Pescara “scende in piazza” per protestare contro il lockdown

Pescara “scende in piazza” per protestare contro il lockdown
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Si allarga a macchia d’olio la partecipazione degli italiani alle proteste che si stanno svolgendo nelle varie città della penisola. Nei giorni scorsi è stata la volta di Pescara. “Commercianti e non” si sono riuniti nel centro della cittadina abruzzese per manifestare contro il nuovo decreto.

Un vero e proprio urlo “muto” quello del popolo delle partite IVA pescaresi, composto per la maggior parte da piccoli e medi imprenditori, che si sono ritrovati a dover “abbassare la serranda” a causa delle nuove restrizioni anti Covid imposte dallo stato nel nuovo DPCM “antimovida”.

Nel nuovo decreto Conte penalizza tutte le attività che battono cassa dopo le ore 18:00, lasciando così a casa migliaia e migliaia di lavoratori, oltre che danneggiare un vero e proprio tessuto economico-sociale che da sempre sostiene le casse italiane, nonchè il “benessere” dell’intera popolazione.

La verità è che ci troviamo tutti in un situazione di smarrimento totale, siamo in un momento storico senza precedenti e per uscirne, oltre la tenacia, servirà una buona dose di testa sulle spalle. Fronteggiare la paura e l’insicurezza economica è un’impresa che richiede molta forza interiore.

Il virus ha azzerato le nostre certezze

Siamo la generazione di mezzo, quella che va a fare la spesa tenendo il conto di ciò che acquista, quella che frammenta in centinaia di rate un piccolo sogno da costruire. Non siamo mai stati “abbastanza” per i nostri nonni e “forse” non lo saremo mai neanche per i nostri figli.

Siamo cresciuti con il cinema, con i sogni, con la speranza di essere travolti da quel famoso “miracolo italiano” e con la certezza che da un momento all’altro tutto si sarebbe sistemato, ma non è andata affatto cosi, anzi. Le nostre certezze sono venute a mancare la scorsa primavera.

Siamo diventati la generazione dei “giovani, ma non troppo”. Siamo quelli a cui hanno insegnato che l’università serve per realizzarsi, ma che se studi troppo finisci per acquistare un biglietto per quel posto in cui hai “troppa esperienza” per lavorare, o “troppa cultura” per poter sopravvivere facendo un lavoro umile.

Abbiamo preso in giro i viaggiatori “stanchi” che abbandonavano l’Italia per “andare a lavare i piatti in Inghilterra”. Ci siamo trovati persino a denigrare, senza umanità, tutti quelli che scappavano da posti in cui la guerra è diventata come “l’aria”: perché è ovunque.

Abbiamo letteralmente seguito un modello di vita che più che una scommessa somiglia ad una “pretesa” di comfort, ma la vita, per come molti di noi pensano di conoscerla, non è comfort. La vita è davvero quella cosa di cui ti accorgi quando esci di casa per andare al mare, e invece piove a dirotto. E tu non hai un ombrello, ma solo molta rabbia.

Penso non sia più il momento di usare la “rabbia”, penso sia davvero arrivata l’occasione di poter usare la testa per cambiare anni ed anni di “coscienza zero”. Abbiamo usato e abusato della nostra terra e della nostra vita come fossimo esseri immortali, ma non è cosi.

L’unico modo per uscire da questo incubo è usare la testa

È arrivato il giorno in cui bisogna cominciare a vedere la politica come ponte per il futuro, votare le persone come fossero “scommesse per quello che verrà”, e non utilizzare il proprio voto come merce di scambio. Il giorno in cui la libertà di voto diventerà “un pezzo di pane” per gli affamati è chiaro che ci si concederà ad un padrone, non ad un salvatore.

Siamo la generazione che subisce un virus che non ha scelto, una punizione che sa di “privazione” della libertà, e par alcuni del proprio futuro. Oggi abbiamo la possibilità di “resettare” molte cose e ripartire da un punto vicino allo zero.

La speranza cresce tra le macerie, in mezzo ai vicoli dove nessuno passa mai, ed è li che nascono i sogni e le speranze. Ed è così che è nata l’Italia.

a cura di
Alessandro Di Domizio

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