Giorgieness e quell’anima rock che racconta l’autentico – L’INTERVISTA

Giorgieness e quell’anima rock che racconta l’autentico – L’INTERVISTA
Condividi su

Sanremo? Un sogno romantico a cui parteciperei

Giorgieness è un progetto musicale nato nel 2011 composto dalla chitarrista valtellinese e volto del gruppo Giorgia D’Eraclea, Andrea De Poi, Davide Lasala e Lou Capozzi.
Una carriera che decolla presto, consumando i palchi accanto ad alcuni dei nomi più importanti del panorama alternativo italiano come Cristina Donà, Edda, Tre Allegri Ragazzi Morti, Morgan, Fast Animals and Slow Kids e internazionale come Savages e The Kooks.

Un cantautorato che unisce rock a un panorama più contemporaneo e pop senza mai sconfinare nella banalità. Il suono di una musica viscerale e personale che sa essere vicina a tutti, diventando amica e confidente.
Una musica che sa di autenticità e che racchiude tra le note e i testi emozioni che vanno al di là della banalità che spesso ci propinano.
Come mi racconta: “Direi che dal mainstream potremmo chiedere di più, testi più coraggiosi soprattutto, che se non in rari casi si tratta sempre di “mi manchi” o all’opposto “guarda come sto bene senza di te”.

Ma non spoilero, ecco l’intervista.

Ciao Giorgia! Raccontaci un po’ di te e del tuo progetto musicale (da quanto canti, come ti sei avvicinata alla musica, che tipo sei…)
“Ciao! Nasco in Valtellina nel 1991 e da che ricordi ho sempre avuto della musica di sottofondo. Ho scoperto il Punk presto – forse troppo – e verso i dieci anni me ne andavo in giro con una felpa di Sid Vicious per le elementari. A parte questo però sono sempre stata una figlia piuttosto tranquilla.
Questa fase arriva fino all’adolescenza, dove inizio con la prima band a 14/15 anni e da lì la musica ha avuto un ruolo sempre più centrale. Non saprei descrivermi, ma sono una persona molto sincera e testarda, in ogni ambito, cerco di mettere questo anche nelle cose che faccio e che scrivo.”

Quali sono i tuoi punti di riferimento nella musica (e non!)?
“Non saprei, ho ascoltato davvero di tutto, ma spesso tornano gli stessi dischi dove trovo verità e sentimento. Ci sono dei personaggi che mi ispirano, sicuramente, da Pj Harvey a Lana Del Rey, passando per la poesia di Anthony Kiedis alla follia di Battiato, ma dagli altri ho sempre cercato di capire il percorso, di studiare come hanno saputo andare avanti in ogni fase della loro carriera, rinnovandosi e restando comunque fedeli a se stessi. Mi piace chi lo fa come un lavoro a prescindere da quanto sia complessa la propria vita, chi mi spiega il valore di andare per gradi e non accontentarsi mai.”

Sei una donna rock: ma il rock è davvero morto?
“Credo che il rock sia una questione di attitudine, di modo di essere più che di suono. Non so se definirmi una donna rock ma di sicuro ne ho tratto linfa. Ma essere dalla parte dei cattivi, il rock, non muore mai: si trasforma.”

https://www.instagram.com/p/B40PAP_IH-q/?utm_source=ig_web_copy_link

La musica rispecchia la società? E se così fosse: qual è la dimensione femminile nel panorama italiano?
“Che domanda complessa. Sicuramente la musica rispecchia la società ma, accidenti, un po’ mi preoccupa! Credo ci sia tanta superficialità, paura di andare a scavare davvero e raccontare qualcosa, siamo così stressati che alla musica chiediamo svago non spunti di riflessione. Ma sotto questa patina ci sono ancora tante persone curiose e coraggiose, che chiedono di più e questo è tremendamente confortante.
La dimensione femminile la trovo ancora troppo relegata al ruolo della vittima, del fallimento dichiarato e se si deve essere forti allora bisogna urlare o darci delle “bitch” a vicenda.
Questo è di base, poi per fortuna conosco tantissime musiciste che se ne fregano e vanno dritte. Direi che dal mainstream potremmo chiedere di più, testi più coraggiosi soprattutto, che se non in rari casi si tratta sempre di “mi manchi” o all’opposto “guarda come sto bene senza di te”.
Leggevo un saggio della Wolf che diceva in sostanza quanto ancora la poetica lirica femminile sia schiacciata dalla frustrazione che ha creato, non oggi ma nei secoli, il non aver avuto una voce. Questo nella letteratura ad esempio portava a grosse digressioni personali da parte dei personaggi femminili descritti da donne, nei quali potevano sfogarsi per quello che vivevano nella loro vita privata.
Allo stesso modo sarebbe bello riuscire anche nella musica a liberarci del tutto da questo bisogno e riuscire a concentrarci solo ed esclusivamente sul racconto. Trovo tantissimo coraggio nel sottobosco cosiddetto “indie”, è bello, da speranza!”

Che cosa pensi del successo della musica italiana? Pensi che sia un evento totalmente positivo o che denoti qualche mancanza a livello stilistico?
“Non so quanto essere diventati Italiacentrici sia positivo, ma di sicuro c’è che stiamo vivendo un momento sicuramente buono noi che scriviamo in italiano. Mi fa piacere, perché vengo da quella generazione che fino a una decina di anni fa pensava che non si potesse combinare nulla di grosso musicalmente se in lingua madre.
Detto questo, sarebbe bello che musica italiana e internazionale convivessero di più, che invece di prendere le produzioni americane e cantarci in italiano si provasse ad andare oltre, anche perché abbiamo una tradizione musicale che se svecchiata farebbe invidia!
Mi spiace soltanto che molti artisti stranieri saltino l’Italia perché non riempirebbero i locali mentre fuori fanno i sold out.”

Che ruolo hanno i numeri oggi nella musica? (Numeri di ascolti, visualizzazioni, click, etc…)
“Beh innegabile che siano parte del tutto, viviamo nel 2019 sarebbe stupido andarci contro. Trovo comunque che usare i social con criterio cercando di dare contenuti interessanti sia un modo in più per esprimersi e farsi conoscere quindi se non diventano IL metro di paragone ma solo uno strumento allora perché no, anzi, assolutamente sì.”

A questo proposito, con tutte queste visualizzazioni/ascolti, etc, c’è un ritorno alla dimensione live della musica oppure è tutta apparenza?
“Qui entriamo nella seconda parte di questo discorso, che purtroppo è falsato da numeri che non corrispondono alla realtà. È il caso di chi esce da un talent e magari ha migliaia di followers ma non riesce a fare le date. E mi dispiace sinceramente per loro perché dev’essere frustrante e ti confonde, trovo quel tipo di sistema sbagliato ma non giudico chi prova a farsi una strada così, sono sicura che al 90% dei casi è mosso dalle migliori intenzioni e da sincera passione per la musica.
Allo stesso modo, se fosse tutto reale e non comprabile, sarebbero un buon metro.
Personalmente ho fatto sponsorizzazioni ma non ho mai cercato di alterare i numeri, perché appunto poi non capirei più a che punto sono.”

Che cosa pensi dei talent? Anche Sanremo lo è diventato?
“Dei talent penso che abbiamo perso un’occasione grande per riportare la musica all’interesse generale delle persone. Perché potevano essere davvero una via per tornare a parlare di musica. Purtroppo è il mezzo ad essere sbagliato, la televisione è la casa dell’intrattenimento e della pubblicità, la musica fa parte di un mondo diverso, con confini più sottili.
Per questo nonostante mi abbiano chiamata e non nego di averci pensato, perché mica voglio rimanere a suonare in cameretta, ma non riesco a vedermici dentro a quelle dinamiche per cui devi non solo cantare ma anche raccontare la tua triste storia o litigare in diretta.
Come dicevo, per chi ci va in modo sincero ho solo da dire in bocca al lupo e giocatela bene perché ci sono esempi in cui il talent è stato un mezzo per arrivare a fare altro.
Sanremo fa parte della tradizione e stanno disperatamente cercando di svecchiarlo probabilmente per salvaguardarlo nel tempo. Ci andrei, volentieri, per sogno romantico forse, credo sia rimasta comunque una vetrina lontana da quello del talent.”

Che cosa ti emoziona davvero della musica?
“La sua irrazionalità, il fatto che sia chimica ma anche magia, la sua libertà, come ciclicamente ci ricorda che più proviamo a darle delle regole fisse più ci frega, perché ci fa uscire la Billie Eilish di turno che a 17 anni spazza via metà di quello che stava succedendo. Amo che quando dentro ho solo un grande silenzio posso dargli una forma, posso tirarlo fuori e dargli un suono. È una risorsa personale che paragono alla fede, per chi ce l’ha, uno strumento potentissimo per andare avanti.
Spesso racconto del fatto che da piccola volevo fare l’attrice, ne ero certa, ma lei mi ha letteralmente scelta nel corso del tempo e mi sono ritrovata a 19 anni con la consapevolezza che avrei fatto questo.”

Attualmente stai lavorando a nuovi progetti? Che cosa dobbiamo aspettarci?
“Sì, sto scrivendo e ormai quasi registrando il terzo album, di cui sono già felicissima. Aspettatevi un ulteriore passo avanti o forse di lato, comunque una prospettiva diversa nei testi e di conseguenza nei suoni. Cresce con me, non potrebbe essere uguale negli anni.”

Siccome ci chiamiamo “The Soundcheck” ti chiedo: che cosa non deve mai mancare al soundcheck prima di un concerto? Hai riti scaramantici?
“Ho cinque minuti di chiusura a riccio prima di salire, un po’ di riscaldamento fisico e vocale, dico agli altri “facciamo un bel concerto?”. Credo non possa mancare il fonico!”

Credits foto
Foto di Giulia Bartolini – make up/styling: Giorginess

a cura di
Giovanna Vittoria Ghiglione

Condividi su
Giovanna Vittoria Ghiglione

Giovanna Vittoria Ghiglione

Giovanna, classe 1992, è un’instancabile penna incallita. Per lei, le cose importanti passano tra inchiostro e carta: tutto il resto è noia. Impulsiva come Malgioglio davanti a un negozio di pashmine floreali, ha sempre trovato nella scrittura il rimedio più efficace contro gli errori della vita: scrivere significa pensare e pensare – purtroppo – non è da tutti. La musica ha sempre giocato un ruolo primario nella sua vita e scriverne è diventato presto un obiettivo da raggiungere. E se è vero che non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace, a lei non piace proprio tutto: è passata, negli anni, da grandi classici della scena Pop dell’adolescenza, al Rock degli anni ‘90, fino all’Hip Hop – che sin da bambina ha amato grazie alla danza. Autentica sostenitrice della morte dell’Indie, oggi non ha un genere preferito nonostante le statistiche di Spotify evidenzino una grande tendenza Pop.

Un pensiero su “Giorgieness e quell’anima rock che racconta l’autentico – L’INTERVISTA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *