Metallica – Firenze Rocks – 19 giugno 2022

Metallica – Firenze Rocks – 19 giugno 2022
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James Hetfield e soci chiudono la stagione 2022 del Firenze Rocks. Il festival ha sfondato la soglia delle 200.000 presenze in quattro giorni

L’estasi dell’oro, di un’epoca d’oro che oramai ci illumina da sempre più lontano. Alle decine di migliaia presenti all’ultima giornata del Firenze Rocks 2022, tuttavia, poco importa, o meglio, basta e avanza. Metallica, Greta Van Fleet, Jerry Cantrel: siamo nel 2022, ma sembra il 1998 con sprazzi di Seventies. La cosa non dispiace, sia chiaro. Procediamo con ordine.

“Scusi, potrei avere il menu? Sa, giusto per vedere l’antipasto”

Visarno Arena e giugno equivale a brodo primordiale e finto refrigerio tra gli alberi. Gli anfibi d’ordinanza sono d’appannaggio solo di chi è rimasto con la mente e con l’armadio al 2004 (presente, ndr); il popolo del Firenze Rocks sa, invece, che per sopravvivere servono costume da bagno / maglietta bianca, scarpe comode o aperte e occhiali da sole e cappello / bandana. Lo sanno anceh i The Blind Monkeys, band made in Milano con influenze rock anni ’70 che fa la sua porca figura sotto il sole (ancora) cocente delle 17:00.

The Blind Monkeys ©Elena Di Vincenzo

Intrattengono gli irriducibili sotto il palco, divertono coloro che nelle retrovie bestemmiano per la perdita di un prezioso token. Sono dei bravi ragazzi, direbbero gli attempati, dategli una possibilità. Ma anche tre, quattro, cinque.

A proposito di attempati col cappello, poco dopo le 18:00 sale sul palco un signore con pizzetto, capello lungo e occhiali da sole tattici. In omaggio propone anche sorriso sornione e chitarra in mano, accompagnato da un ensemble che somiglia per composizione a un certo gruppo. Jerry Cantrell è classe, depressione e micidiale malinconia. Praticamente, la gioia per il sottoscritto e altri cultori del genere.

Il set è ovviamente incentrato sull’ultimo “Brighten”, ma ovviamente non mancano tracce di Alice In Chains. Cantrell si conferma artista d’alta caratura che meriterebbe un po’ più d’attenzione.

Jerry Cantrell fotografato da Ikka Mirabelli
“Vado a fare i complimenti al cuoco. Piatto retrò, ma non è male per nulla”

Il sole si prende gioco delle decine di migliaia di presenti e sì, comincia la sua discesa al di là della linea dell’orizzonte, ma sembra prendersela comoda: la Visarno Arena trasuda di umanità. Il palco si imbelletta di glitter, feedback di chitarra esagerati e acuti degni dei migliori Led Zeppelin. Fanno la loro comparsa i Greta Van Fleet.

Non inizieremo i soliti discorsi del “Non sono nulla di nuovo”, “Se ho i Led Zeppelin (ma non li hai perché si sono sciolti nel 1980, ndr), perché devo ascoltare questi qui?” eccetera. Solo dati: 24 anni, tre album, tecnica inequivocabile (dosare e mantenere quelle tonalità non è facile senza creare danni alle proprie corde vocali) e un muro sonoro invidiabile. Sì, l’estetica visiva e sonora anni ’70 è terribilmente un’arma a doppio taglio, ma questi ragazzi, per il momento, sanno padroneggiarla. Forse ancora intimoriti dalla platea, complice anche lo stacco tra loro e i Metallica (genere, pubblico, sound), ma hanno portato a casa il risultato e anche ben più di un applauso.

Un’ora e mezza di buon hard rock, minuto più, minuto meno. Nei quartieri alti romani direbbero “Stacce”.

Greta Van Fleet – ©Elena Di Vincenzo
“Cameriere, mi perdoni: può portare una porzione abbondante di cheescake flambé?”

Il pit si riempie, lo sguardo però si posa sulla folla al di là della barriera: non si vede la fine, si percepisce che la massa umana tende a compattarsi sempre più. Il caldo ha ceduto il passo a una temperatura più umana, l’aria inizia a essere polverosa: alcuni cavalli di razza iniziano a scalpitare, cercano di ricordarsi come si poga.

Già, il pogo.

Realizzo questo, realizzo che il ginocchio non sa se possa resistere a quel sano divertimento, ma non c’è tempo: si spengono le luci, Ennio Morricone prende possesso dell’atmosfera. “Ecstasy of Gold” risuona per tutta Firenze, le urla diventano uno strumento musicale aggiuntivo. Attimo di silenzio. Il charleston dà il tempo, si parte con “Wishplash”.

I Metallica si palesano non sul palco, ma sulla passerella, in punta: tutti e quattro davanti al pubblico, a contatto reale col pubblico. C’è poco da capire, tanto da scapocciare.

La foga è tale che Lars Ulrich in più punti va a vuoto, ma con l’accoppiata iniziale “Wishplash” e “Creepin Death” è difficile imprecare le divinità per tali errori. L’unico pensiero è headbanging e air guitar in memoria delle sale prove massacrate all’epoca dell’Università.

“Ce l’ho fatta!” – Foto: ©Elena Di Vincenzo

La scaletta che i Metallica hanno portato sotto la cupola del Brunelleschi pesca a piene mani dalla maggior parte dei lavori della band di San Francisco, da “Kill ‘Em All” a “Hardwired… To Self-Destruct” (“Moth into Flame” con tanto di fuoco e vampate di calore da andropausa di fantozziana memoria), passando per l’immancabile Black Album e non disdegnando gli episodi più discussi come “St. Anger” (“Dirty Window” dimostra che con una produzione migliore e un assolo ogni tanto quell’album non sarebbe stato così odiato) o “Load”. Ogni scarrafone è bello a mamma sua, va bene così.

  1. Whiplash
  2. Creeping Death
  3. Enter Sandman
  4. Harvester of Sorrow
  5. Trapped Under Ice
  6. No Leaf Clover
  7. Sad but True
  8. Dirty Window
  9. Nothing Else Matters
  10. For Whom the Bell Tolls
  11. Moth Into Flame
  12. Fade to Black
  13. Seek & Destroy
  14. Damage, Inc.
  15. One
  16. Master of Puppets
“Ora ci vorrebbe proprio un bell’ammazzacaffè. Eh, amico mio, ma ti ricordi…?”

I Metallica sono una macchina da guerra live. Scontato da dire, necessario da ribadire. James Hetfield è intrattenitore puro e ottimo frontman, fa piacere vederlo in perfetta forma e completamente ripresosi dal periodo di sbandamento del 2019; Robert Trujillo si diverte, fa divertire e a ogni singola nota suonata conferma come sia uno dei migliori bassisti in circolazione, non sbaglia nemmeno quando Lars va fuori tempo.

Ecco, Lars Ulrich. Deus ex machina dei Metallica, è anche musicalmente l’anello debole, perché è quello che sbaglia più spesso. L’arte del far finta di niente e recuperare come se nulla fosse è suo pane quotidiano, bisogna dargliene atto.

Metallica – ©Elena Di Vincenzo

Kirk Hammett, altro animale da palcoscenico. Si vede che si diverte, anche quando schiena contro schiena con Robert a un certo punto si ritrova completamente sdraiato a terra, ma deve continuare l’assolo. Ride, si scompiscia, continua a suonare: il bello dei vegliardi che si divertono ancora nel loro lavoro.

Il Wah-Wah di Hammett è salvatore, mattatore e ammaliatore aggiunto: senza di lui, molti episodi non avrebbero avuto lo stesso sapore.

“Sono sazio. Tutto buonissimo! Però…”

I Metallica sono furbi, sanno fare il loro mestiere: aizzano, scherzano, sanno innescare il pogo tra generazioni (ho visto padri di famiglia lanciarsi e lanciare figli adolescenti nella mischia, ultracinquantenni spalleggiare con ventenni, that’s ‘Tallica Family). Inevitabile qualche malumore udito post concerto riguardo la scaletta, ma quando bisogna pescare da un repertorio sostanzioso e per buona parte di pregio come quello dei Metallica, lo scontento di turno è facile da trovare.

Al netto degli svarioni di Lars Ulrich (meme ben prima dell’era meme) e appurato che oramai sono parte integrante dello show, anche questa volta il quartetto di San Francisco ha portato a casa il risultato. Noi la goduria e la polvere. Tanta polvere. Grazie pogo, ci eri mancato.

a cura di
Andrea Mariano

Foto di copertina: © Elena Di Vincenzo

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Andrea Mariano

Andrea Mariano

Andrea nasce in un non meglio precisato giorno di febbraio, in una non meglio precisata seconda metà degli Anni ’80. È stata l’unica volta che è arrivato con estremo anticipo a un appuntamento. Sin da piccolo ha avuto il pallino per la scrittura e la musica. Pallino che nel corso degli anni è diventato un pallone aerostatico di dimensioni ragguardevoli. Da qualche tempo ha creato e cura (almeno, cerca) Perle ai Porci, un podcast dove parla a vanvera di dischi e artisti da riscoprire. La musica non è tuttavia il suo unico interesse: si definisce nerd voyeur, nel senso che è appassionato di tecnologia e videogiochi, rimane aggiornato su tutto, ma le ultime console che ha avuto sono il Super Nintendo nel 1995 e il GameBoy pocket nel 1996. Ogni tanto si ricorda di essere serio. Ma tranquilli, capita di rado. Note particolari: crede di vivere ancora negli Anni ’90.

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