazione, l’arresto e l’espulsione dei non regolari che avevano commesso reati gravi, l’amministrazione Trump ha esteso gli obiettivi dell’ICE a qualsiasi non regolare sul territorio USA.

La naturale conseguenza delle nuove politiche governative si è concretizzata in una serie di raid, arresti ed espulsioni di massa, anche di persone che vivevano negli USA da dieci, quindici o venti anni e che non avevano mai avuto problemi con la legge.

In questo modo l’ICE ha avuto carta bianca per agire in maniera indiscriminata. Molte persone sono state arrestate mentre si recavano al lavoro, mentre portavano a scuola i figli o facevano la spesa. Non solo, si sono verificati anche arresti direttamente nei tribunali nei confronti delle stesse vittime che denunciavano maltrattamenti e violenze domestiche, ottenendo come effetto perverso l’aumento di tali crimini, in quanto le vittime (principalmente donne e minori) avevano paura a mostrarsi in pubblico, terrorizzate dallo spettro dell’espulsione.

Arresti collaterali

Un aspetto inquietante delle operazioni e dei blitz dell’ICE è la totale discrezionalità con la quale gli arresti vengono effettuati. Molti vengono infatti decisi sul momento dagli agenti. Questi, che tecnicamente vengono definiti “arresti collaterali” servono, nelle direttive dell’ICE, per fare numero.

Se gli agenti sono sulle tracce di un bersaglio individuato, e dopo averlo scovato si accorgono che questo vive o è in compagnia di altre persone il cui status è ritenuto sospetto, allora queste persone corrono il serio rischio di essere anch’esse arrestate ed espulse, pur non essendo mai state nei database e negli obiettivi dell’agenzia.

È inquietante l’ordine che arriva ad un agente di pattuglia (e che l’agente stesso ammette che sarebbe stato meglio che non venisse ripreso) di arrestare “almeno due persone, non importa come”. Gli arresti possono essere “scelti” tra milioni di persone, l’importante è effettuarne un numero consono agli obiettivi politici del governo, senza dare priorità specifiche.

Ad oggi, su ammissione diretta degli agenti dell’ICE più o meno i 2/3 delle persone rinchiuse nei centri di detenzione dell’agenzia, non ha commesso alcun reato al di fuori dell’ingresso illegale nel paese.

Un’altra macchia indelebile di questa gestione degli “undocumented” è rappresentata dal trattamento riservato ai veterani di guerra. Negli Stati Uniti è normale che i non cittadini possano arruolarsi, e si stima che dalla guerra d’indipendenza (1775-1783) ad oggi, circa mezzo milione di “foreign-born” abbia servito nell’esercito statunitense.

Negli ultimi anni, centinaia di veterani sono stati deportati in Messico dopo essere stati arrestati in territorio USA per reati minori. “Accettano che io muoia per il Paese, ma non accettano che possa viverci” è una delle frasi ricorrente che si sente ripetere nella Deported Veterans Support House di Tijuana.

Deterrenza

Un altro aspetto estremamente controverso delle politiche messe in atto dall’amministrazione Trump è stata la cosiddetta “tolleranza zero”. In virtù di alcune misure adottate nella primavera del 2018, chi attraversava illegalmente la frontiera dal Messico insieme ad un minore, sarebbe stato detenuto separatamente dal minore stesso.

Sono così iniziate le separazioni forzate delle famiglie. Circa 2300 tra bambini e neonati sono stati trasferiti in campi per rifugiati lontani dalle rispettive famiglie. Fino a che l’ordine non è stato revocato (anche se pare che in via ufficiosa queste misure continuino ad essere adottate), per mesi, genitori e figli hanno vissuto separati in strutture detentive dell’ICE, in attesa di giudizio.

Come se tutto questo non bastasse, vi è un altro aspetto estremamente controverso: la non indipendenza dei tribunali per l’immigrazione. Questi tribunali dipendono dal Dipartimento della Giustizia, quindi dal Procuratore generale, ovvero dal potere esecutivo, che ne delinea gli obiettivi.

Ai giudici vengono perciò imposte delle quote di espulsione da rispettare e, nel caso non le rispettino, essi corrono il rischio di licenziamento. Più di un giudice ha lamentato un’ingerenza politica mai verificatasi prima d’ora con nessun’altra amministrazione.

L’intera politica messa in campo dall’amministrazione Trump ha, per bocca degli stessi direttori ed agenti dell’ICE, un solo ed unico scopo: prevenzione attraverso la deterrenza. Instillare paura non solo a coloro che già vivono negli Stati Uniti, ma soprattutto a coloro che vogliono partire per attraversare il confine, nei piani del governo dovrebbe portare alla deterrenza.

Queste misure, volte a instillare nei migranti la consapevolezza di correre il rischio di essere separati dai propri cari e dai propri figli, di essere costantemente ricercati dalle agenzie federali e di non poter quindi vivere in maniera tranquilla, hanno come obiettivo, nei piani dell’amministrazione, il disincentivo alle partenze. Ovviamente la realtà è andata nella direzione opposta.

Immigrazione legale

Arrivati a questo punto ci si potrebbe legittimamente chiedere come mai i migranti non cerchino di entrare in modo legale negli Stati Uniti, visti gli innumerevoli problemi causati dall’immigrazione clandestina.

Prima di affrontare la questione è bene chiarire quali sono i tre modi legalmente consentiti per entrare negli USA. Brevemente, il primo è ottenere un contratto di lavoro prima dell’ingresso nel paese, in modo che il datore di lavoro possa richiedere il visto, il secondo è chiedere asilo ed il terzo è il ricongiungimento familiare.

Quest’ultimo viene fortemente ostacolato ed ostracizzato dall’amministrazione Trump. Nel 2017 il presidente ha firmato un ordine esecutivo che bloccava i ricongiungimenti che, a distanza di pochi mesi è stato (ovviamente) giudicato illegale.

Va ricordato infatti che così come la richiesta d’asilo, il ricongiungimento familiare è uno strumento riconosciuto dal diritto internazionale per tutelare nel modo più completo possibile i diritti della persona, in questo specifico caso l’unità familiare.

Dopo che il provvedimento è stato dichiarato illegale dai giudici, l’amministrazione Trump ha semplicemente smesso di trattare i casi di ricongiungimento.

Vi sono donne rifugiate (altra categoria specifica individuata e tutelata dal diritto internazionale) che non possono vivere con i loro figli perché le autorità si rifiutano di portare avanti i loro casi, adducendo giustificazioni generiche ed evasive.

Richiedenti asilo

La situazione dei richiedenti asilo non è migliore. Nel solo biennio 2017-2018, sono pervenute più di trecentomila richieste d’asilo e ad aprile 2020 ne risultavano pendenti nei tribunali più di un milione, con un tempo medio di attesa di definizione di giudizio che si attesta intorno ai 700 giorni.

Nonostante l’obiettivo dichiarato della deterrenza, le richieste sono aumentate in maniera vertiginosa, e l’ex vicedirettore dell’ICE ha ammesso che la strategia adottata dagli USA fin dagli anni ’90 ed inasprita, come visto, da Trump, si è rivelata fallimentare.

I richiedenti asilo devono presentarsi in uno dei punti di ingresso alla frontiera con la richiesta già compilata. Una volta attraversato il confine vengono immediatamente trasferiti in un centro di detenzione dell’ICE dove devono attendere l’esito del proprio processo.

Ad oggi circa il 20% delle persone custodite nei centri di detenzione (che formalmente non sono prigioni) è entrato negli Stati Uniti in modo legale, alla luce del sole, consegnandosi agli agenti, seguendo la legge: chiedendo asilo.

Queste persone hanno seguito le procedure corrette e in certi casi sono risultate meritevoli di protezione dopo la pronuncia del giudice. Il loro rilascio è però a completa discrezione dell’ICE che, sempre per il discorso della deterrenza, semplicemente non fa nulla e non le rilascia.

Di fatto, se i vertici dell’agenzia vogliono ostacolare anche l’ingresso legale nel paese, possono farlo. E possono farlo seguendo le direttive dell’amministrazione Trump.

Oltre il confine

In seguito all’aumento vertiginoso del numero di richieste d’asilo, il governo ha stabilito che venisse creata un’apposita lista d’attesa per presentarsi ai punti d’ingresso della frontiera. Incredibilmente, questa lista d’attesa è in mano ai richiedenti asilo stessi, che si sono organizzati autonomamente in territorio messicano a ridosso del confine.

L’amministrazione non controlla la lista e non ha un’idea precisa dei numeri. Se non fosse premeditato appositamente per creare confusione, sarebbe quasi dilettantistico. Si sono creati così dei veri e propri campi improvvisati, pieni di bambini, donne e anziani in attesa di poter entrare legalmente negli USA.

La gestione e le condizioni igieniche (perdipiù in era COVID) di questi campi rappresentano un enorme problema per il Messico. La sola Ciudad Juárez ospita più di sessantamila richiedenti asilo.

Inoltre, dal 2019, anche coloro che sono riusciti a presentare richiesta d’asilo non possono restare in territorio americano ma devono attendere la pronuncia in quello messicano. Il problema migratorio viene spostato sempre più a sud, sempre più vicino al confine e, se anche questo non basta, oltre il confine stesso.

Attraversare la frontiera

Come detto in precedenza, i tempi di attesa per la definizione del processo sono estremamente lunghi (circa 700 giorni) e questo, unito alle condizioni di vita nei campi ha come naturale conseguenza la nascita di un vero e proprio business legato al traffico transfrontaliero di esseri umani, gestito dalla criminalità organizzata.

Le lacune del sistema d’immigrazione legale vengono colmate dalle organizzazioni criminali, che altro non sono che i famigerati cartelli della droga. Per attraversare illegalmente il confine servono circa 7-8mila dollari a persona e più il confine è sorvegliato dalla polizia, più è difficile passarlo e più costa.

I migranti diventano a tutti gli effetti partite di merce di contrabbando, e in quanto tali possono essere perduti, scovati o diventare estremamente remunerativi. Per loro stessa ammissione, gli agenti dell’ICE non riescono a stare al passo con la criminalità organizzata, e neanche il famigerato muro è riuscito a fermare il traffico di uomini.

Le organizzazioni adottano nuovi escamotage e hanno una fitta rete di informatori a cavallo del confine. Esiste una sorta di rispetto e riconoscimento reciproco tra agenti e trafficanti, come hanno ammesso gli intervistati di entrambi gli “schieramenti”. Ognuno migliora e affina il proprio lavoro grazie all’esistenza dell’altro.

È inutile dire come molti migranti vengano maltrattati, picchiati ed abbandonati nel deserto dai trafficanti. Una volta caduti nella rete della criminalità organizzata, perdono la loro dignità e il loro status di esseri umani, e molte volte vengono lasciati morire sotto il sole.

Solo in Arizona, negli anni ’80 i migranti morti nel deserto erano tra i 15 e i 20 all’anno, nel 2000 erano 75 e nel 2018 più di 3000, più di 8 al giorno. Negli obitori degli uffici dei medici legali degli stati di confine (California, Arizona, New Mexico e Texas) vi sono migliaia di cadaveri non identificati e di alcuni è stato ritrovato solo qualche osso per via della fame degli animali.

Fallimento

Come ammesso da alcuni agenti e dall’ex vicedirettore dell’ICE, la deterrenza ha fallito. L’intera politica d’immigrazione statunitense ha fallito, da Bill Clinton a Donald Trump, passando per George W. Bush (e le relative misure post 11 settembre) e Barack Obama.

Ad un numero sempre maggiore di morti e all’inasprimento sempre maggiore delle condizioni di accesso e di vita nel paese, non è corrisposta una minore partenza di persone. Anzi, coloro che che si ammassano al confine tra Messico e Stati Uniti sono sempre di più.

Si stima che solo nel 2019 sono state arrestate sul confine, da entrambi i lati, più di ottocentomila persone (più o meno l’intera città di Torino), il doppio rispetto all’anno precedente.

Non si vogliono affrontare qui i motivi e le cause di un fenomeno di queste dimensioni, ma riflettere a fondo sui fenomeni migratori, che sono tra i grandi eventi del secondo decennio del terzo millennio non può che aiutare la crescita dei cittadini e, di riflesso, dell’intera società, anche qui da noi, in Italia e in Europa.

Restando oltreoceano, per capire una delle cause della perdita di potere e d’influenza mondiale da parte degli Stati Uniti in quest’ultimo decennio, potrebbe essere utile guardare indietro, e riascoltare un vecchio discorso del 1989, premonitore di un’America che ogni giorno di più tradisce e dimentica sé stessa.

a cura di
Simone Stefanini

Seguici anche su Instagram!

LEGGI ANCHE: Trump è in una relazione complicata anche con lo sport
LEGGI ANCHE: Donald Trump e i musicisti americani sono in una relazione complicata

Condividi su
Simone Stefanini

Simone Stefanini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *