Poche hit, tanto blues: “Dropout Boogie” per i Black Keys è un esercizio di stile

Poche hit, tanto blues: “Dropout Boogie” per i Black Keys è un esercizio di stile
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Il duo musicale composto da Daniel Auerbach e Patrick Carney ci riprova: a distanza di un anno da Delta Kream, i due dell’Ohio restano ancora in pista con Dropout Boogie

I The Black Keys arrivano da quegli anni 2000 di rock alternativo che hanno forgiato anche il Jack White dei The White Stripes e riescono ancora a tenere botta, nonostante intorno a loro molti artisti stiano appendendo le scarpe al chiodo.

Radici solide e riferimenti chiari, le influenze rock anni ’70 che caratterizzano un sound da Delta del Mississippi non vengono mai a mancare, rendendo il gruppo sempre coerente con se stesso.

Forse un po’ troppo.

Si rimane sulla scia di Delta Kream, un tributo kitsch ai vecchi bluesmen infilato dentro corazze costruite con quel garage rock che da sempre accompagna il duo. Dieci brani compongono Dropout Boogie, non di più, e meno male. Un disco poco sperimentale e molto blues, decisamente meno carico di Let’s Rock.

Copertina album
Un disco dal basso profilo

Wild Child apre le danze ed è l’unico brano degno del rock grezzo e rumoroso alla Black Keys, fitto di scroscianti riff di chitarra di cui il resto dell’album viene privato. Metterlo all’inizio è un po’ come giocare subito la carta vincente, per poi rimanere senza nulla di utile tra le mani. Beh, forse proprio nulla è esagerato.

Your Team Is Looking Good riesce a trascinarti e a farti battere il piede con il giusto groove, mentre Burn the Damn Thing Down e Didn’t I Love You sono edificate da quel classic rock che si sposa bene con il blues.

Anche Happiness si piazza bene, gioca a fare la dura e funziona. Meno bene Good Love – il reclutameno di Billy Gibbons degli ZZ Top non è servito a rendere il brano accattivante – e How Long.

Non c’è dubbio che i Black Keys ci sappiano fare, il disco è essenziale e punta tutto sullo stile. Elegante, sporco al punto giusto, va ascoltato più volte per rendersi conto che nel complesso funziona.

Ma funziona perché sono solo dieci tracce. I fan dei due dell’Ohio saranno sicuramente soddisfatti, ma per accaparrarsi altri seguaci questo non basta. È come se ci fosse il freno a mano tirato, non ci si sbilancia più di tanto, il profilo rimane basso.

Per pubblicare un nuovo disco a distanza solo di un anno dal precedente, bisogna fare di più. Ma i Black Keys rimangono lì, nella loro zona di comfort.

a cura di
Valentina Dragone

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