Dal nuovo singolo Sai che c’è al rapporto con la tradizione napoletana, passando per la maternità e la ricerca di una cifra artistica sempre più definita. Alessandra Tumolillo racconta il suo percorso tra autenticità, musica e consapevolezza.
Con il nuovo singolo Sai che c’è, Alessandra Tumolillo apre una pagina profondamente personale del suo percorso artistico, trasformando un vissuto intimo in una canzone capace di parlare a tutti. In questa intervista racconta il rapporto tra scrittura e autenticità, l’amore per la tradizione musicale napoletana, il ruolo centrale della chitarra nella costruzione della sua identità e il delicato equilibrio tra maternità e carriera. Un dialogo sincero che restituisce il ritratto di un’artista in continua evoluzione, alla ricerca di un linguaggio sempre più personale e contemporaneo.
“Sai che c’è” nasce da una storia molto personale e da una domanda forte, “Cosa ti ho fatto?”. Quanto è stato difficile trasformare una ferita privata in una canzone destinata ad essere ascoltata da tutti?
“Sai che c’è” è nata in modo molto naturale: testo e musica sono nati insieme, quasi contemporaneamente. In quel momento stavo cercando di farmi delle domande e quelle domande hanno trovato subito una loro colonna sonora, fatta di dolcezza e malinconia. È una di quelle canzoni che accadono raramente, quasi come una magia: nasce di getto e proprio per questo mi dà poi la forza di cantarla con maggiore facilità. Tra i miei ascolti più importanti c’è Mia Martini, che è stata una delle artiste più grandi e soprattutto più coraggiose nel parlare del rapporto tra padre e figlia. Non ti nascondo che ho
pensato anche a lei mentre proseguivo nella scrittura del testo: mi ha dato coraggio per parlare di qualcosa che sembra scontato, ma che non lo è affatto, cioè l’amore per i propri genitori.
Nel brano si percepisce una grande delicatezza emotiva, ma anche una forte misura nella scrittura. Quando componi, parti più spesso dalle parole o dalla chitarra? E come trovi l’equilibrio tra confessione personale e universalità del racconto?
Come anticipavo, oggi quello che vorrei imparare a prediligere, anche come esercizio, è una scrittura contemporanea del testo e della musica. Non è una magia che accade spesso, ma quando succede si crea qualcosa di speciale. Quando ero più piccola partivo quasi sempre dai giri di chitarra: suonavo, poi scrivevo sopra melodie e testo. Adesso, invece, mi capita anche di scrivere tantissime parole, testi e
pensieri che a volte non diventano nemmeno musica, magari perché metricamente sono complicati. Però questo mi sta aiutando molto a rendere il mio flusso di coscienza mentale qualcosa di concreto e tangibile. Poi, se la musica riesce ad accompagnare tutto questo in modo valido, ben venga.
Oggi do molta importanza ai testi, molto più di quanto facessi in passato.
Hai una formazione che attraversa mondi diversi e nelle tue produzioni convivono tradizione e contemporaneità. Quali sono stati i riferimenti musicali e sonori che hanno influenzato maggiormente “Sai che c’è”?
Tra le mie influenze c’è sicuramente Jorja Smith, in particolare il brano “Killing Me” con Sasha Keable. È una canzone che mi ha ispirato molto per il suono della chitarra nylon, per l’arrangiamento minimale e per l’emotività che riesce a trasmettere. Quel brano mi ha spinta a immaginare un mondo un po’ spagnolo, flamenco, ma allo stesso tempo con una melodia molto “ringing”, come si direbbe in inglese.
Con “Postcards From Naples” hai scelto di rileggere grandi classici napoletani in una veste essenziale, quasi internazionale. Cosa ti interessa conservare della tradizione e cosa invece senti il bisogno di trasformare per farla dialogare con il presente?
In realtà credo che la tradizione sia già presente: bisogna solo reinterpretarla con originalità e con la propria voce, senza imitazione. Solo così, secondo me, si può portare innovazione. Spesso, quando arrangio brani della tradizione, quindi canzoni anche datate, mi capita di aprirmi a nuove possibilità di scrittura: riprendo dei giri armonici e magari ci scrivo sopra qualcosa di mio. In qualche modo la ripresa, il confronto e anche il paragone diventano un motivo di grande crescita. Secondo me non bisogna trasformare niente: bisogna soltanto ripercorrere con originalità quello che si sente davvero.
Stai vivendo una stagione molto intensa dal vivo, tra il tour con Serena Brancale e i palchi importanti condivisi con artisti come Negramaro e Tosca. Cosa ti sta insegnando il palco oggi e quanto queste esperienze influenzano la tua scrittura?
Questo è un periodo molto intenso, ma soprattutto molto importante per me. Credo che mi cambierà, e spero in meglio, perché è anche una dura prova. Sto cercando di trovare il modo giusto per conciliare maternità e lavoro. La maternità e Vittoria sono la mia vita, questo sono io; allo stesso tempo anche il lavoro fa parte di me e non riesco a non pensarci. Entrambe le cose mi rappresentano pienamente.
Forse l’ispirazione per la mia scrittura, in questo momento, nasce proprio da questa ricerca: dal desiderio di mettere d’accordo due mondi che sembrano così lontani, ma che in realtà sono vicini. Vittoria non è più una bambina e il mio desiderio è portarla in giro con me.
La tua chitarra sembra essere molto più di uno strumento: quasi una seconda voce narrativa. Come si è evoluto il tuo rapporto con la chitarra negli anni e in che modo contribuisce a definire la tua identità artistica?
La chitarra è sempre stata per me un motivo di distinzione. Ho fortemente voluto che diventasse l’elemento capace di farmi distinguere in un mondo in cui siamo tanti e ci sono tantissimi talenti.
Ho scelto consapevolmente di approfondire questo strumento meraviglioso. Ci sono tantissimi chitarristi bravissimi, cantautori meravigliosi, ci sarà sempre qualcuno più bravo o meno bravo. Però quello che ho voglia di comunicare alle persone è che, prima di tutto, io sono una musicista che ha lavorato duro per portare in alto le proprie skill chitarristiche.
Da piccola ero molto ribelle: non volevo studiare, mi annoiavo, volevo fare tutto d’istinto. Mio padre, che è musicista e polistrumentista, aveva aspettative molto alte e si aspettava che studiassi. Io però non ho perso tempo: ho iniziato a giocare con la chitarra prima ancora di scegliere il conservatorio e gli studi. Non mi sono fatta influenzare dall’esterno; anzi, l’urgenza di approfondire è arrivata da me. Per questo posso dire che la chitarra è la scelta più vera e consapevole che ho fatto nella mia vita.
Dopo un progetto come “Postcards From Naples”, che guarda alle radici, e un singolo inedito così intimo come “Sai che c’è”, senti che la tua ricerca stia andando verso una direzione precisa?
Sì. “Postcards From Naples” è stato un modo per familiarizzare con il pubblico che mi ascolta, perché i brani interpretati sono evergreen. È stato anche un pretesto per emozionarmi e dare voce alla mia nostalgia: queste canzoni fanno parte della colonna sonora della mia infanzia e della mia famiglia.
È stato un progetto un po’ per il pubblico e un po’ per me, ma in realtà lo considero anche un momento di transizione. Io scrivo canzoni da più di dieci anni: ho scritto prima in inglese, poi in napoletano e ora in italiano. La lingua italiana mi sta rivelando qualcosa di nuovo e interessante da sperimentare.
Sì, credo che stiamo andando verso una direzione precisa: quella dei brani, di una direzione artistica più definita, in cui le canzoni sono prodotte e non più scarne, chitarra e voce, come in “Postcards”. È la costruzione di un sound e di un nuovo percorso artistico che possono definire ancora meglio la mia identità, anche discograficamente parlando.
Oggi molti artisti sentono la pressione di pubblicare continuamente contenuti e singoli. Tu sembri invece privilegiare il tempo della ricerca e della costruzione artistica. Quanto è difficile mantenere questa scelta nel panorama musicale attuale?
La verità è che io sono una persona molto ansiosa. Anche sui social ho riscontrato, nelle persone della mia età ma anche in quelle più grandi e più piccole, questa ansia da prestazione continua, questa necessità di essere costantemente produttivi. Le esperienze che sto vivendo oggi, però, e soprattutto la maternità, mi stanno mettendo in una posizione di pazienza e di attesa. Credo che, se si costruisce un presente ansioso e di corsa, il futuro non possa che risultare confuso. È come quando scrivi qualcosa in fretta e il giorno dopo provi a rileggerlo, ma non capisci niente.
La verità è che un domani vorrei capire davvero di che cosa si trattava il mio presente, come potrà tradursi il mio sogno. Vorrei potermi predisporre a un cambiamento radicale, anche a livello di visibilità artistica, in modo sereno, spontaneo e naturale.
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