“Predator: Badlands” – la recensione in anteprima del nuovo capitolo della saga

Predator: Badlands, il nuovo capitolo della leggendaria saga fantascientifica Predator, arriva domani, giovedì 6 novembre, nelle sale italiane. In questo articolo, la recensione in anteprima del film diretto da Dan Trachtenberg, con protagonisti Elle Fanning e Dimitrius Schuster-Koloamatangi.

Sono alte le aspettative per Predator: Badlands, il settimo capitolo del franchise di Predator (il nono se si includono i crossover con Alien). Il film che mescola azione, horror e fantascienza promette grandi novità, a partire da una prospettiva inedita – quella del cacciatore stesso – e da uno sguardo più sentimentale e profondo.

La trama

“Gli Yautja non sono preda di nessuno. Non sono amici di nessuno. Sono predatori di tutti.”

Il film segue Dek (interpretato da Dimitrius Schuster-Koloamatangi), giovane appartenente alla specie degli Yautja, spietati predatori guidati da un rigido codice d’onore. Fin dalle prime, potentissime sequenze di apertura, si comprende – attraverso lo scontro con il fratello e poi con il Padre – quale prova sarà tenuto ad affrontare: per essere accolto dal clan e dimostrarsi degno di “indossare il mantello”, Dek dovrà compiere un voto antico quanto i suoi antenati, cacciando la propria preda e uccidendola. In caso di fallimento, lo attende la morte.

“Sono Yautja.” 

“Non ancora.”

Questo iniziale scambio con il fratello – il quale si sacrifica per salvargli la vita – diventerà il filo conduttore dell’intera pellicola, assumendo sfumature di significato sempre nuove e ribaltandosi poi nel finale. In questo momento, tale battuta segna la distanza tra ciò che Dek ancora è – un debole, non considerato degno di appartenere al clan – e ciò che desidera diventare. Ciononostante, spinto dalla determinazione e dal bisogno di dimostrare il proprio valore, il giovane decide di sfidare il temuto Kalisk sul pianeta Genna.

Ha così inizio l’avventura di Dek in un luogo remoto: giunto in una fitta foresta popolata da creature tanto sconosciute quanto pericolose, egli si trova fin da subito costretto a lottare per la sopravvivenza.

L’incontro con Thia

È in questo scenario ostile che presto il giovane incontra Thia (Elle Fanning), un androide sviluppato dalla celebre Weyland-Yutani Corporation, già ben nota ai fan dell’universo di Alien. Sul pianeta ormai da tempo e priva delle gambe dopo un violento scontro con il Kalisk, Thia offre il suo aiuto a Dek per raggiungere la creatura che lui sta cacciando, chiedendo in cambio di portarla con sé per poter recuperare i suoi arti. Convinto che la ragazza possa essergli “utile come uno strumento”, il giovane accetta. 

Tra Dek e Thia inizia a prendere forma un’alleanza insolita, ma autentica: quella tra due esseri diversi per natura ma ugualmente emarginati, che dopo un iniziale antagonismo – derivato dallo scoprire di combattere, singolarmente, per il raggiungimento dello stesso obiettivo – scelgono di unire le forze, aiutandosi reciprocamente.

Se Thia si caratterizza per l’ironia, l’intuito, la sorprendente forza interiore e la grande sensibilità con cui è stata programmata (diversamente dagli altri sintetici), Dek al contrario appare freddo, rigido e chiuso: convinto di poter affrontare autonomamente qualsiasi ostacolo, crede che mostrare vulnerabilità equivalga a fallire. Ma il viaggio lo costringerà a fidarsi e a lasciarsi aiutare, mettendo in discussione ciò che gli è stato inculcato dal Padre, ossia “che la sensibilità è debolezza”.

“Gli Yautja cacciano da soli.”
“Tu non sei solo. Ci sono io con te.”
“Tu sei uno strumento.”

Dek e Thia

Un percorso di crescita

Quello che comincia come un’impresa solitaria diventa presto una prova da affrontare insieme. Se inizialmente tutto sembra ruotare intorno a una forza antagonista ben precisa, col proseguire della narrazione i protagonisti scoprono che la vera minaccia si trova altrove e le loro priorità si ribaltano: entrambi imparano a lottare per qualcosa di più grande — per salvare, non per distruggere. Il film si trasforma così in un viaggio di scoperta personale e reciproca, della propria umanità e dei propri valori, guidato dal cambiamento grazie all’incontro con l’altro e dal crollo delle certezze che li avevano sempre accompagnati.

“Io posso sopravvivere da sola. Ma chi vorrebbe sopravvivere da solo?”

Thia

Al centro della storia sono due esseri inizialmente considerati “sbagliati” e imperfetti: Thia, definita “rotta”, e Dek, giudicato il più debole del clan, uno scarto. Entrambi devono confrontarsi con l’idea che il nemico può talvolta rivelarsi chi dovrebbe invece starti accanto, imparando che l’individualismo e l’isolamento non portano alla sopravvivenza né alla crescita: è attraverso l’incontro e la fiducia reciproca che Dek e Thia riescono a costruire legami autentici, per cui vale la pena lottare.

Alla fine, è il valore dei sentimenti e delle relazioni a prevalere, e ciò conferisce alla storia una profondità emotiva non scontata all’interno di un franchise noto soprattutto per l’azione e la spettacolarità.

La qualità della pellicola

Predator: Badlands è senza dubbio un film di alta qualità visiva e narrativa. Le numerose sequenze d’azione svolgono un preciso ruolo nello sviluppo della trama: dallo scontro iniziale a quelli successivi, la pellicola riesce a mettere in mostra tutta la sua spettacolarità con scene intense costruite con un ritmo impeccabile. Una cura evidente che si riflette anche nell’utilizzo degli effetti visivi.

I passaggi più adrenalinici e intensi sono alternati sapientemente ora a sequenze più leggere, come i simpatici dialoghi tra Dek e Thia – in realtà quasi monologhi di lei – durante la caccia per procurarsi il cibo, ora ad altre più riflessive e di confronto, in cui i due protagonisti (affiancati poi da una terza creatura), condividono pensieri ed emozioni. Se da un lato questi momenti servono a rallentare per un attimo il ritmo della narrazione, preparando lo spettatore all’impatto delle scene successive, dall’altro permettono di conoscere più a fondo i personaggi, le loro motivazioni e i loro limiti, conferendo conseguentemente maggiore spessore all’intero racconto.

Il poster ufficiale di Predator: Badlands
Molto più che un film fantascientifico

Predator: Badlands è dunque più che un film d’azione o di fantascienza: il film racconta il passaggio dall’individualismo alla solidarietà, dall’appartenenza cieca ad un gruppo alla costruzione consapevole dei propri valori.

Si tratta di un racconto esistenziale, che esplora temi universali come l’onore, la crescita personale, il cambiamento, la ricerca della propria identità, l’amicizia e, soprattutto, il vero significato di “famiglia”, con un finale che riesce anche ad emozionare. Nella conclusione infatti, la pellicola assume toni quasi commoventi nel lasciar intravedere l’importanza di una famiglia non imposta, ma scelta e costruita personalmente con chi condivide i propri ideali.

Particolarmente significativo a questo proposito il passaggio in cui, dopo lo scontro finale con il Padre – che lo invita a occupare il suo posto nel clan -, Dek afferma deciso “Io ho il mio clan”.

Le prospettive future

Nonostante appartenga a una saga ultradecennale, Predator: Badlands non si limita a ripetere formule già viste: è originale, assolutamente comprensibile anche per coloro che non conoscono i capitoli precedenti, e trova una chiara identità autonoma. Il nuovo punto di vista – quello del predatore – è la chiave di volta del film, capace di generare una forte empatia nello spettatore.

Ed è proprio questa capacità di rinnovarsi, unitamente alla scena conclusiva – che lascia volutamente aperte le porte per un possibile seguito – a far sperare gli appassionati della saga (ma non solo) in un nuovo capitolo. E dopo Predator: Badlands, le aspettative per il futuro del franchise non potrebbero essere più alte.

a cura di
Micol Perotti

Seguici anche su Instagram!
LEGGI ANCHE – The Witcher 4: “meglio” del previsto
LEGGI ANCHE – Anemone – recensione in anteprima del film con Daniel Day-Lewis

Related Post