Le recensioni di Scintille e Capolinea, due dei sette cortometraggi in concorso a Long Story Short, il nuovo contest riminese di CDL, protagonista dell’estate cinematografica locale

Nato dall’iniziativa di CDL APS, Long Story Short è un contest cinematografico che ha trasformato Rimini in un vero e proprio set a cielo aperto, mettendo alla prova giovani autori e filmmaker attraverso una sfida tanto ambiziosa quanto complessa: ideare, scrivere, girare e montare un cortometraggio originale in soli quattro giorni.

Dal 24 al 28 giugno sette troupe hanno attraversato la città dando vita a sette opere profondamente diverse tra loro, accomunate soltanto da una cornice narrativa condivisa e dalla necessità di confrontarsi con tempi di produzione estremamente ridotti. Un esperimento che ha portato ogni fase della creazione cinematografica – dalla sceneggiatura alla regia, dalla fotografia al montaggio fino mix sonoro – dentro un processo creativo frenetico, dove capacità di adattamento e lavoro di squadra sono diventati elementi fondamentali.

Più che una semplice competizione, Long Story Short si presenta quindi come un laboratorio dedicato al cinema emergente, un’occasione per giovani autori di sperimentare il proprio linguaggio e trasformare un’idea in un’opera compiuta attraverso le difficoltà e gli stimoli della produzione reale. Tra i sette cortometraggi realizzati, i primi due lavori che analizzeremo sono: Scintille di Leonardo Paganelli e Capolinea di Vittoria Casarini.

“Scintille”, il viaggio magico di Alice secondo Holyfield’s Ear (Alfonso La Manna)

Scintille diretto da Leonardo Paganelli per Holyfield’s Ear, è un puro racconto di formazione che utilizza il realismo magico per dare forma visiva alle paure e alle insicurezze di una generazione costretta a prendere decisioni sempre più grandi quando ancora fatica a capire chi vuole diventare.

Alice è una studentessa universitaria al primo anno di Lingue e, come tanti ragazzi della sua età, vive sospesa tra le aspettative degli altri e il desiderio di trovare una strada davvero propria. La borsa di studio, l’esame imminente, il rapporto pressante con la madre e persino una relazione sentimentale che un Erasmus potrebbe compromettere, diventano tasselli di una pressione psicologica che il corto sceglie di non raccontare in maniera realistica, ma attraverso immagini oniriche e suggestioni simboliche.

I sogni di Alice la mostrano immersa nell’oscurità, incapace di mettere a fuoco ciò che la circonda, mentre applausi che dovrebbero celebrarla finiscono invece per aumentare il suo senso di smarrimento. È un’immagine semplice ma efficace, che restituisce bene la sensazione di sentirsi osservati e giudicati proprio nel momento in cui si hanno più dubbi.

Il giorno che deve recarsi per l’esame della borsa di studio, la ragazza incontra tre ragazzi stravaganti diretti verso il mare, coloro che introducono la componente fantastica dell’opera. In particolare uno di loro sembra assorbire fisicamente il peso emotivo della protagonista: ogni volta che Alice si lascia sopraffare dall’ansia o torna a parlare dei propri studi, il ragazzo viene colpito da improvvise emicranie, alleviate soltanto aspirando il fuoco di un fiammifero. Il corto non sente il bisogno di spiegare questo meccanismo soprannaturale e fa bene a non farlo: la magia non cerca una giustificazione razionale, ma diventa il linguaggio attraverso cui rendere tangibile qualcosa di invisibile.

Foto di Alessandro Bisognani

È proprio questa perenne sospensione tra realtà e sogno magico, sempre in equilibrio, a rappresentare l’aspetto più interessante del film. I tre ragazzi sembrano incarnare possibilità impreviste, variabili incontrollate che sembrano poste dal destino sulla strade di Alice per portarla fuori dai binari che si è prestabilita. Il viaggio verso il mare si trasforma così in un percorso di liberazione, fino al raggiungimento della spiaggia dove gli spazi si aprono del tutto verso un orizzonte sconfinato. È un’immagine che comunica istantaneamente un cambiamento: davanti alla protagonista non c’è più un’unica strada obbligata, ma un futuro dalle infinite scelte.

Mentre Alice ritrova finalmente serenità senza bisogno di esplicitare quale decisione abbia preso, il ragazzo “magico” può liberare dalla propria testa uno spettacolo di fuochi d’artificio. È come se tutta la pressione emotiva assorbita durante il viaggio potesse finalmente dissolversi.

Cosa rappresenta la scintilla del titolo? Probabilmente Alice stessa, quella parte vitale e autentica di lei che teme di spegnersi sotto il peso delle aspettative altrui. Ma anche l’incontro con i tre ragazzi, che accende una nuova consapevolezza e apre davanti a lei nuove possibilità, nonché la liberazione emotiva finale, quando il peso accumulato viene finalmente lasciato andare.

Scintille conquista per la sensibilità con cui affronta il tema dell’incertezza giovanile. Pur scegliendo una narrazione fortemente simbolica, riesce a parlare con sincerità della paura di sbagliare, delle aspettative che pesano e della difficoltà di trovare il coraggio di scegliere. Un piccolo racconto di formazione che preferisce suggerire piuttosto che spiegare, affidando alle suggestioni delle immagini tutto il peso emotivo del racconto.

“Capolinea” della troupe Vision (Maria Chiara Conforti)

Lungo le fermata di una metropolitana invisibile, tra gli snodi Arco-Borgo-Capolinea di una futuristica Rimini, ha inizio il viaggio di Capolinea, un racconto distopico che, attraverso un linguaggio carico di simboli, ci guida, tra le vie della città, dentro e fuori la psiche umana dei suoi abitanti. 

La narrazione scorre davanti agli occhi, asciutta e scarnificata fino all’osso, svuotata di ogni minima componente emotiva così come i suoi “protagonisti”, una serie di personaggi senza nome né storia di cui non serberemo il ricordo, poiché nati per essere dimenticati. 

Foto di Alessandro Bisognani

Perché – in un mondo dov’è peccato protendersi verso il blu immacolato del cielo e dove non vi è spazio per la mera contemplazione estatica della natura fine a se stessa, in un luogo dove i ricordi di una vita sociale mai vissuta sono “consumati” sotto l’effetto di droghe, attraverso l’ascolto di vecchi dispositivi analogici; in una realtà lontana dove la metropolitana non serve per trasportare, ma per contenere – qui, proprio qui, una corsa forsennata verso il nulla diviene il simbolo di una libertà anelata e solo brevemente assaporata. Un brusco risveglio della coscienza da quel sonno in cui tutti – come il cortometraggio sembra suggerire – presto o tardi saremo confinati. Perché “credi che l’utente medio riesca a percepire la differenza tra il profumo dello iodio e questo odore di aerosol al sapore di cocco e cloro?”

L’utente vuole la stabilità termica. Vuole che l’estate sia come la clip pubblicitaria pagata d’inverno.”

In Capolinea, dunque, il linguaggio iperbolico diventa l’unico modo per raccontare una storia fatta di immagini minimaliste, dov’è proprio la coerenza tra forma e contenuto a prevalere. Dove ogni suono e frammento visivo si carica di contenuto, dando vita ad un linguaggio astratto, complesso e, proprio per questo, unico. 

Un cortometraggio che sperimenta senza freni, mettendo in scena con inventiva una nuova distopia tutta italiana. Un racconto dove ogni fermata della metropolitana rappresenta la piccola tappa di un viaggio nel decadimento e nell’anichilimento dell’umanità, in un percorso che ci risucchia all’infinito verso il punto di partenza. 

a cura di
Alfonso La Manna
a cura di
Maria Chiara Conforti

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