“Spatriati”: Mario Desiati ci ha stregato

“Spatriati”: Mario Desiati ci ha stregato
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Quest’anno il Premio Strega fa tappa in Puglia. Mario Desiati, con il suo romanzo di formazione, Spatriati, porta l’annuale premio letterario nella sua Martina Franca (TA).

Lo scrittore, in realtà, nasce nella vicina Locorotondo, cresce a Martina Franca, studia giurisprudenza a Bari e oggi risiede a Roma.

Le atmosfere della Puglia, però, impregnano molte sue opere e quest’ultimo lavoro riesce, immediatamente, a far assaporare al lettore l’odore del mare, degli ulivi, il calore e il colore di una terra arsa dal sole.

I suoi lavori riportano alla mente, soprattutto, le tradizioni paesane, i dialetti, i consigli degli “anziani” saggi e la meravigliosa difficoltà della vita al sud per i giovani, che hanno intrinseca la voglia di evadere.

Spatriati è tutto questo e molto di più. È la storia di Claudia e Francesco, due ragazzi coetanei che non potrebbero essere più diversi tra loro.

Claudia è solitaria ma sicura di sé, stravagante, si veste da uomo. Francesco è acceso e frenato da una fede dogmatica e al tempo stesso incerta”.

Il loro travagliato rapporto ha inizio fin dalla tenera età. La più delicata, distruttiva e difficile: l’adolescenza.

Francesco nota fin da subito la spigolosa ragazza, alta e magrissima, chiara, con le lentiggini e con folti e scompigliati capelli rossi. Lei ignora la sua esistenza finché i due scoprono che i loro genitori sono amanti. La madre di Francesco, stanca di un amore ormai spento, si innamora del padre di Claudia. La relazione tra i due sarà dunque la scintilla che porterà i loro rispettivi figli ad inseguirsi e ad amarsi per tutta la vita.

I ragazzi saranno, infatti, come le due braccia di un compasso.

Francesco è la punta, salda nelle sue radici, nel suo credo cattolico e nella sua voglia di restare al paese. Sempre però con la mente e il cuore a Carla, ovunque ella si sposti. Continua a studiare a Martina Franca e inizierà a lavorare tra quelle strade, viottoli, case e trulli. Ironia della sorte, sarà un agente immobiliare.

Claudia è la “mina vagante”. Si allontanerà ogni volta e andrà sempre più distante: Milano, Londra e Berlino, capitale europea della trasgressione. Finalmente lontana dalla mentalità del sud, dai pregiudizi della gente e dal suo titolo di “figlia di”. Le cose non potrebbero essere più diverse nelle grandi città in cui si stanzia di volta in volta. Fino a Berlino, caotica, trasgressiva, sensuale e paurosa.

Veduta di Berlino

Entrambi, lontani ma sempre legati da un amore particolare, scopriranno la passione, la sessualità e il dolore.

Entrambi “spatriati”. Il titolo del libro si riferisce proprio a questo aggettivo, coniato dal dialetto pugliese.

Ramingo, senza meta, interrotto, detto del sonno che si interrompe “u sunne saptriet”. Anche balordo, irrisolto, allontanato, sparpagliato, disperso, incerto”.

Il termine indica anche la condizione di chi non ha legami, non ha marito o moglie, non ha un lavoro o un luogo fisso. Ma soprattutto denota anche chi non ha una strada.

Spatriata è Claudia, sempre in fuga e sempre in cerca di lavori nuovi, di amori sconosciuti e di passioni da scoprire.

Mi piace immaginare che la frase di Leopardi, riportata all’inizio del romanzo, sia proprio per lei:

…mai contento, mai nel mio centro…

Ma spatriato è anche Francesco, nonostante resista in un paese che, seppur difficile, gli dà un senso di patria, di appartenenza e di sicurezza.

La Puglia, i nostri cieli hanno queste maledette unghie affilate che ti artigliano, non si può andare via senza graffi”.

Ma Desiati dà al termine “spatriati” un’ulteriore accezione; lo svuota della sua natura negativa rendendolo invece inclusivo, affascinante e desiderabile.

Nel suo intervento a Roma, in occasione della premiazione, lui stesso ha detto:

Alla fine per me Spatriati è un’elevazione al cubo della parola Queer, che indica persone che non si definiscono: non soltanto sessualmente, ma anche socialmente, professionalmente. Anche geograficamente. E tante di queste persone a volte subiscono la pressione sociale per non essersi voluti definire”.

In questo romanzo c’è tutto: amore, sesso, violenza, morte e lutto.
Nel frattempo, sullo sfondo troviamo lo spaccato di un’Italia che vive i primi anni della crisi economica, l’immigrazione dalla Siria, e in seguito dall’Albania, l’omofobia e i razzismi.

Da contraltare c’è un’Europa, Berlino in particolare, che corre verso un futuro che è sempre più presente. Con tutte le sue novità che sono già normalità. Uno schiaffo a Martina Franca (e a tutti i piccoli paesi italiani) che si àncora alla sua terra rossa e ripone tutto, in disordine, nei suoi trulli.

Entrambi i ragazzi si renderanno conto che ogni posto, anche il più lontano, ha le sue difficoltà e che, sempre, le origini sono la risposta a tutto.

Citare Pavese mi è d’obbligo:

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”

a cura di
Rossana Dori

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