Tommaso Novi ci parla del suo nuovo singolo “Io sapevo nuotare”

Tommaso Novi ci parla del suo nuovo singolo “Io sapevo nuotare”
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È la visione del piccolo corpo esanime di Alan Kurdi riverso su una spiaggia turca a ispirare Tommaso Novi nella scrittura del suo ultimo singolo “Io sapevo nuotare” pubblicato il 29 ottobre anticipando l’uscita dell’album “Terzino fuorigioco”.

Il membro dei Gatti Mézzi, con amore fraterno, tenta di reagire e alleviare il dolore dato da questa scena tramite un pezzo caratterizzato dal dialogo tra la vittima e il carnefice. Si tratta di un pezzo che smuove le tenere coscienze dell’opinione pubblica, critica una classe dirigente nazionalista e razzista dando alito all’ultimo urlo disperato di un naufrago.

La carriera solista di Tommaso Novi aveva già dato i suoi frutti nel con il disco “Se mi copri rollo al volo” (Vrec – Warner Chappell). Parallelamente – il cantautore, pianista e musicoterapista pisano – inizia la sa corriera come insegnante di fischio musicale e coopera con il Dipartimento di Didattica del Conservatorio di Musica “L. Cherubini” di Firenze. Il suo originale strumento è stato usato per le colonne sonore de “La Prima Cosa Bella” di Paolo Virzì e “Una Festa Esagerata” di Vincenzo Salemme con l’auto di Nicola Piovani. Abbiamo intervistato Tommaso Novi prima dell’uscita del suo ultimo album

Ciao Tommaso! Ho notato un parallelismo tra il tuo ultimo singolo “Io sapevo nuotare” e il tuo album precedente “Se mi copri rollo al volo”. Entrambi parlano di soggetti in balìa di una forza impossibile da contrastare da un singolo individuo. Parliamo di elementi completamente diversi (nel primo caso si tratta del mare mentre il secondo riguarda una dipendenza dai videogiochi), ma entrambi trascinano i protagonisti al fondo. Cosa pensi al riguardo?

È probabile che molte mie composizioni partano proprio da questa matrice: un disagio o comunque qualcosa di non risolto finiscono spesso per accendere la mia creatività. Analizzo le mie reazioni emotive nei confronti dei miei lavori per fare una stima qualitativa e finisce sempre che do più importanza al pianto che al riso. Nonostante siano due lati importanti della nostra umana dimensione, faccio spesso l’errore di accostare ironia e comicità ad un certo entertainment scevro di contenuti…so che probabilmente mi sbaglio.

Il fatto che il pezzo si basi su un dialogo fra le vittime e l’elemento naturale che non appare carnefice ma come custode, fa sì che l’ascoltatore del brano faccia mea culpa e rifletta per un attimo su un cambiamento del proprio atteggiamento. Hai iniziato a scrivere il testo con questo intento o è stato un effetto involontario dato dalla potenza del tema?

Questa considerazione è molto interessante ma francamente è stato un gioco di parti dettato dall’esigenza narrativa. Credo che guardando la foto del piccolo Alan si debba comunque provare anche un senso di colpa. Io lo provo molto forte e questo è uno dei motivi per cui ho deciso di tradurlo in questa canzone.

Come mai hai deciso di far recitare proprio tuo figlio nel videoclip del brano?

Il brano l’ho scritto per attutire un dolore e per lasciare un segno forte a mio figlio: la sua presenza nel videoclip ha dato forza ad entrambi gli spunti. Furio ha 10 anni e da tempo affrontiamo questo argomento insieme.

Potresti parlarci del tuo lavoro come musicoterapista?

Un’idea meravigliosa che ha poco campo libero in questo Paese: ci vorrebbero leggi e teste nuove. Dovremmo prendere spunto da altri Paesi in cui la cosa è trattata molto diversamente. In Italia si fa un po’ fatica a distinguere un musicoterapista da un clown da corsia (con tutto il rispetto per la categoria).

A cura di
Lucia Tamburello

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