Euphoria: la seconda stagione

Euphoria: la seconda stagione
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Dopo la prima stagione entriamo nei drammi dei personaggi e scopriamo chi riesce ad uscirne

La seconda stagione di Euphoria è andata in onda a partire dal 9 gennaio. Dopo il successo planetario della prima stagione l’hype era al massimo. A darle il meritato successo che ha avuto sono state varie cose, tra cui la creazione di personaggi iconici, la sincerità nel parlare di problemi quali l’abuso di sostanze e il mettere a nudo alcune dinamiche tossiche nelle quali la nostra generazione (generazione Z) è talmente coinvolta da pensare che siano normali.

Vedere la prima stagione di Euphoria, per la mia generazione, è stato un grande atto di autocoscienza. Ci ha messo sotto i riflettori. Ci siamo visti con l’occhio della macchina da presa di Sam Levinson, a volte opprimente, a volte distorta, sempre molto onesta. Ha mostrato il mondo di cui facciamo parte, fatto di glitter, luci al led e diseducazione.

Il passaggio alla seconda stagione

Ogni puntata della prima stagione iniziava con un focus su un personaggio. Poi la voce narrante di Rue ci guidava nel conoscerlo meglio, spesso l* vedevamo muoversi nelle feste. Nella seconda stagione invece conosciamo tutti meglio. Anziché entrare nella loro vita e vederne gli effetti in un contesto dissoluto e senza regole come lo possono essere le feste tra adolescenti, entriamo direttamente nelle loro case, e nei loro “quadri”.

Nelle scene finali del quarto episodio, infatti, quando il destino di ognuno dei personaggi sembra essere segnato, Sam Levinson decide di evidenziarlo con una serie di inquadrature (a volte sono fisse alcuni sono carrelli in avanti) in cui ogni personaggio è rinchiuso nel suo “quadro”.

Jules è incorniciata da una stanza e un uomo (forse Elliot ma non ne siamo certi) le va incontro e chiude la porta. Rue partecipa ad una funzione religiosa che quasi sembra il suo funerale. Elliot, in modo analogo, sta dentro la stessa chiesa in cui sta Rue, non partecipa al suo funerale ma si guarda intorno, come a prendere coscienza di non poter scappare dallo stesso destino di Rue, avendo la stessa dipendenza. Kat è chiusa in una macchina col suo ragazzo, intorno è tutto buio.

Il trailer

In questa stagione è chiaro che Kat sia rinchiusa nel dovere imposto dalla body positivity. Di doversi accettare e di dover essere amata, quando semplicemente non è pronta e non vuole, ma non sembra avere scampo. Cassie è circondata da rose, fiori bellissimi ma che hanno una vita breve, sta dentro uno specchio, quindi è rappresentata solo dal suo riflesso. È bellissima ma vittima della sua bellezza, impegnata nell’ossessiva ricerca di migliorarla e di non vederla perire.

Nate è, ancora una volta, intrappolato nella finestra di casa sua, la finestra di una casa che ha costruito suo padre, che l’ha prima traumatizzato e poi abbandonato. Lexi è seduta nelle sedie di un teatro e guarda da spettatrice, ma poi si gira, tira uno sguardo d’intesa alla macchina da presa, è l’unica che guarda in macchina, presagio di un riscatto che poi arriverà.

Zendaya
Rue

In questa stagione si abbandona la visione teorica e tecnica delle droghe, la questione viene affrontata da un punto di vista molto più viscerale e fisico.

Si parte dalla parte divertente, quella in cui Rue va in giro fatta per la scuola e sbatte contro le porte perché non le vede. Passiamo poi a quella in cui si ingegna per trovare un modo per averne sempre di più, senza spendere soldi, e pur di farlo si carica di responsabilità di cui una diciassettenne non dovrebbe caricarsi. Alla fine, si passa alla messa in scena della dipendenza pura.

Vediamo Rue mettere davanti a qualsiasi cosa il suo bisogno di farsi. Ciò la porta ad urlare cose crudeli alla madre e alla sorella. La vediamo diventare l’elemento della famiglia che fa paura, quella da cui nascondersi, quella che urla, picchia e spacca cose, siamo impotenti di fronte a questa visione e ci chiediamo quanto sia sottile il confine tra essere vittima e carnefice. Tra voler difendere qualcuno e doversi difendere.

Poi c’è il bisogno fisico che la porta a rubare pasticche nei bagni delle case degli amici, e ruba soldi nelle case degli sconosciuti. Tutto questo sbadigliando, vomitando, non riuscendo più a camminare e, alla fine, non riuscendo neanche a reggersi in piedi o a tenere gli occhi aperti. Si rifugia dalla sua spacciatrice di pasticche che, mentre la rimette in sesto, cerca gentilmente di farle capire che se non può pagare la droga con i soldi le conviene prostituirsi, ma Rue non la sente, noi sì, e siamo terrificati, impietositi, se è troppo per chiunque, come può sostenerlo Rue?

Lexi, Fez, il bisogno di essere dolci

La vera svolta della seconda stagione, è Lexi. La vera rivoluzione, quando si è gli ultimi, i più sfigati, i meno considerati, è osservare. Osservare e, perché no, giudicare, trasformare. Mentre tutti, infatti, sono presi dai loro drammi, chi vince davvero è Lexi, che guarda tutto dall’alto e trasforma, mette in scena tutti i drammi veri delle persone che gli sono più care, ma non mancando di ridicolizzarli e prenderli in giro, ma anche di mettere a nudo le loro sofferenze, se necessario.

Perché Lexi ne ha bisogno, e lo fa anche per far divertire, incazzare, esorcizzare, relativizzare, senza però mancare di dolcezza.

La dolcezza in questa serie manca spesso. C’è la compassione quando Rue va in astinenza, e non riesce neanche a reggersi in piedi, oppure quando Cal Jacobs se ne va di casa, vediamo il desiderio quando Elliot, Jules e Rue sono nella stessa stanza. Vi è la rabbia quando Cassie non confessa alla sua migliore amica di averla tradita. Vediamo anche la preoccupazione per Maddy e per Gia. Possiamo ascoltare le risate quando Rue è fatta, ma la dolcezza, quella non c’è mai, fino all’ultima puntata.

L’ultima puntata, quella in cui lo spettacolo di Lexi viene messo in scena, è colmo di dolcezza.

Le scene sul palco teatrale sono l’espediente per dei continui flashback sulle vite dei protagonisti. Sono dolci perché Lexi, mettendo a nudo il bisogno che le persone che ama le stiano accanto, rivendica la natura di bambini cresciuti troppo in fretta dei personaggi. Sono fragili, tutti, sennò non si comporterebbero così.

Questa stagione è sulle dipendenze di ognuno, da quella per le droghe alla dipendenza affettiva, sono queste che rendono i protagonisti così arrabbiati, la svolta di questa stagione, è che, a volte, quando tutti urlano per dimostrare quanto sono forti, vince chi ammette di non esserlo.

Chi vince alla fine?

Non è da trascurare, però, il finale. Tutta la dolcezza dell’ultimo episodio, infatti, non può cancellare ciò che c’è stato prima, ma il rapporto causa-effetto vuole che a espiare le colpe dei padri e delle madri, sia chi un padre e una madre neanche ce l’ha, anche se ne avrebbe bisogno, perché ha solo tredici anni.

Le ultime scene, con la faccia impaurita di Ash con un puntatore laser sulla faccia, e Fez vestito in modo elegante per andare allo spettacolo di Lexi, testimonia non solo la mancanza di pietà di un intero sistema (poche scene prima Cal Jacobs viene arrestato con assoluta calma e cordialità per reati contro minori), ma anche che chi vuole provare ad uscire dal suo destino segnato, come Fez, non può.

Tutta la sua dolcezza, racchiusa in una lettera per Lexi il cui contenuto rimarrà sconosciuto, viene letteralmente calpestata dagli stivali della polizia, che dopo essere entrati in casa sua e aver ucciso suo fratello, gli toglie anche la possibilità di essere un banale adolescente innamorato, che va dalla ragazza che gli piace con dei fiori. La brutalità presente nella seconda stagione, capiamo, arriva dall’alto. Non ci si può aspettare gentilezza, dolcezza e amore dai nostri protagonisti, unica salvezza è l’arte.

a cura di
Emma D’Attanasio

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