Dopo continue delusioni, era difficile fare peggio. Tuttavia, la quarta stagione di The Witcher targato Netflix fatica a scrollarsi di dosso le tante ingiurie piovute negli ultimi tempi.
Ancora coi postumi di una terza stagione iniziata tutto sommato bene e finita con dei fast foward che mandavano alle ortiche quanto di buono stavano seminando, le aspettative per la quarta stagione di The Witcher su Netflix erano orribilmente basse.
“La banda dei Ratti”: facciamo finta che sia stato solo un brutto sogno
A rincarare la dose di disagio e atterramento ci ha pensato The Witcher: la banda dei ratti, spin-off da un’ora e venti minuti di Dolph “Ivan Drago” Lundgren buttato lì in mezzo senza avergli spiegato più di tanto il personaggio, banda dei Ratti presentata malamente con spiegoni assurdi e momenti imbarazzanti. Talmente brutto che Netflix stessa non ha rilasciato nemmeno uno straccio di trailer (anzi, nei piani iniziali doveva essere una mini serie, condensata poi in un’unica opera audiovisiva).

Unica nota positiva di tutto quel massacro, il cacciatore di teste Leo Bonhart: arriva nell’ultima parte, parla poco, racconta tantissimo con soli sguardi e linguaggio del corpo. Sharlto Copley è dodici spanne sopra gli altri interpreti.
Ma (ri)cominciamo con la serie principale
The Witcher ha avuto una gestazione e una gestione malsane e malandrine: nel corso delle stagioni, tra malumori, scelte discutibili e tanti momenti da “vorrei ma non posso” (CGI non eccelsa, momenti noiosi, personaggi che appaiono e scompaiono, altri mal caratterizzati), Henry Cavill ha levato le tende anzitempo e non senza qualche polemica. Questa quarta stagione della serie Netflix, dunque, non parte sotto i migliori auspici. Questi otto episodi delle gesta di Geralt di Rivia, tuttavia, hanno sorpreso il sottoscritto su alcuni punti.
Incredibile ma vero: il ritmo
Uno degli aspetti della prima parte della terza stagione che fu particolarmente apprezzato da chi vi sta scrivendo fu il ritmo cadenzato, di più ampio respiro, che lasciava spazio ai singoli personaggi. Tutto mandato in vacca dal quinto episodio in poi.

Nella stagione numero quattro, questo registro viene ripreso, meglio gestito e, finalmente, si percepisce (non sempre, ma spesso) una crescita dei personaggi e dei loro legami più verosimile e organica. Persino il momento “ora vi raccontiamo il background dei personaggi uno per uno” ha un contesto accettabile: una sosta dopo un lungo peregrinare, per riposare e riprendere le forze, davanti al fuoco e del cibo.
Ho letto delle critiche a riguardo e francamente non le capisco appieno. Due anni fa ci si lamentava dell’esatto opposto, ovvero della frammentarietà e dei balzi in avanti con storia e relazioni troppo veloci, ora invece il ritmo è più naturale.
“Narrami, o Ranuncolo, l’ira funesta che infiniti lutt… no, scusa ho sbagliato”
Il cambio di velocità è tuttavia dipeso anche dall’evoluzione della storia narrata nei libri della saga dello Strigo: questa quarta stagione di The Witcher riprende il momento in cui Geralt e i suoi compagni viaggiano attraverso le lande del Continente, evitando il più possibile luoghi di scontro (il Lupo Bianco è ferito – non è spoiler); le maghe guidate da Yennefer organizzano la difesa contro i piani di Vilgefortz, il quale a sua volta è impegnato nella ricerca di Ciri.

La guerra e gli scontri fanno da sfondo, salvo essere un poco più presenti nella seconda parte della stagione, ma è tutto molto naturale e molto, molto più organico rispetto al passato. L’elemento dirompente, più movimentato, è costituito dalla banda dei Ratti e da Falka. In tutto questo, Leo Bonhart è un ottimo cuneo che spezza (anche in maniera letterale) il caos di quegli scanzafatiche. Strano a dirsi, ma la narrazione mescola più che discretamente la fedeltà all’opera cartacea e le divagazioni opera di Lauren Schmidt Hissrich, tant’è che ci sbilanciamo ad affermare che questa è la stagione più equilibrata da questo punto di vista.
“Geralt, ti vedo diverso. Hai cambiato alimentazione? Shampoo?”
L’elefante nella stanza: Liam Hemsworth nei panni del rinnovato Geralt di Rivia. Tutti a massacrare questo povero Cristo la cui unica colpa è quella di sostituire un ottimo Henry Cavill. Nel corso degli otto episodi, Liam ha mostrato una buona prova, calandosi nel personaggio e portando su schermo la sua versione dello strigo. Inevitabilmente diversa dal suo ingombrante predecessore, ma convincente. Meno convincente il giubbotto da motociclista / roadie dei Motorhead annata 1985, ma non è una sua colpa.

A proposito di cambiamenti e polemichette da bar chiuso per motivi di inventario, Laurence Fishburne nei panni del vampiro Emiel Regis Rohellec Terzieff-Godefroy (per gli amici Regis, per i familiari Renato) convince. Perché? Perché Fishburne è un signor attore. Non ha di certo il fisic du role descritto nei libri o visto nella saga videoludica di CD Projekt Red, ma i modi, la gestualità, l’aura austera e d’alto lignaggio ricalcano con onorabilità la controparte cartacea del personaggio. A dimostrazione che, se un ruolo viene studiato come si deve (e se l’attore ha solide basi, ovvio) l’interpretazione sarà convincente.
Menzione speciale per il personaggio di Milva: evoluzione e caratterizzazione fedele ai libri, efficace e soprattutto funzionale per la trama orizzontale.
“Cosa non convince, Strigo?” “Mmmh.”
La quarta stagione di The Witcher targato Netflix non è esente da difetti, talvolta gravi. Abbiamo evidenziato ciò che funziona perché è giusto, perché mai come ora si è spalato tanto letame a priori. Le criticità non mancano e sono le solite.
La narrazione giova del ritmo più misurato, ma certe scelte di sceneggiatura sono senza il minimo senso. Perché i Ratti fanno un casino di Dio, sfondano una porta, si fiondano in strada, Ciri e Mistle si fermano, rimangono immobili… e i passanti rimangono fermi a guardarle? Nessuno che cerca di afferrare un braccio o di braccarle. Tutti immobili, come il pubblico nei giochi di Wii Sports.

Oppure Philippa Eilhart, una delle maghe dalla miglior caratterizzazione, ha poteri incredibili… e perde tempo cercando di sbloccare a mani nude un meccanismo grande quanto il campanile di Atri. Ma ricorrere a una magia che fino a due minuti prima ha usato per scagliare via i nemici era un’intuizione troppo cervellotica?
La comunicazione tra Yennefer e Fringilla via bluetooth, o la disperazione per la perdita di compagni d’arme che si dilegua nell’inquadratura successiva. O Vilgefortz… vabbé, lui anche nei libri danza tra lampi di geniale strategia ed errori da Mago Otelma. A proposito di strateghi, Dijkstra è diventato un simpatico idiota i cui piani, uno dopo l’altro, gli si ritorcono contro. È un po’ il membro che il Team Rocket dei Pokemon non ha mai avuto.
È finita? Eh…
The Witcher 4 non è che il preludio a quella che, speriamo, sarà la stagione finale della saga di Geralt di Rivia. Scriviamo “speriamo” perché è un’epopea iniziata con le migliori intenzioni, ma perseguita zoppicando. I nuovi comprimari funzionano, la storia di per sé scricchiola anche se non così rumorosamente come nella stagione tre, ma non è che un asciugarsi la fronte dallo spavento scampato di precipitare ancor più a fondo nel baratro.

Forse hanno lavorato con più leggerezza d’animo, forse si sono messi una mano sulla coscienza e hanno deciso di rileggere più di una volta la sceneggiatura, limando le incongruenze più evidenti.
Speriamo finisca. Anche il Lupo Bianco merita un dignitoso riposo.
a cura di
Andrea Mariano

