Le Malerbe, la forza di un germoglio a primavera

Le Malerbe, la forza di un germoglio a primavera
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Le Malerbe è una storia illustrata, tragica e potente, che parla di una donna coraggiosa, anzi di tante donne coraggiose ridotte in schiavitù durante la Seconda Guerra Mondiale.

Yi Okseon è la narratrice e anche la protagonista di quest’opera (edita da Bao publishing) che, attraverso lunghi e dolorosi flashback, racconta la sua vita dall’infanzia fino alla vecchiaia.

Lei è una donna come tante, ma la sua storia è così incredibile da renderla una persona speciale

È l’autrice di Le Malerbe, Keum Suk Gendry-Kim, ad intervistarla per poi disegnarne la storia, con un tratto semplice, talvolta anche tenero, ma talmente realistico che ci pare di vivere la vicenda in prima persona.

Alcune tavole mostrano solo dei paesaggi o dei dettagli in primo piano, altre sono interamente dipinte di nero: questo permette al lettore di percepire appieno il dolore e l’orrore che hanno vissuto i personaggi. 

Il racconto avviene all’interno della House of Sharing, una struttura che ospita le anziane comfort women dell’esercito giapponese, chiamate da tutti le “nonne”
La vecchia Yi Okseon ne Le Malerbe.

Yi Okseon ha sedici anni quando, nell’estate del 1942, nella Corea conquistata dai giapponesi, la deportano contro la sua volontà nella città di Yanji, e viene costretta a prostituirsi assieme a tante altre donne: le comfort women.

Non considerate il termine letteralmente ma per quello che è oggi, cioè un crimine di guerra, poiché fortemente discriminatorio nei confronti delle donne. 

Le comfort women erano giovani ragazze, dei ceti sociali più bassi, portate con l’inganno, spesso con la finta promessa di un lavoro, nei bordelli istituiti dai giapponesi nelle loro colonie, e costrette ad offrire il proprio corpo alle truppe. 

All’epoca, in Corea, era diffusa l’usanza, non istituzionalizzata, delle “figlie adottive”, cioè la pratica di vendere le figlie femmine tra i tredici e i vent’anni.

Le giovani venivano cedute a delle strutture, come taverne o ristoranti, per le quali lavoravano come cameriere o domestiche. In certi casi, le bambine venivano educate a diventare kisaeng, intrattenitrici, e chi le aveva comprate gestiva gli appuntamenti con i clienti. In altri casi, una volta cresciute, venivano rivendute a dei bordelli.

Nella prima parte del fumetto, ripercorriamo la difficile infanzia di Yi Okseon

Secondogenita di quattro fratelli, fin da bambina deve badare ai più piccoli, fare i lavori di casa e le commissioni per i genitori, che lavorano anch’essi duramente.

Il suo desiderio più grande è quello di andare a scuola, ma essendo la famiglia molto povera, tutto ciò è impensabile. 

A volte i morsi della fame sono così forti che la ragazzina si mette a rubare del cibo, venendo severamente punita per questo. 

Siamo negli anni di massima espansione dell’Impero giapponese in Corea, e nel resto dell’Asia sud orientale

Dopo che il Giappone aveva invaso il paese e dichiarato guerra alla Cina, reclutarono moltissimi giovani coreani come forza lavoro per poi essere arruolati nell’esercito.

Inoltre i nipponici, costruirono templi, imposero la propria cultura, la lingua (nelle scuole venne proibito parlare coreano) e la loro educazione.

In tutte le scuole coreane, infatti, venivano esaltate le tradizioni giapponesi, tant’è che gli studenti dovevano fare il tradizionale inchino rivolto a Est, verso il palazzo dell’Imperatore.  

Yi Okseon viene prima venduta come figlia adottiva ad un ristorante di udon, e poi mandata alla taverna di Ulsan dove, nonostante la giovane età, viene sfruttata per ogni genere di mansione (cucinare, fare commissioni e servire i clienti).

In un Paese flagellato dalla guerra, le famiglie povere e con tante bocche da sfamare, utilizzavano questa pratica per liberarsi delle figlie femmine

Nella taverna di Ulsan, vengono mostrate anche altre donne che lavorano lì, sono le kisaeng, che danzano e cantano per i clienti.

Qui capiamo che lo scopo di queste taverne era unicamente quello di trarre profitto dalle bambine, che venivano sfruttate come cameriere, intrattenitrici o rivendute come accompagnatrici e prostitute.

Un giorno, anche Yi Okseon viene rapita da due sconosciuti e portata con la forza su un treno diretto in Cina

La meta del viaggio è una delle tante “stazioni di conforto”, istituite dall’Impero giapponese nelle colonie e nei luoghi sotto il suo dominio.

Lì, le ragazze sono trattate alla stregua di animali, picchiate, umiliate e discriminate quotidianamente.

Una comfort woman attraversa il fiume seguendo un soldato

C’è, ovviamente, una forte componente razziale, oltre che di discriminazione di genere, tant’è che i giapponesi imponevano alle giovani di cambiare nome, dandogliene uno giapponese.

Vengono nutrite con dei magri pasti, fatte dormire senza coperte e costrette ad accogliere i clienti tutto il giorno, uno dopo l’altro. 

Okseon racconta che gli ufficiali giapponesi parlavano del bordello come di un grande bagno pubblico, poiché i soldati stavano in fila in attesa del proprio turno. 

Qualche ragazza si prende una malattia sessualmente trasmissibile (la stessa Okseon prende la sifilide a un certo punto). Anche se la regola generale è quella di indossare il preservativo, molti soldati non lo fanno, mettendo a rischio la salute delle ragazze

Qualcuna rimane incinta ma le viene portato via il bambino. Molte volte, vengono picchiate, senza un motivo apparente, se non per pura cattiveria.

“I giovani non avevano motivo di picchiarci. Quando si trattava invece di soldati di rango più alto, spesso scattava la violenza.”

Chi è debole, ovviamente, non sopravvive

Nel primo bordello dove viene mandata Yi Okseon, oltre alle comfort women, troviamo anche tanti prigionieri di guerra coreani e cinesi, costretti ai lavori forzati e tenuti alla fame.

Nel 1945, dopo la fine della guerra, Yi Okseon e le ragazze sopravvissute, vengono portate via dalla stazione di conforto inconsapevoli della resa del Giappone e della fine della guerra.

La storia mostra le ragazze che si dividono: ognuna andrà incontro al suo destino

Yi Okseon vaga per giorni come una senzatetto, chiedendo l’elemosina e dormendo per strada.

Intanto, in Cina, sono arrivate le truppe sovietiche, descritte da lei come: bestie che stuprano, uccidono e torturano, proprio come i soldati giapponesi.

Ad un certo punto, alla ragazza torna in mente un uomo che era stato gentile con lei, al bordello, Sim Yeongseop, un comandante coreano. In quanto prigioniero dei giapponesi, Sim aveva lavorato per il nemico, così, dopo la guerra, era dovuto scappare.

I due riescono a riabbracciarsi, ma non passa molto tempo che lui decide di ripartire, lasciando Yi Okseon sola.

La ragazza aspetta il suo ritorno per dieci lunghi anni, senza ricevere alcuna notizia. Okseon si rifà una vita raggiungendo una vecchia parente di lui in un luogo sperduto sulle montagne.

Col tempo, impara anche a scrivere e un giorno contatta un’emittente televisiva coreana, la SBS, per rintracciare i suoi familiari rimasti in Corea.  Nelle prime pagine vediamo la nostra protagonista, ormai anziana che, dopo ben cinquantacinque anni, ritorna nel Paese natio, per rivedere la sua famiglia

Okseon è riuscita a rintracciarli grazie al programma televisivo “Sulle tracce di fatti e persone: cercando il Paese natio delle anziane comfort women dell’esercito giapponese rimaste in Cina”.

È la prima volta che può riabbracciare i suoi familiari dopo la fine della guerra. I fratelli e le sorelle dei Yi Okseon, dopo l’entusiasmo iniziale, vengono a sapere del suo passato alla stazione di conforto, e diventano freddi.

Per una famiglia con tradizioni confuciane, ammettere di aver venduto la propria figlia per denaro, è una grande vergogna.

Ovviamente bisogna tenere a mente che si sta parlando di tempi molto difficili, nei quali non c’erano né cibo né acqua per sfamare l’intera famiglia. Questo dimostra che il fenomeno delle Comfort women non ha influenzato negativamente solo le vittime, ma anche tutte le loro famiglie.

Le Malerbe non mette in scena solo il coraggio delle comfort women, ma anche quello di tanti uomini e donne, che con grande dignità hanno cercato di sopravvivere in mondo piombato nel caos.

Il padre di Okseon, è costretto a lavorare duramente nei campi, compromettendo la propria salute. Gli uomini coreani e cinesi del “corpo operaio”, sono obbligati ai lavori forzati in condizioni indicibili. La madre di Okseon, che cerca di vendere cibo al mercato e deve stare alzata fino a tardi per cucire.

Ma, sopra ogni cosa, tutte quelle famiglie povere costrette a vendere le proprie figlie, o a far partire i figli più grandi, per poter sopravvivere.  Sono tutte vittime, allo stesso modo, della follia della guerra.

Non per niente, l’intento dell’autrice non è quello di farci provare compassione per le vittime, bensì quello di rappresentarle in tutta la loro immensa dignità.  Di mostrare quanto coraggio può avere un essere umano.

Nell’opera, non viene raffigurata solamente la storia di Yi Okseon, ma anche quella di altre donne, come lei, che hanno vissuto quel drammatico periodo. “Sorella Mija” è una di queste, una donna la cui storia è forse ancora più tragica.

Dopo la guerra entrambe si salvano ma, per non morire di fame, sono costrette a dividersi. Okseon racconta che sorella Mija, seppur tra mille difficoltà, riuscirà a sopravvivere e a rifarsi una vita.

L’ultimo ricordo legato alla loro amicizia è una giacca, che Mija aveva ordinato per sé, ma che siccome era troppo grande, aveva regalato a Okseon in segno di affetto. 

Dal 1990, quello accaduto alle Comfort women è un crimine contro l’umanità. La questione tra il Giappone e le sue ex colonie rimane ancora aperta poiché il governo nipponico, ad oggi, non ha ancora ammesso, del tutto, le sue colpe. 

Sonyeosang, statua commemorativa per le vittime della schiavitù sessuale dedicata alle Comfort Women

Inoltre è da precisare che anche l’esercito coreano, o meglio i coreani reclutati dai giapponesi, hanno supportato questo sistema di sfruttamento, assieme ai propri governatori e alla polizia delle varie città, che aiutava a trovare le ragazze da mandare nei bordelli. 

Le Malerbe non mette in luce solo il tema delle comfort women, ma anche tutte quelle questioni, rimaste impunite, legate ai crimini di guerra

Si parla dello stupro di Nanchino e degli altri crimini sessuali avvenuti in Cina ad opera dei giapponesi, delle vittime di stupro nella guerra di Corea per mano degli americani e di quelle francesi e vietnamite durante la guerra del Vietnam. E di tutte le altre.

L’opera è dedicata a tutte le vittime dello sfruttamento sessuale e a tutte le vittime di schiavitù

Oltre a ciò, il fumetto è anche un atto di denuncia nei confronti di tutte le discriminazioni di genere, e del patriarcato. Vorrei concludere questa recensione con le parole dell’autrice, che dopo aver intervistato “nonna Okseon”, si è recata in Cina a visitare la città di Yanji e i luoghi della vecchia stazione di conforto. 

Il suo messaggio finale vuole essere di speranza e di giustizia, perché fatti del genere non si ripetano più

Mentre le sue ultime parole sono rivolte alle anziane comfort women: descritte come fili d’erba, pronti a germogliare ogni primavera più forti e rigogliose di prima, nonostante le intemperie dell’inverno.

“ Dopo che questo freddo gelido sarà passato, dal sud arriverà senz’altro un messaggio. Un messaggio di primavera portato dal sole. Degli ultimi sprazzi di questo lungo inverno restano i fragili ramoscelli tremolanti, dalla loro carne viva germoglierà una rinnovata lotta per la vita.

La terra, addormentata da lungo tempo, si risveglia e, dalla schiusa del fogliame castano bruciato dal freddo, faranno capolino fili d’erba appena nati. Un’erba forte, che si piega per il vento e si rialza anche se calpestata. Chissà, forse sfiorandola con le gambe mentre ci passi attraverso, potrai avvertire il suo timido saluto.

Spunta la primavera, l’inverno se ne va. Scioglie il freddo che sembrava eterno e, prima che ce ne accorgiamo, starà già arrivando al nostro fianco, silenziosamente”.

a cura di
Silvia Ruffaldi

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Silvia Ruffaldi

Silvia Ruffaldi

Silvia ha studiato Scienze della Comunicazione a Reggio Emilia con il preciso scopo di seguire la strada del giornalismo, passione che l’ha “contagiata” alle superiori, quando, adolescente e ancora insicura non aveva idea di cosa avrebbe voluto fare nella vita. Il primo impatto con questo mondo l’ha avuto leggendo per caso i racconti/reportage di guerra di Oriana Fallaci e Tiziano Terzani. Da lì in poi è stato amore vero, e ha capito che se c’era una cosa che voleva fare nella vita (e che le veniva anche discretamente bene), questa doveva avere a che fare in qualche modo con la scrittura. La penna le permette di esprimere se stessa, molto più di mille parole. Ma dato che il mestiere dell’inviato di guerra può risultare un tantino pericoloso, ha deciso di perseguire il suo sogno, rimanendo coi piedi ben piantati a terra e nel 2019 ha preso la laurea Magistrale in Giornalismo e cultura editoriale all’Università di Parma. Delle sue letture adolescenziali le è rimasto un profondo senso di giustizia, e il desiderio utopico di salvare il mondo ( progetto poco ambizioso, voi che dite ?).

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